La scomparsa di Raisi apre una doppia crisi a Teheran, sulla presidenza e sulla successione a Khamenei
di Gabriella ColarussoNon ci saranno vuoti, nessuna incertezza «nella gestione del Paese». È da poco passato il tramonto quando Ali Khamenei parla alla nazione. Vuole rassicurare. Sono ore delicate per la Repubblica islamica dopo la morte del presidente Ebrahim Raisi, 63 anni, e del ministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian, deceduti in un incidente aereo tra le montagne del Nord azero. La loro scomparsa apre ora una doppia crisi per Teheran perché Raisi, un religioso senza carisma che era arrivato a scalare tutti i ranghi del Sistema, non era solo il presidente ma anche uno dei candidati forti per la successione alla stessa Guida suprema, insieme al figlio di Khamenei, Mojtaba.
Nato nella città santa di Mashhad, Raisi ha sempre rappresentato l’ala più devota del Sistema. A 15 anni si trasferisce a Qom, il cuore dello sciismo iraniano, per studiare in seminario. Sposa la figlia dell’ayatollah ultraconservatore Ahmad Alamolhoda, inviato personale di Khamenei nella provincia di Khorasan Razavi e iniz…
Non ci saranno vuoti, nessuna incertezza «nella gestione del Paese». È da poco passato il tramonto quando Ali Khamenei parla alla nazione. Vuole rassicurare. Sono ore delicate per la Repubblica islamica dopo la morte del presidente Ebrahim Raisi, 63 anni, e del ministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian, deceduti in un incidente aereo tra le montagne del Nord azero. La loro scomparsa apre ora una doppia crisi per Teheran perché Raisi, un religioso senza carisma che era arrivato a scalare tutti i ranghi del Sistema, non era solo il presidente ma anche uno dei candidati forti per la successione alla stessa Guida suprema, insieme al figlio di Khamenei, Mojtaba.
Nato nella città santa di Mashhad, Raisi ha sempre rappresentato l’ala più devota del Sistema. A 15 anni si trasferisce a Qom, il cuore dello sciismo iraniano, per studiare in seminario. Sposa la figlia dell’ayatollah ultraconservatore Ahmad Alamolhoda, inviato personale di Khamenei nella provincia di Khorasan Razavi e inizia la carriera in magistratura.
Per diversi anni guida la fondazione Astan Quds Razavi, tra le più ricche e influenti del Paese da cui dipendono decine di società impegnate in diversi settori dell’economia iraniana, dalle telecomunicazioni all’edilizia, e in cui lavorano molti manager legati ai Pasdaran. Nel 2017 tenta il grande colpo candidandosi alla presidenza contro il moderato Rouhani ma viene sconfitto.
Nel 2019, Khamenei – a cui è rimasto sempre fedele - lo nomina a capo della magistratura, incarico che gli farà guadagnare credibilità agli occhi delle fasce meno abbienti della popolazione per il suo stile di vita umile e pio e la campagna anti-corruzione che avvia ma che secondo i suoi critici viene usata anche come clava contro gli oppositori. Sulla sua reputazione però continuano a pesare le esecuzioni del 1988 quando - alla fine della guerra con l’Iraq - da giovane vice-procuratore generale fece parte del comitato dei quattro che condannarono a morte migliaia di oppositori - molti del Mek, Mujahedin-e-Khalq, alleati di Saddam - ma anche comunisti, laici, attivisti di sinistra.
Nel 2021 riesce a farsi eleggere alla presidenza in una competizione da cui vengono esclusi la maggior parte dei candidati moderati e riformisti e che vede l’affluenza precipitare al 42%, il dato più basso nella storia della Repubblica Islamica. Pur senza raggiungere particolari traguardi nell’amministrazione, si fa strada grazie alla sua devozione e stando attento a non interferire con le decisioni strategiche dei Guardiani della rivoluzione, che saranno i veri kingmaker della prossima Guida suprema, guadagnandone così il sostegno.
In caso di morte del presidente la Costituzione, all’articolo 131, affida la reggenza al primo vice-presidente – oggi Mohammad Mokhber Dezfuli – che insieme al presidente del Parlamento - Mohammad Bagher Ghalibaf – e al capo della magistratura - Gholamhossein Mohseni Ejei – dovrebbe organizzare nuove elezioni entro 50 giorni. A Teheran girano già alcuni nomi di possibili come candidati, dallo speaker Ghalibaf a Saeed Jalili, capo del consiglio Supremo di sicurezza nazionale, allo stesso Mokhber. Ma per ora sono speculazioni. Nelle ultime tornate elettorali, l’esclusione dei maggiori candidati riformisti e moderati, ha portato al crollo della partecipazione al 41%, con picchi a ribasso di affluenza del 7% a Teheran. Un’ulteriore stretta sui candidati meno allineati aggraverebbe ancora di più la crisi di legittimità del sistema che si prepara ad affrontare una difficile transizione.
A marzo infatti si è votato anche per l’assemblea degli Esperti, l’organismo composto da 88 membri, tutti uomini, in maggioranza religiosi, che elegge la guida suprema. A Rouhani, il presidente moderato che ha governato per 8 anni l’Iran, firmando gli accordi sul nucleare con l’Occidente, è stato vietato di correre. Un’esclusione clamorosa, che dice molto di quanto la partita per la successione a Khamenei sia blindata. In 45 anni, la Repubblica islamica ha avuto solo due leader, Khomeini e Khamenei: le transizioni creano incertezza, vuoti, che il Sistema vuole a tutti i costi evitare. Raisi, oltre a far parte dell’Assemblea degli Esperti, era anche tra i candidati con maggiori chance sostenuto sia dai religiosi che dai Pasadaran.
L’altra transizione importante riguarda adesso il ministero degli Esteri. Abdollahian si è occupato a lungo delle politiche dell’Iran in Medio Oriente: stretti legami con Hezbollah in Libano, fu uno degli artefici dell’intervento iraniano in Siria a sostegno di Assad. Un ministro di peso, la cui scomparsa porta il vice Bagheri-Kani, uomo di contatto con gli europei, ad assumere un ruolo di primo piano. Bagheri Kani, il cui fratello è genero di Khamenei, è stato nominato ministro degli Esteri facente funzioni, fino alle prossime elezioni. Ma di certo resterà una figura chiave della diplomazia anche dopo il voto.