L’ordine a Israele dalla Corte dell’Aia: “Fermate subito l’offensiva a Rafah”
di Anna Lombardi«Israele fermi immediatamente la sua offensiva militare nel governatorato di Rafah, e qualsiasi altra azione capace di infliggere al gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica, totale o in parte». È il cuore della nuova ordinanza imposta allo Stato ebraico dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il tribunale “globale”, emanazione delle Nazioni Unite, che ha il compito di dirimere le controversie fra Stati. Una decisione che si somma alla già lunga lista di “misure cautelari” imposte nell’ambito della causa intentata a fine dicembre dal Sudafrica, quando ha accusato formalmente Israele di aver violato i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948.
«La situazione si è ulteriormente deteriorata», ha dunque affermato Nawaf Salem — il giudice libanese che presiede la Cig, ex presidente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu — leggendo la nuova disposizione. Sollecitata, ancora una volta, dal Sudafrica: che…
«Israele fermi immediatamente la sua offensiva militare nel governatorato di Rafah, e qualsiasi altra azione capace di infliggere al gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica, totale o in parte». È il cuore della nuova ordinanza imposta allo Stato ebraico dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il tribunale “globale”, emanazione delle Nazioni Unite, che ha il compito di dirimere le controversie fra Stati. Una decisione che si somma alla già lunga lista di “misure cautelari” imposte nell’ambito della causa intentata a fine dicembre dal Sudafrica, quando ha accusato formalmente Israele di aver violato i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948.
«La situazione si è ulteriormente deteriorata», ha dunque affermato Nawaf Salem — il giudice libanese che presiede la Cig, ex presidente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu — leggendo la nuova disposizione. Sollecitata, ancora una volta, dal Sudafrica: che ha richiesto il nuovo intervento dei giudici lo scorso 10 maggio, dopo che l’esercito israeliano ha imposto un’ennesima evacuazioni al milione di rifugiati a Rafah, al fine di proseguire le operazioni militari anche nella cittadina più a Sud della Striscia, dove, secondo informazioni d’intelligence, sarebbero assembrati gli irriducibili di Hamas. Migliaia di persone che già avevano perso tutto sono state costrette a rimettersi in marcia: verso la spiaggia di Al Mawasi, tendopoli priva di strutture sanitarie dove è difficile far giungere cibo e medicinali.
«La Corte non è convinta che gli sforzi di evacuazione e le relative misure che Israele afferma di aver intrapreso per rafforzare la sicurezza dei civili nella Striscia di Gaza e in particolare di quelli recentemente sfollati dal governatorato di Rafah siano sufficienti ad alleviare l’immenso rischio cui è esposta la popolazione palestinese a causa dell’offensiva militare in quell’area», hanno dunque scritto i magistrati, citando ampiamente i rapporti di funzionari dell’Onu, dal segretario generale António Guterres al direttore dell’Unrwa — l’agenzia per i rifugiati palestinesi — Philippe Lazzarini. Richiedendo per questo allo Stato ebraico anche di «tenere aperto il valico di Rafah per l’ingresso di aiuti»; «consentire l’ingresso nella Striscia degli investigatori delle Nazioni Unite affinché indaghino sulle accuse di genocidio»; «produrre entro un mese un dossier che dimostri l’ottemperanza alle richieste». Un pacchetto approvato con una maggioranza di 13 a 2: contrari l’ugandese Julia Sebutinde (che a gennaio fu l’unica a pronunciarsi contro tutte le misure, tanto che perfino il governo del suo Paese prese le distanze da lei) insieme al giudice israeliano nominato ad hoc Aharon Barak.
Certo, non è il cessate il fuoco in cui molti speravano. E per quanto le decisioni della Cig siano vincolanti, l’istituzione non ha un braccio esecutivo e dunque non ha modo di applicarle. Ma, notano gli esperti, già solo il modo in cui l’ordinanza è formulata aumenta la pressione su Israele, sempre più isolato a livello internazionale. La frase “portare alla distruzione fisica, totale o in parte del gruppo palestinese” echeggia infatti quel “criterio quantitativo” che è la chiave della Convenzione sul genocidio, e sembra in qualche modo indicare che la Corte sia propensa a condividere l’accusa sudafricana.
Per di più arriva nella stessa settimana in cui Karim Khan, procuratore capo della “sorella” Corte Penale Internazionale (dove ci si occupa delle responsabilità di singoli accusati di crimini di guerra e contro l’umanità) ha chiesto cinque mandati di arresto: per i leader di Hamas responsabili della strage del 7 ottobre. E per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant. Seguito poi dall’annuncio di Spagna, Irlanda e Norvegia di voler riconoscere lo “Stato palestinese”, dopo che l’Assemblea delle Nazioni Unite aveva approvato una risoluzione in tal senso.
Se Israele ignorerà la nuova richiesta, la questione potrebbe approdare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: che a marzo ha finalmente votato una risoluzione di cessate il fuoco grazie all’astensione strategica degli Stati Uniti. Nuove dinamiche si metterebbero in moto, con gli americani, alle prese con la campagna elettorale, costretti a studiare una qualche nuova mossa.