L’Europa si spacca sulla Corte penale internazionale. E la Russia ora critica i “doppi standard dell’Occidente”
di Anais Ginori (Parigi) e Tonia Mastrobuoni (Berlino)L’Europa avanza divisa nelle reazioni sulla richiesta del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia che ha invocato mandati di cattura per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per il capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar, il capo delle Brigate Qassam, Mohammed Deif, e il leader all’estero Ismail Haniyeh. La Francia è stata tra i primi Paesi europei a commentare l’atto d’accusa, ribadendo il sostegno «all’indipendenza della Cpi». Una portavoce del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri, ha precisato che «riguardo a Israele, spetterà alla Camera preliminare della Corte pronunciarsi sui mandati, dopo aver esaminato gli elementi di prova avanzati dal Procuratore per giustificare le sue accuse, tenendo conto del principio di complementarietà e della possibile azione delle giurisdizioni israeliane».
Dalla Germania è arrivata invece una reazione molto diversa. Al ministero degli Esteri guidato dalla verde Annalen…
L’Europa avanza divisa nelle reazioni sulla richiesta del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia che ha invocato mandati di cattura per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per il capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar, il capo delle Brigate Qassam, Mohammed Deif, e il leader all’estero Ismail Haniyeh. La Francia è stata tra i primi Paesi europei a commentare l’atto d’accusa, ribadendo il sostegno «all’indipendenza della Cpi». Una portavoce del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri, ha precisato che «riguardo a Israele, spetterà alla Camera preliminare della Corte pronunciarsi sui mandati, dopo aver esaminato gli elementi di prova avanzati dal Procuratore per giustificare le sue accuse, tenendo conto del principio di complementarietà e della possibile azione delle giurisdizioni israeliane».
Dalla Germania è arrivata invece una reazione molto diversa. Al ministero degli Esteri guidato dalla verde Annalena Baerbock, la condanna contemporanea del premier israeliano Netanyahu e di Hamas non è andata proprio giù: «Dà il senso fuorviante di un’equiparazione». Le circostanze da esaminare, sostiene un portavoce del ministero, «sono molto diverse tra di loro». Mentre Hamas, ha sottolineato il portavoce, si è macchiata di un «massacro barbaro» il 7 ottobre, sta usando la popolazione civile come scudo umano, tiene prigionieri gli ostaggi israeliani catturati il giorno della mattanza «in condizioni indicibili», il governo israeliano «ha il diritto e il dovere di proteggere i suoi cittadini e di difenderli da eventi del genere». Anche se è chiaro, ha concluso il portavoce di Baerbock, che i diritti umani «devono essere rispettati».
Parigi e Berlino non si sono evidentemente coordinate, anche se ieri il ministro Stéphane Sejourné ha corretto il tiro, invitando a non mettere sullo stesso piano Israele e Hamas. «Non sono equivalenti» ha sottolineato Sejourné, raggiungendo così la posizione espressa lunedì sera dal suo omologo italiano, Antonio Tajani. Sejourné ha ricordato che Hamas è «un gruppo terroristico che celebra gli attacchi del 7 ottobre» mentre Israele è «uno stato democratico che deve rispettare il diritto internazionale nella condotta di una guerra che non ha iniziato».
La spaccatura che si apre in Europa potrebbe essere fatale per la tenuta del tribunale internazionale istituito nel 1998 con lo Statuto di Roma ed entrato in vigore nel 2002. Con conseguenze che non sfuggono al regime di Mosca, che si è affrettato a criticare presunti «doppi standard dell’Occidente sul lavoro della Corte che l’anno scorso ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin accusandolo di deportazione di bambini nell’Ucraina invasa dalle truppe russe.
E se a Madrid il ministro degli Esteri ribadisce «l’impegno a favore della Corte penale internazionale per il suo lavoro cruciale», a Budapest il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha definito «assurda e vergognosa» la decisione del procuratore della Cpi. Lunedì sera, il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, aveva semplicemente «preso atto» della decisione, ricordando che «tutti gli Stati che hanno ratificato lo Statuto della Cpi sono obbligati a eseguire le decisioni della Corte». Se i giudici dell’Aia decidessero di emettere questi mandati d’arresto, in teoria tutti i 124 Stati membri della Corte sarebbero obbligati ad arrestare le persone in questione se si recassero sul loro territorio. Un portavoce del Servizio di Azione Esterna della Commissione europea ha precisato però qualche ora dopo: «Anche se gli arresti verranno confermati dalla camera pre-processo non significa un verdetto di condanna».