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Israele e Stati Uniti verso il compromesso sull’attacco a Rafah. Ma scoppia il “caso Ap”

Attrezzatura confiscata all’agenzia di stampa americana. Dopo le proteste, la decisione è stata revocata. Blinken: “Netanyahu non è pronto all’intesa coi Sauditi”
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GERUSALEMME — Nel giorno in cui trapela la notizia di un accordo tra Israele e Stati Uniti su Rafah, a riscaldare gli animi arriva il caso delle limitazione alla libertà d’informazione Dopo la sospensione di Al Jazeera, infatti, ieri è stato il turno dell’Associated Press. Le autorità israeliane hanno sequestrato una telecamera e altro equipaggiamento appartenente alla prestigiosa agenzia di stampa americana nel sud di Israele, accusandola di non aver interrotto la fornitura di servizi all’emittente qatariota, bloccata nelle scorse settimane con l’accusa di mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Una mossa che ha suscitato la preoccupazione della Casa Bianca, e suscitato molte polemiche, anche nello stesso Stato ebraico. Finché, in serata, la decisione è stata revocata.

«I fotografi dell’Associated Press hanno continuato a filmare l’area di Gaza da un balcone a Sderot, inclusa l’attività dei soldati», ha dichiarato in una nota il ministero della Comunicazione, ente cui la nuo…

GERUSALEMME — Nel giorno in cui trapela la notizia di un accordo tra Israele e Stati Uniti su Rafah, a riscaldare gli animi arriva il caso delle limitazione alla libertà d’informazione Dopo la sospensione di Al Jazeera, infatti, ieri è stato il turno dell’Associated Press. Le autorità israeliane hanno sequestrato una telecamera e altro equipaggiamento appartenente alla prestigiosa agenzia di stampa americana nel sud di Israele, accusandola di non aver interrotto la fornitura di servizi all’emittente qatariota, bloccata nelle scorse settimane con l’accusa di mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Una mossa che ha suscitato la preoccupazione della Casa Bianca, e suscitato molte polemiche, anche nello stesso Stato ebraico. Finché, in serata, la decisione è stata revocata.

«I fotografi dell’Associated Press hanno continuato a filmare l’area di Gaza da un balcone a Sderot, inclusa l’attività dei soldati», ha dichiarato in una nota il ministero della Comunicazione, ente cui la nuova legge denominata “anti-Al Jazeera” garantisce l’autorità di sospendere testate giudicate appunto pericolose per la sicurezza di Israele. «Anche se gli ispettori del ministero li avevano avvertiti che stavano infrangendo la legge e che avrebbero dovuto rimuovere Al Jazeera come destinatario dei loro contenuti, hanno continuato a farlo», prosegue il comunicato.

«Il sequestro non è stato basato sul contenuto del nostro feed ma piuttosto sull’abuso da parte del governo israeliano della nuova legge sulle emittenti straniere del Paese», la reazione dell’Ap. A parlare di «follia» è stato anche il capo dell’opposizione israeliana, Yair Lapid: «L’Associated Press non è Al Jazeera, è una testata americana che ha vinto 53 premi Pulitzer - ha detto -. Questo governo si comporta come se avesse deciso di garantire ad ogni costo l’ostracismo di Israele in tutto il mondo».

Nel frattempo, secondo il Washington Post, la Casa Bianca avrebbe accettato la posizione di Israele circa l’offensiva a Rafah: che secondo il governo Netanyahu, sebbene di portata più limitata, assicurerebbe un numero minore di vittime civili ma anche lo smantellamento dei battaglioni di Hamas asserragliati in città. Secondo l’analista David Ignatius, è questo lo scenario che si profila per l’immediato futuro della guerra in Medio Oriente: «Invece del pesante attacco con due divisioni che Israele aveva contemplato diverse settimane fa, i leader civili e militari prevedono un assalto più limitato che, secondo i funzionari statunitensi, causerà meno vittime civili e, per questo motivo non vedrà l’opposizione di Biden», ha scritto Ignatius, citando fonti bene informate sul contenuto dei colloqui tenuti dal Consigliere della Sicurezza Nazionale Jake Sullivan in viaggio negli scorsi giorni in Israele e Arabia Saudita.

«Nel frattempo - prosegue l’analista americano - l’Arabia Saudita ha accettato una bozza “quasi definitiva” di un accordo di sicurezza con gli Stati Uniti che includerebbe la normalizzazione delle relazioni con Israele. Come parte di questa intesa, il regno si aspetta un accordo su un “percorso credibile” verso una soluzione a due Stati al problema palestinese, un ammorbidimento del precedente linguaggio saudita».

Secondo fonti israeliane citate dal giornale, funzionari della difesa di Gerusalemme – ma non il premier Benjamin Netanyahu - avrebbero concordato una strategia per il dopoguerra che includa una forza di sicurezza palestinese almeno in parte coordinata con l’Autorità Palestinese e con il coinvolgimento degli Stati arabi moderati.

Per Ignatius, l’inizio della fine delle ostilità dovrebbe comunque passare per l’accordo per il cessate il fuoco temporaneo e la liberazione degli ostaggi. Con molte incognite che rimangono, a partire dall’intransigenza di Netanyahu, che finora si è tenacemente rifiutato di discutere un vero piano per il futuro di Gaza. Tanto che, ieri sera, il segretario di Stato americano Antony Blinken, ha commentato polemicamente: «I sauditi sono stati chiari, un accordo di normalizzazione richiederebbe calma a Gaza e un percorso credibile verso uno Stato palestinese. Ma Israele non è in grado né è disposto a procedere su questa strada».

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