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Tra disincanto ed esultanza dopo la morte di Raisi, l’altro Iran che non si illude. “Qui può solo peggiorare”

(afp)
Sui social battute e meme sull’incidente ma nessuno scende in piazza per paura. E il voto del 28 giugno non alimenta speranze
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Il serpentone nero riempie il lungo viale di Tabriz, il cielo è grigio quando arriva il corteo che trasporta le bare di Raisi, Abdollahian e degli altri sei uccisi nello schianto dell’elicottero avvolte nella bandiera della Repubblica Islamica. Migliaia di persone, una folla enorme, piange il “martirio” dell’uomo pio, del presidente devoto, e lo stesso succede a Qom, la città santa dove Raisì da ragazzo studiò in seminario e dove la salma viene portata a sera per poi essere trasferita a Teheran, accolta dai più alti funzionari e ufficiali della Repubblica Islamica. È il cuore dell’Iran khomeinista che crede nella Rivoluzione e la protegge, anche riconoscendone gli errori. Tutt’intorno ci sono gli altri Iran.

Una massa silenziosa che segue con d…

Il serpentone nero riempie il lungo viale di Tabriz, il cielo è grigio quando arriva il corteo che trasporta le bare di Raisi, Abdollahian e degli altri sei uccisi nello schianto dell’elicottero avvolte nella bandiera della Repubblica Islamica. Migliaia di persone, una folla enorme, piange il “martirio” dell’uomo pio, del presidente devoto, e lo stesso succede a Qom, la città santa dove Raisì da ragazzo studiò in seminario e dove la salma viene portata a sera per poi essere trasferita a Teheran, accolta dai più alti funzionari e ufficiali della Repubblica Islamica. È il cuore dell’Iran khomeinista che crede nella Rivoluzione e la protegge, anche riconoscendone gli errori. Tutt’intorno ci sono gli altri Iran.

Una massa silenziosa che segue con distacco, e un altro pezzo di società che invece esulta per la scomparsa di un uomo considerato rappresentante di un apparato che censura e reprime.

«Non conosco nessuno che sia triste, e non conosco nessuno che pensi che le cose da domani miglioreranno, anzi possono solo peggiorare. A me dispiace solo che non abbiamo potuto avere giustizia», dice Nasim, 55 anni, insegnante, riferendosi al ruolo che Raisi, giovane viceprocuratore, ebbe nel comitato dei 4 responsabile di aver deciso l’esecuzione di centinaia di oppositori e dissidenti alla fine della guerra con l’Iraq, nel 1988. «Ma non solo – si accende Shabnan, 42 anni, commerciante - è stato responsabile di condanne dure quando ci furono le proteste del 2019 e lui era capo della magistratura e il suo governo ha usato la violenza per reprimere le proteste per Mahsa Amini».

Ahmad, che lavora nel mondo della cultura a Teheran, come molti la legge con disincanto: «Le persone continuano la loro vita come al solito e hanno persino fatto battute esilaranti sull’incidente sui social media. Ma non c’è nessuna rivolta di sorta, scendere in piazza ha costi alti ora per le persone. Potrebbero farlo per ragioni economiche non per la politica!». Lo sanno tutti, dice, «che l’intera elezione presidenziale è in realtà un gioco politico tra pochi. Con o senza presidente, non fa differenza finché c’è il leader supremo che tutto decide».

In realtà, la partita per la presidenza influenzerà non solo le vite degli iraniani ma anche le dinamiche per la successione a Khamenei. La questione principale ora è la partecipazione: elezioni aperte o chiuse? A questa parte della società iraniana non sembra interessare. «Non si sa chi sostituirà Raisi, ma non c’è ansia di saperlo perché quello che sappiamo benissimo è che sarà simile al capo supremo, un altro fondamentalista – chiosa Shabnan - non abbiamo nessuna speranza in un cambiamento».

Nasim si prende qualche secondo, resta in silenzio, poi si apre superando la paura di essere ascoltata: «Siamo arrivati al punto che le elezioni non hanno nessuna legittimità ai nostri occhi perché nelle ultime tornate hanno mostrato che chiunque la pensi in maniera vagamente diversa da loro, seppur equilibrata, senza estremismi, non può candidarsi».

Tra le ragazze del Movimento, quelle che hanno scelto la strada della disobbedienza civile, non tutte condividono le battute, i meme, la “gioia social” seguita allo schianto. Najme, 35 anni, per esempio, che va avanti per la sua strada con la chioma in bella vista. «Il mio stato d’animo in questo momento è molto complesso, sfumato. Capisco chi ha gioito perché ha a che fare con la rabbia, ma penso alla violenza in cui siamo immersi. Temo questa atmosfera, non mi piace, temo la rabbia dentro di me, non la voglio e cerco di combatterla. So che per certi versi è normale: siamo frustrati, subiamo la repressione. Siamo in un circolo di riproduzione della violenza perché non abbiamo regole per una vera giustizia, ma ci sto attenta: non sono i sentimenti per un essere umano giusto e una società progredita».

Il 28 giugno ci saranno nuove elezioni, pochi si aspettano una competizione aperta. «Sarà una resa dei conti interna al mondo conservatore», ci dice un analista politico di Teheran, tanto chiusa da allarmare anche una parte dell’apparato. Alcuni media di opposizione riferiscono che personaggi come lo speaker del Parlamento, il conservatore pragmatico Ghalibaf, l’ex presidente del Consiglio supremo di Difesa, Shamkani, l’ex speaker del Parlamento, il conservatore Ali Larijani, che in passato ha avuto posizioni sfumate anche sulla questione del velo, stiano facendo pressioni sull’ufficio di Khamenei perché non si spiani la strada all’ultraconservatore Saeed Jalili, una scelta che rischierebbe di alimentare ancora la rabbia.

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