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Wlachovský, ex ministro degli Esteri slovacco: “Nei partiti c’è chi innesca una spirale d’odio che ci porta al baratro”

L’intervista con l’ex titolare della diplomazia di Bratislava: “Fico ha capito che per tornare al potere doveva assumere posizioni estreme: ha puntato su paura e malcontento favorendo l’inasprirsi delle tensioni”
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BRATISLAVA — «L’attacco a Robert Fico ha scioccato la Slovacchia. Non abbiamo una tradizione di violenza, l’unico assassinio politico fu quello del ministro delle finanze Alois Rašín nel 1923. Certo, in anni recenti il clima si è fatto più teso: minacce sono state rivolte a leader di partiti e alla presidente ?aputová: ma virtuali, via social. Spero che quanto avvenuto non sia l’inizio di una drammatica, nuova era». L’ambasciatore Miroslav Wlachovský, ministro degli Esteri fino allo scorso ottobre nel governo tecnico di Ludovít Ódor, non nasconde la sua preoccupazione. Repubblica lo incontra in un hotel dalla capitale proprio mentre il bollettino medico annunciava la prognosi positiva per il premier ferito. E il suo assalitore, Juraj Cintula, si dichiarava colpevole in un’aula di tribunale a Pezinok.

Cosa teme?

«Subito dopo l’attentato, la presidente uscente ?aputová e quello eletto Peter Pellegrini hanno fatto la cosa giusta: una dichiarazione congiunta per stigmatizzare la violenza…

BRATISLAVA — «L’attacco a Robert Fico ha scioccato la Slovacchia. Non abbiamo una tradizione di violenza, l’unico assassinio politico fu quello del ministro delle finanze Alois Rašín nel 1923. Certo, in anni recenti il clima si è fatto più teso: minacce sono state rivolte a leader di partiti e alla presidente ?aputová: ma virtuali, via social. Spero che quanto avvenuto non sia l’inizio di una drammatica, nuova era». L’ambasciatore Miroslav Wlachovský, ministro degli Esteri fino allo scorso ottobre nel governo tecnico di Ludovít Ódor, non nasconde la sua preoccupazione. Repubblica lo incontra in un hotel dalla capitale proprio mentre il bollettino medico annunciava la prognosi positiva per il premier ferito. E il suo assalitore, Juraj Cintula, si dichiarava colpevole in un’aula di tribunale a Pezinok.

Cosa teme?

«Subito dopo l’attentato, la presidente uscente ?aputová e quello eletto Peter Pellegrini hanno fatto la cosa giusta: una dichiarazione congiunta per stigmatizzare la violenza e invitare alla calma. Questo non ha impedito i violenti attacchi politici verso media e oppositori da parte di membri dei partiti di governo: che hanno così subito riavviato la spirale d’odio e accuse».

Il clima politico era già pesante.

«Fico è al quarto mandato: ed è molto diverso dai precedenti, quando si presentava come socialdemocratico europeista, sebbene con posizioni “forti” su migranti e cooperazione con Mosca. Solo nel 2017 ancora diceva che “la Slovacchia doveva essere il centro dell’Europa”. Nel 2018 le accuse di corruzione lo hanno costretto a dimettersi. E ha poi capito che per tornare al potere doveva estremizzarsi, puntando su malcontento e paura. Così negli ultimi anni l’odio politico è cresciuto fino a questo evidente punto di svolta. La situazione potrebbe farsi ora perfino più pericolosa».

C’è astio anche verso i media.

«Fico era radicale già prima delle inchieste sulla corruzione. Poi di recente ha capito che può usare media alternativi, veri canali di disinformazione, per far passare le sue opinioni. Oggi siamo al punto che il governo preferisce parlare con questi che coi media ufficiali».

Pesano le ingerenze russe?

«Si sono intensificate dopo l’occupazione della Crimea nel 2014. All’epoca ero a capo dell’unità del Ministero degli Esteri che si occupava di comunicazione strategica e controinformazione. Eravamo in tre ma fummo capaci di evidenziare il fenomeno delle fake news che partono dalla Russia, vengono sdoganate negli Stati Uniti e tornano in Europa. Messaggi polarizzanti che mirano a distruggere la fiducia nelle istituzioni e a convincere la gente che non si può fidare di nessuno. In tal senso la Slovacchia è vulnerabile: siamo culturalmente predisposti a quel tipo di messaggio».

Che idea si è fatto dell’assalitore?

«Bisognerà aspettare i risultati delle indagini per esprimerci su di lui. Mi sembra una figura confusa: vicino a gruppi paramilitari di destra ma critico verso il governo per aver ristretto i diritti della gente e dei media. Mi sembra uno squilibrato frustrato anche in base a quel che scriveva. Ho cercato le sue poesie. Disturbanti, parlano di morte».

In cosa consiste la forza di Fico?

«Ha un posto rilevante la sua retorica di pace. Sostiene che la guerra in Ucraina non si vincerà con le armi ma non parla mai di chi l’ha iniziata e perché. Fa presa su chi non vuol sentirsi dire che deve prepararsi alla possibilità di un conflitto più ampio».

Sorprende la scarsità di informazioni sull’effettivo stato di salute del premier, sulle indagini...

«Negli uffici governativi sono entrati novellini della politica, impreparati. Certo non spetta al vicepremier aggiornare sulla salute del leader ma ai medici . Né al ministro degli Interni parlare delle indagini ma al capo della polizia. Si diffondono notizie in maniera amatoriale. E questo lascia sospettare che le informazioni veicolate abbiano propositi politici».

Kali?ák sta guidando il Paese.

«Uno dei pochi uomini razionali del governo. Ma è tutto nella nebbia, perché regna la sfiducia. I politici non si fidano gli uni degli altri, né si parlano. In una situazione così, il facente funzioni, la presidente, il Consiglio di sicurezza dovrebbero elaborare una strategia insieme. Invece abbiamo inviti alla calma e all’astenersi da aggressioni politiche: ma è un lato che lo dice all’altro, non un messaggio unificato».

Cosa accadrà?

«?aputová ha invitato i partiti a un meeting per elaborare un accordo sul futuro. Ragionevole: ma non sta accadendo. Anche Kali?ák ci ha provato: e i più estremisti del suo partito lo hanno smentito. Siamo in una situazione paradossale che confonde la gente. Senza approccio unitario è impossibile avere un clima politico responsabile».

Quale sarà l’impatto sulle elezioni europee?

«L’attacco a Fico era nell’aria, eppure è arrivato in modo inaspettato: un cigno nero. Questo per dire che è impossibile prevedere come e se influenzerà le elezioni».

La campagna elettorale si fermerà come chiesto da Pellegrini?

«Se i partiti non si mettono intorno a un tavolo per stabilire le regole come richiesto, no. So però che l’affluenza sarà bassa, sotto il 30 per cento. Da anni abbiamo le percentuali più basse, nonostante il gradimento della Ue sia alto, circa al 70 per cento. Si vede che gente non ne percepisce il ruolo nelle loro vite».

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