Mandato d’arresto dell’Aia, da Milosevic a Putin tutti i precedenti
di Enrico FranceschiniLONDRA – I boia dell’ex Jugoslavia: Milosevic, Karadzic e Mladic. I massacratori dei Tutsi in Ruanda. E poi Vladimir Putin, per i crimini di guerra commessi dai suoi soldati nell’invasione dell’Ucraina. Sono alcuni dei precedenti più eclatanti dei mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale dell’Aia o dai tribunali internazionali esistenti prima della sua creazione. Adesso che il procuratore capo Karim Khan vuole aggiungere i capi dei palestinesi di Hamas e il premier e il ministro della Difesa israeliani alla lista dei “most wanted”, i ricercati inseguiti da mandato di cattura, è utile vedere chi è stato inquisito prima di loro dalla giustizia internazionale e con quali conseguenze.
L’arresto di Milosevic
Un decennio prima che nel 2002 venisse fondata la Corte Penale Internazionale dell’Aia, nel 1991 l’Onu crea un tribunale internazionale per perseguire i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Il caso di maggior rilievo è il procedimento a carico d…
LONDRA – I boia dell’ex Jugoslavia: Milosevic, Karadzic e Mladic. I massacratori dei Tutsi in Ruanda. E poi Vladimir Putin, per i crimini di guerra commessi dai suoi soldati nell’invasione dell’Ucraina. Sono alcuni dei precedenti più eclatanti dei mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale dell’Aia o dai tribunali internazionali esistenti prima della sua creazione. Adesso che il procuratore capo Karim Khan vuole aggiungere i capi dei palestinesi di Hamas e il premier e il ministro della Difesa israeliani alla lista dei “most wanted”, i ricercati inseguiti da mandato di cattura, è utile vedere chi è stato inquisito prima di loro dalla giustizia internazionale e con quali conseguenze.
L’arresto di Milosevic
Un decennio prima che nel 2002 venisse fondata la Corte Penale Internazionale dell’Aia, nel 1991 l’Onu crea un tribunale internazionale per perseguire i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Il caso di maggior rilievo è il procedimento a carico di Slobodan Milosevic, presidente della Serbia dal 1987 al ’91 e della Repubblica Federale Jugoslava (che univa Serbia e Montenegro) dal 1997 al 2000. Accusato di crimini contro l’umanità per le operazioni di pulizia etnica dell’esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo, nel 2000 Milosevic perde le elezioni e il suo successore lo fa arrestare e consegnare al tribunale internazionale, che aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma il processo a suo carico non si conclude perché Milosevic muore in carcere, nel 2006, a 65 anni: viene ritrovato privo di vita nella sua cella, pochi giorni dopo il suicidio nella stessa prigione di Milan Babic, ex leader dei serbi di Krajina, un’autoproclamata entità territoriale, impiccatosi dopo avere patteggiato una condanna a 13 anni.
Karadzic in manette
Il medesimo tribunale per l’ex Jugoslavia ottiene l’arresto di un altro leader serbo, Radovan Karadzic, presidente della Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al ’96, condannato nel 2016 a quarant’anni di reclusione per il reato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità durante l’assedio di Sarajevo, il massacro di Srebrenica e altre campagne di pulizia etnica: una sentenza poi commutata in ergastolo nel giudizio di appello nel 2019. Due anni prima la stessa corte condanna all’ergastolo per crimini di guerra anche Ratko Mladic, comandante delle milizie serbo-bosniache, detto “il boia di Srebrenica”, anche lui scoperto e arrestato, dopo sedici anni di latitanza, durante i quali gli pende sulla testa una taglia da 10 milioni di dollari.
Le condanne per il Ruanda
Nel 1994 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu crea un altro tribunale speciale per i crimini di guerra commessi in Ruanda contro la minoranza etnica dei Tutsi: la corte emette decine di condanne all’ergastolo per i responsabili della pulizia etnica, per il massacro di migliaia di civili e lo stupro di migliaia di donne. Tra i condannati, i principali accusati sono Jean-Paul Akayesu e Jean Kambanda.
Due Corti da non confondere
Dalla sua fondazione nel 2002, l’azione giudiziaria contro individui ricercati per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità passa alla Corte penale internazionale (International Criminal Court, in inglese), da non confondere con la Corte internazionale di giustizia, anch’essa con sede all’Aia, ma emanazione diretta delle Nazioni Unite: quest’ultima persegue le dispute fra Stati ed è presso i suoi giudici, per esempio, che il Sudafrica ha denunciato Israele per genocidio per la guerra in corso a Gaza, un procedimento tuttora in corso.
Putin ricercato
La Corte penale internazionale ha aperto indagini in più di una dozzina di Paesi, tra cui il Sudan per il conflitto nel Darfur, condannando 54 persone. Ha procedimenti in corso contro altri 22 imputati, di cui 17 considera “latitanti”. Nel marzo 2023 la Corte penale ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin, due generali russi e la presidente di una commissione governativa russa per la deportazione illecita in Russia di bambini ucraini, catturati nelle zone occupate da Mosca. Il capo del Cremlino ha respinto l’accusa. Da allora non si è più recato in nessuno dei Paesi occidentali che riconoscono l’operato della Corte penale, nei quali avrebbe potuto essere arrestato ma dove tuttavia, dopo l’invasione dell’Ucraina, sarebbe andato difficilmente comunque, perché non benvenuto politicamente. Per questi e altri crimini di guerra Putin è indagato dal procuratore Khan, lo stesso che ora ha chiesto un mandato di cattura per i capi di Hamas e per i leader israeliani.