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Israele unito contro la Corte ma Netanyahu è sotto accusa per il patto con l’ultradestra

Il Paese si interroga sulle conseguenze dell’abbraccio con Ben Gvir e Smotrich. Il premier “Contro di me accuse oltraggiose”. Biden: “A Gaza non c’è un genocidio”
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E adesso? Dove si va da qui? È un Israele ancora sotto choc quello che si è svegliato il giorno dopo la richiesta di arresto per i suoi leader emessa dal procuratore capo del Tribunale penale internazionale Karim Khan. Le prime pagine dei giornali, le discussioni in televisione ieri si sono focalizzate su questo, lasciando indietro per una volta la campagna di Gaza e i rischi crescenti al confine con il Libano. Benjamin Netanyahu ha scelto di rispondere parlando direttamente al pubblico internazionale in un’intervista a Abc: «Più che oltraggiose, totalmente false», ha definito le contestazioni mosse contro di lui e il ministro della Difesa Yoav Gallant e il fatto stesso di essere affiancato ai leader di Hamas nell’atto di accusa. Un punto su cui buona parte dell’opinione pubblica israeliana, compresa la stampa progressista, è d’accordo. Ma che da solo non esaurisce il dibattito di queste ore: né quello che verrà nelle prossime settimane.

Non è sui metodi con cui l’offensiva a Gaz…

E adesso? Dove si va da qui? È un Israele ancora sotto choc quello che si è svegliato il giorno dopo la richiesta di arresto per i suoi leader emessa dal procuratore capo del Tribunale penale internazionale Karim Khan. Le prime pagine dei giornali, le discussioni in televisione ieri si sono focalizzate su questo, lasciando indietro per una volta la campagna di Gaza e i rischi crescenti al confine con il Libano. Benjamin Netanyahu ha scelto di rispondere parlando direttamente al pubblico internazionale in un’intervista a Abc: «Più che oltraggiose, totalmente false», ha definito le contestazioni mosse contro di lui e il ministro della Difesa Yoav Gallant e il fatto stesso di essere affiancato ai leader di Hamas nell’atto di accusa. Un punto su cui buona parte dell’opinione pubblica israeliana, compresa la stampa progressista, è d’accordo. Ma che da solo non esaurisce il dibattito di queste ore: né quello che verrà nelle prossime settimane.

Non è sui metodi con cui l’offensiva a Gaza è stata condotta e che sono al centro delle accuse di Khan — «Israele ha il diritto di difendersi, ma quel diritto non significa che Israele o ogni altro Stato possono esimersi dall’obbligo di rispettare il diritto umanitario internazionale», ha detto il procuratore — che si è concentrata la polemica: gli altri membri del gabinetto di guerra, del resto, li hanno sostanzialmente condivisi e anche il leader dell’opposizione Yair Lapid non li ha mai del tutto condannati.

Il punto vero, nel giorno dopo di Israele, è capire come il Paese possa essere arrivato a questo punto, perdendo la solidarietà internazionale scatenata dall’attacco del 7 ottobre. E, ancor più importante, il sostegno incondizionato di tanti alleati: Stati Uniti per primi. Lo spiegava bene ieri su Maariv l’editorialista Ben Caspit: «Il fatto che Khan abbia messo insieme assassini di massa nazisti come Sinwar e Deif e leader eletti di un Paese (ancora) democratico come Netanyahu e Gallant, mina la credibilità sua e dell’istituzione che guida. Ma le scelte fatte da Netanyahu dopo la sua rielezione hanno contribuito significativamente a questo. Chiunque va a letto con gente come Ben Gvir e Smotrich si sveglia con un mandato di arresto: è semplice», ha scritto. Concetto espresso anche da Ben-Dror Yemini su Yedioth Ahronoth: «L’uomo che ha deciso di mettere la Sicurezza nazionale nelle mani di Ben Gvir e l’amministrazione della Giudea e della Samaria (Cisgiordania, ndr) in quelle di Smotrich non può sorprendersi del fatto che il credito internazionale del suo governo si sia esaurito: né di aver ricevuto un pugno sul naso».

Sono gli stessi temi — l’alleanza con la parte più estrema dello spettro politico israeliano e le conseguenze che questa ha portato su tutta la società — che sabato scorso Gantz ha toccato nel discorso in cui ha dato a Netanyahu il suo ultimatum: un cambio di passo entro l’8 di giugno (sostanzialmente, leggendo attraverso le sue richieste, una rottura con l’ultradestra) o l’abbandono del gabinetto di guerra da parte sua e di Gadi Eisenkot. Gli stessi che tornerà probabilmente a ribadire nelle prossime settimane, con o senza una campagna elettorale all’orizzonte, nel tentativo di fidelizzare quella parte dell’elettorato che chiede sicurezza (e dunque è pronta a votare un ex militare) e pugno duro con Hamas: ma rifiuta di sposare le posizioni più estreme della destra. Gantz ieri è rimasto in silenzio, dopo essersi unito lunedì sera al coro delle condanne verso Khan. Ma quello che dirà quando tornerà a parlare è già scritto: se Israele è arrivato al punto di essere considerato un pariah a livello internazionale è per le scelte di Netanyahu.

Il primo ministro da parte sua userà questa vicenda per cercare di riprendere una parte dei consensi del suo elettorato tradizionale, che si era allontanato da lui nelle prime settimane dopo l’attacco di Hamas. Lo ha reso chiaro già lunedì sera, quando ha detto: «Prometto che la Corte penale internazionale non impedirà a Israele di sconfiggere Hamas». Tradotto: pago il prezzo di aver difeso il Paese, non ho intenzione di fermarmi davanti a chi ci vuole vedere sconfitti. Troppo presto per capire se e quanto questo gli farà guadagnare in termini di voti, ma da settimane i numeri mostrano che la linea dura lo sta, lentamente ma costantemente, premiando fra gli elettori laici di centro e di destra.

È su questo, più che sulla sostanza delle accuse lanciate da Khan riguardo alla gestione della campagna militare che il dibattito pubblico israeliano si evolverà nelle prossime settimane in vista di elezioni che prima o poi dovranno arrivare: polarizzando il Paese ancora di più di quanto non sia già adesso.

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