Addio al governo con cautela. Israele, la strategia di Gantz per andare a nuove elezioni. E vincerle
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME — Quando, alla fine del discorso con cui sabato sera ha lanciato il suo ultimatum al governo, Gantz si è rivolto direttamente a Netanyahu, i suoi occhi di ghiaccio non hanno vacillato nemmeno per un attimo. «So che sei un patriota. Il Netanyahu che conoscevo dieci anni fa avrebbe saputo fare la scelta giusta. E tu, ora, sei in grado di fare la scelta giusta?». Dieci anni: forse qualcosa di più. Da tanto dura il braccio di ferro fra i due Benjamin: da quando nel 2011 Gantz venne nominato Comandante in capo delle Forze armate e non sempre si trovò d’accordo con l’allora premier. Nel 2018 la sfida divenne ufficiale: lasciata la divisa, l’ex generale fondò il suo partito e sfidò il rivale alle urne. Oggi di nuovo, dopo quasi otto mesi di braccio di ferro, nel mezzo della crisi peggiore della Storia recente di Israele, i due si ritrovano opposti.
«Gantz ha iniziato una complicata operazione chirurgica: lasciare il governo, far convocare le elezioni e nel frattempo non perdere i…
GERUSALEMME — Quando, alla fine del discorso con cui sabato sera ha lanciato il suo ultimatum al governo, Gantz si è rivolto direttamente a Netanyahu, i suoi occhi di ghiaccio non hanno vacillato nemmeno per un attimo. «So che sei un patriota. Il Netanyahu che conoscevo dieci anni fa avrebbe saputo fare la scelta giusta. E tu, ora, sei in grado di fare la scelta giusta?». Dieci anni: forse qualcosa di più. Da tanto dura il braccio di ferro fra i due Benjamin: da quando nel 2011 Gantz venne nominato Comandante in capo delle Forze armate e non sempre si trovò d’accordo con l’allora premier. Nel 2018 la sfida divenne ufficiale: lasciata la divisa, l’ex generale fondò il suo partito e sfidò il rivale alle urne. Oggi di nuovo, dopo quasi otto mesi di braccio di ferro, nel mezzo della crisi peggiore della Storia recente di Israele, i due si ritrovano opposti.
«Gantz ha iniziato una complicata operazione chirurgica: lasciare il governo, far convocare le elezioni e nel frattempo non perdere i 10 seggi che gli verrebbero dagli elettori delusi dal blocco di Netanyahu. Senza questi voti, sa di non poter diventare primo ministro. Per questo deve lasciare il governo nella stessa maniera in cui i porcospini fanno l’amore: con attenzione», scrive su Yedioth Ahronoth Nadav Eyal.
Che la partita non sia scontata è chiaro a tutti: nelle sfide dirette con Netanyahu, Gantz è sempre uscito sconfitto. Elezione dopo elezione, i due hanno sempre sostanzialmente pareggiato: Bibi però è sempre stato in grado di coalizzare maggioranze flessibili, creative e a volte anche improbabili. Ed è rimasto in sella. Il punto più vicino alla vittoria, Gantz lo raggiunse nel 2020, quando dopo l’ennesimo nulla di fatto i due formarono un’alleanza e lui assunse la carica di premier supplente e di ministro della Difesa. Il patto era che avrebbe dovuto esserci una rotazione con Netanyahu, che guidava il governo: non avvenne e l’esecutivo cadde dopo un anno.
Si pensava allora che la carriera politica di Gantz fosse finita: così non è stato. La scelta di entrare nel gabinetto di guerra subito dopo le stragi di Hamas, lasciando l’opposizione per «senso di responsabilità», come disse, lo ha premiato: i sondaggi dicono che in questi mesi la maggioranza degli israeliani ha trovato in Gantz l’alternativa a un Netanyahu, considerato (insieme all’apparato di sicurezza) colpevole di non aver previsto l’attacco e troppo vicino ai partiti ultrareligiosi. Se si andasse al voto oggi, la maggior parte degli elettori sceglierebbe lui come primo ministro.
Ma i margini si stanno riducendo: per questo l’ex militare, che di linee rosse in questi mesi ne ha tracciate tante, sabato sera ha annunciato quella definitiva. Se non lo aveva ancora fatto, scrivono qui i giornali, è perché capiva che precipitare il Paese in una crisi politica nel mezzo della guerra e della crisi degli ostaggi non gli avrebbe giovato. Ma la mossa del titolare della Difesa Yoav Gallant, che nei giorni scorsi ha attaccato apertamente Netanyahu per la mancanza di strategia a Gaza, lo ha costretto ad agire.
La risposta non si è fatta attendere. Parole vane, un ultimatum all premier invece che a Hamas, un piano per la sconfitta: sono i comunicati emersi dall’ufficio del premier in queste ore.
Per capire lo scambio, è dalle sei condizioni che Gantz ha messo sul tavolo che bisogna partire: non ha chiesto solo un piano per il futuro di Gaza, che da settimane pretendono a gran voce pure i militari. Ma anche, di fatto, la rottura con gli ultraortodossi e con l’estrema destra: questo significa invocare, come ha fatto lui, una riforma che porti a una suddivisione più equa del peso del servizio militare obbligatorio. Sulla leva per gli studenti religiosi il governo ha già vacillato in passato: se a prevalere fosse la linea di Gantz (e di Gallant), i due ministri Ben Gvir e Smotrich farebbero mancare i loro voti al governo. Non basta: l’ex leader dell’opposizione ha sposato alcune delle richieste americane di queste settimane, presentandosi come uomo di Washington. Lo aveva già fatto nei mesi scorsi, andando in America a parlare con rappresentanti del governo Biden senza l’autorizzazione del capo del governo.
Tutto questo spingerà Bibi a cercare un compromesso? La stampa israeliana ieri non ne era troppo convinta. Anche se Gantz uscisse, Netanyahu avrebbe comunque la maggioranza alla Knesset grazie ai voti dell’ultradestra: su di lui aumenterebbero la pressione interna e quella internazionale, ma potrebbe riuscire comunque a restare in piedi ancora un po’. Con il risultato di arrivare fermo sulle sue posizioni all’ennesima sfida diretta alle urne. Quando, è tutto da vedere.