Cappellini Maga, insulti a Biden e foto segnaletiche, il comizio di Trump al Bronx in cerca del voto di neri e ispanici
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - "Sapete chi soffre di più per i milioni di immigrati illegali che arrivano nel nostro Paese? Voi. Ispanici e afro americani, perché perdete il lavoro, la casa, la scuola per i vostri figli, l’accesso agli ospedali". Tutto si può dire di Donald Trump, tranne che non abbia la capacità di girare a suo favore i temi che lo aiutano a vincere le elezioni, aizzando la reazione emotiva degli elettori a cui punta. Si capisce guardandolo in azione al Crotona Park del South Bronx, non esattamente il luogo dove ti aspetteresti di vedere il candidato repubblicano alla Casa Bianca che tiene un comizio.
Però siccome è costretto a non lasciare New York per via del processo "Stormy Daniels", invece di perdere tutto il tempo appresso ai suoi guai legali, ha deciso di organizzare questa uscita in pieno territorio nemico. Scopo dichiarato: erodere il consenso del presidente Biden tra neri e ispanici, togliendogli voti essenziali…
NEW YORK - "Sapete chi soffre di più per i milioni di immigrati illegali che arrivano nel nostro Paese? Voi. Ispanici e afro americani, perché perdete il lavoro, la casa, la scuola per i vostri figli, l’accesso agli ospedali". Tutto si può dire di Donald Trump, tranne che non abbia la capacità di girare a suo favore i temi che lo aiutano a vincere le elezioni, aizzando la reazione emotiva degli elettori a cui punta. Si capisce guardandolo in azione al Crotona Park del South Bronx, non esattamente il luogo dove ti aspetteresti di vedere il candidato repubblicano alla Casa Bianca che tiene un comizio.
Però siccome è costretto a non lasciare New York per via del processo "Stormy Daniels", invece di perdere tutto il tempo appresso ai suoi guai legali, ha deciso di organizzare questa uscita in pieno territorio nemico. Scopo dichiarato: erodere il consenso del presidente Biden tra neri e ispanici, togliendogli voti essenziali per la sua rielezione.
All’ingresso non ci sono le folle oceaniche dei comizi negli stati amici, ma comunque c’è gente che avrà fatto almeno un’ora di fila per entrare, se non di più. La tipologia è quella abituale, con i cappellini rossi da baseball stile Maga, le magliette che insultano Biden o chiedono ancora di mettere in galera Hillary Clinton, e tutti gli accessori del popolo trumpista. La differenza sta nella composizione etnica dei sostenitori, che non sono i soliti bianchi della classe media o bassa.
Si tratta della gente del South Bronx, cioè in prevalenza ispanici e neri. Quando si era candidato Barack Obama, qui aveva preso oltre il 90% dei voti. Biden è calato un po’, ma restando comunque su percentuali bulgare. Eppure Trump è venuto a sfidarli proprio in casa loro: "Prima di venire - dice salendo sul palco - mi ero chiesto che accoglienza avrei ricevuto. La gente mi odierà? Mi assalterà? Assolutamente no: questa è una festa dell’amore. Guardate quanti siete, è incredibile".
Come al solito esagera, però è vero che la gente è venuta, e invece di rinfacciargli i soldi pagati alla porno star per nascondere la loro relazione extraconiugale, lo esaltano come un eroe. "New York - attacca lui - è la città più bella e viva del mondo, ma è in declino. Drogati, homeless, criminali, sta precipitando perché i democratici che la governano non hanno idea di cosa fare. Ma state tranquilli: quando io tornerò alla Casa Bianca, verrò ad aiutarvi. Anche se il sindaco e il governatore di New York saranno democratici, tenderò loro la mano per ricostruire questa città. A partire dalla metropolitana, così malmessa che sembra come se non la puliscano dal 1932".
Il discorso comincia con le consuete contumelie contro Biden: "È il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti. Si perde sul palco ogni volta che fa uno dei suoi discorsi lunghi un paio di minuti, non sa neppure di essere vivo. L’unico contento di averlo alla Casa Bianca è Jimmy Carter, perché a confronto lo fa sembrare un gigante". Poi seguono le rivendicazioni dei successi che avrebbe avuto, se fosse rimasto presidente: "Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina, la guerra a Gaza non sarebbe esplosa, e l’inflazione sarebbe rimasta sotto il 2%". Facile a dirsi, perché è impossibile provare il contrario, anche se la crisi economica da cui sono derivati tutti i problemi attuali degli Stati Uniti l’ha provocata la pandemia di Covid, mal gestita dalla sua amministrazione.
Siccome si sente a casa, Donald dilaga e il discorso si prolunga per un paio di ore. Racconta la storia di suo padre, come ha aggiustato l’ovale per il pattinaggio sul ghiaccio, il fallimento di un amico costruttore, qualsiasi cosa. Tanto la gente applaude comunque. Poi lancia l’affondo sugli immigrati illegali e il pubblico risponde urlando "build the wall", costruisci il muro lungo il confine col Messico. Missione compiuta, dunque: gli immigrati ispanici del Bronx, legali o illegali che siano, gli chiedono di alzare un muro per impedire ad altri immigrati ispanici di fare la stessa cosa che loro avevano fatto qualche tempo fa. Darwinismo sociale allo stato puro.
Che Trump vinca le elezioni presidenziali al Bronx, o conquisti la città e lo stato di New York, resta assai improbabile. Però la sfacciataggine che ha avuto nel venire a sfidare Biden sul suo terreno, e la risposta ricevuta, fanno pensare che nel resto del paese si stiano rimettendo in moto le dinamiche con cui nel 2016 aveva conquistato la Casa Bianca.