Tunisi, tra i manifestanti che si oppongono alla deriva autoritaria di Saied: “Meloni complice del dittatore”
di Leonardo MartinelliTUNISI – “Saied figlio bastardo degli italiani”. E “Meloni complice del dittatore”. Sono solo alcuni degli slogan urlati per le strade di Tunisi, nel tardo pomeriggio di venerdì, da una folla costituita perlopiù da giovani, che avanzava per le strade della città. L’Italia e la sua premier, l’amica di Kais Saied, il presidente tunisino, all’origine di una deriva autoritaria sempre più accelerata, erano in cima alle preoccupazioni dei manifestanti, lo sfogo della loro rabbia. Il corteo era stato indetto dopo gli arresti degli ultimi giorni di giornalisti, avvocati e rappresentanti della società civile. Ma la rabbia si è subito scaricata sull’Italia, che attraverso Meloni (ha effettuato quattro visite a Tunisi in poco meno di un anno) tiene attivo un ultimo legame di Saied all’Europa.
TUNISI – “Saied figlio bastardo degli italiani”. E “Meloni complice del dittatore”. Sono solo alcuni degli slogan urlati per le strade di Tunisi, nel tardo pomeriggio di venerdì, da una folla costituita perlopiù da giovani, che avanzava per le strade della città. L’Italia e la sua premier, l’amica di Kais Saied, il presidente tunisino, all’origine di una deriva autoritaria sempre più accelerata, erano in cima alle preoccupazioni dei manifestanti, lo sfogo della loro rabbia. Il corteo era stato indetto dopo gli arresti degli ultimi giorni di giornalisti, avvocati e rappresentanti della società civile. Ma la rabbia si è subito scaricata sull’Italia, che attraverso Meloni (ha effettuato quattro visite a Tunisi in poco meno di un anno) tiene attivo un ultimo legame di Saied all’Europa.
La collera era anche contro un Paese che non muove foglia, mentre da questa parte del Mediterraneo si finisce in carcere per un niente, vedi l’avvocatessa Sonia Dahmani, che l’11 maggio è stata arrestata per aver fatto un briciolo di ironia sulla Tunisia di Saied. Durante un talk show sulla tv Carthage Plus, dove si discuteva dei migranti subsahariani, che arrivano qui per imbarcarsi verso Lampedusa, qualcuno aveva notato come in realtà loro volessero stabilirsi in Tunisia. E allora Dahmani aveva commentato: “Ma di quale paese straordinario stiamo parlando?”. Sì, di una Tunisia in preda a una crisi economica senza fine, dove non sembra proprio invitante venire a vivere... Per quella battuta, una domanda retorica, lei è ancora agli arresti e deve essere giudicata.
Intanto, due noti giornalisti radiofonici, Borhen Bssais e Mourad Zeghidi, sono stati arrestati e già condannati mercoledì a un anno di carcere, per aver espresso le proprie opinioni (pure nel loro casi, assai ordinarie e senza virulenza). Un altro avvocato, Mehdi Zagrouba, è stato arrestato e, secondo la Lega tunisina dei diritti umani, sarebbe stato picchiato e torturato durante gli interrogatori. Assieme all’Omct (l’Organizzazione mondiale di lotta contro la tortura) la Lega ha chiesto che l’uomo sia sottoposto a “un esame medico-legale per documentare le tracce fisiche e psicologiche delle sevizie”.
Dopo questi eccessi, gli Usa hanno protestato e chiesto spiegazioni ai vertici dello Stato tunisino (lo avevano già fatto nel passato) e così anche l’Ue (parlamentari europei avevano già contestato il rispetto della libertà d’espressione, ma mai Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione, che a Tunisi è venuta in visita con Meloni). Anche la Francia (che mai aveva osato criticare Saied) ha pubblicato un comunicato che va nello stesso senso. Dall’Italia, invece, niente di niente. Saied ama ricordare, con ammirazione, che Meloni è una che “dice ad alta voce quello che gli altri non osano dire”. Ma nelle sue trasferte a Tunisi, la premier italiana non ha mai osato (o voluto) pronunciare le parole “diritti umani” nei propri discorsi ufficiali.
Ieri sera, per le strade di Tunisi, i manifestanti scandivano pure lo slogan “abbasso il decreto”. Si tratta del decreto 54, promulgato da Saied il 13 settembre 2022. È un provvedimento che vuole combattere la diffusione di fake news (e con pene molto dure, fino a cinque anni di carcere). In realtà il testo, che ha rappresentato la base anche per la condanna dei giornalisti Bssais e Zeghidi, serve soprattutto a colpire le voci che si ergono contro Saied e compagnia. Basta un post su Facebook o la condivisione di una notizia “sospetta” (vedi, una semplice critica al presidente) per finire in prigione.
Lo sa bene Haythem Mekki, giornalista molto conosciuto e seguito soprattutto dai giovani. Aveva condiviso sui social alcune foto dell’obitorio dell’ospedale di Sfax, piene di cadaveri di migranti subsahariani ritrovati in mare. Hanno fatto il giro del mondo e sono state pubblicate anche da La Repubblica. Ebbene, Mekki rischia il carcere per averle condivise su Facebook. Ieri ha partecipato alla manifestazione. Ha spiegato che il decreto “serve a far tacere tutte le voci giudicate indesiderabili da parte del potere”.
Secondo il Snjt, il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini, in un anno e mezzo il decreto 54 ha permesso di avviare procedimenti giuridici contro più di sessanta persone, tra cui giornalisti, avvocati e oppositori a Saied. Che dovrà affrontare le nuove elezioni presidenziali nel prossimo autunno, in questo clima di repressione e paura. E, soprattutto, praticamente con tutti i suoi principali oppositori e possibili contendenti in carcere, dopo una serie di retate iniziate nel febbraio dell’anno scorso.
Ieri sera a manifestare erano in poco più di 400. Si dirà, non un numero elevato. Ma in un Paese dove esprimere la propria opinione è diventato sempre più rischioso, erano già in tanti, piccoli-grandi eroi, circondati da rappresentanti della polizia, in uniforme o in abiti civili, lì per curiosare. Riusciranno questi giovani a scatenare anche la rabbia del tunisino medio? Che sembra troppo preso dalle preoccupazioni quotidiane (come arrivare alla fine del mese) per scendere in piazza. E poi Saied resta popolare tra i ceti più poveri e nelle regioni interne del paese, dove il ritornello ricorrente è che “non lo lasciano lavorare” (gli altri politici? Le potenze straniere?). Secondo una giovane militante, presente alla manifestazione (ma che non vuole essere identificata), “un giorno o l’altro i tunisini si sveglieranno. Saied non ha risolto i problemi del paese, soprattutto quelli economici, che sono gravi. A un certo momento la gente se ne renderà conto. Sarà come la rivoluzione del 2011: prima o poi, succederà. Ora sulla libertà di espressione non si muovono, ma quando non ci sarà più da mangiare per i loro figli, si muoveranno”.