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Washington cauta, il verdetto dell’Aia può diventare un’arma in più per fare pressione su Netanyahu

(reuters)
Tra i giudici della Corte internazionale di giustizia che hanno votato a favore del dispositivo c’è anche Sarah Cleveland, nominata da Joe Biden
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NEW YORK - La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, massimo tribunale dell’Onu, non è la Corte Penale Internazionale, a cui diversi Paesi come gli Usa non hanno mai aderito. Quindi il suo giudizio non solo non può essere liquidato con la stessa facilità, ma potrebbe anche essere usato da Washington dietro le quinte per aumentare la pressione sul premier israeliano Netanyahu, affinché accetti le proposte americane per mettere fine alla guerra a Gaza.

A dicembre il Sudafrica aveva denunciato Israele, accusandolo di genocidio. Nell’ambito di questo procedimento, ancora in corso, l’ICJ ieri ha emesso un giudizio parziale sugli ultimi eventi, chiedendo di fermare immediatamente l’offensiva su Rafah o qualsiasi altra azione che possa infliggere ai palestinesi di Gaza la distruzione fisica. Fra i tredici giudici che hanno votato a favore c’è anche Sarah Cleveland, nominata dall’amministrazione Biden. Questo non significa che Washington abbia favorito il verdetto, ma per certi versi…

NEW YORK - La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, massimo tribunale dell’Onu, non è la Corte Penale Internazionale, a cui diversi Paesi come gli Usa non hanno mai aderito. Quindi il suo giudizio non solo non può essere liquidato con la stessa facilità, ma potrebbe anche essere usato da Washington dietro le quinte per aumentare la pressione sul premier israeliano Netanyahu, affinché accetti le proposte americane per mettere fine alla guerra a Gaza.

A dicembre il Sudafrica aveva denunciato Israele, accusandolo di genocidio. Nell’ambito di questo procedimento, ancora in corso, l’ICJ ieri ha emesso un giudizio parziale sugli ultimi eventi, chiedendo di fermare immediatamente l’offensiva su Rafah o qualsiasi altra azione che possa infliggere ai palestinesi di Gaza la distruzione fisica. Fra i tredici giudici che hanno votato a favore c’è anche Sarah Cleveland, nominata dall’amministrazione Biden. Questo non significa che Washington abbia favorito il verdetto, ma per certi versi non si allontana da quello che gli americani dicono ormai da diversi mesi. Lo si legge anche nell’interpretazione data dal giudice tedesco Georg Nolte, secondo cui "la misura è condizionata dalla necessità di prevenire condizioni di vita che potrebbero portare alla distruzione fisica dei palestinesi a Gaza." Ciò lascia presumere che le operazioni militari mirate contro Hamas potrebbero proseguire, come peraltro ha sempre sostenuto Washington, se verrà garantita la protezione dei civili. Il segretario generale dell’Onu Guterres, secondo il portavoce Stephane Dujarric, ha notato che le decisioni della Corte "sono vincolanti" e "confida che siano debitamente rispettate dalle parti". Così il sistema del Palazzo di Vetro, spesso accusato di avere un pregiudizio contro lo Stato ebraico, ha la copertura per aumentare la pressione.

Il segretario di Stato Blinken ha discusso con la leadership israeliana "gli sviluppi legali", quindi tanto la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, quanto le incriminazioni annunciate dal procuratore della Corte Penale Internazionale. Nello stesso contesto ha sottolineato "l’importanza della situazione umanitaria a Gaza", linguaggio usato da Washington proprio per spingere il cessate il fuoco, che il direttore della Cia Burns è tornato a negoziare in queste ore in Europa con i mediatori del Qatar.


Il presidente Biden aveva rifiutato l’incriminazione di Netanyahu da parte del procuratore della Corte Penale Internazionale, di cui gli Usa non fanno parte, come atto illegittimo. Il discorso però è diverso per la ICJ, perché è il massimo tribunale dell’Onu. Le sue sentenze sono vincolanti, anche se non ha il potere di imporne il rispetto. Questo giudizio quindi non può essere liquidato con la facilità con cui è stato bocciato il provvedimento della CPI, accresce l’isolamento internazionale di Israele, e potrebbe essere usato per presentare al Consiglio di Sicurezza una nuova risoluzione per il cessate il fuoco. Il 25 marzo il massimo organismo del Palazzo di Vetro aveva già approvato un provvedimento per la tregua, con l’astensione degli Stati Uniti. Il mancato uso del veto era stato un primo segnale dell’insoddisfazione di Washington, che ora potrebbe tornare a premere su Netanyahu affinché non lanci l’offensiva totale su Rafah e accetti la soluzione negoziale promossa dagli americani, che prevede la fine del conflitto, il rilascio degli ostaggi e la ripresa del percorso verso lo Stato palestinese, in cambio della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita.
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Il timore dell’amministrazione Biden è che Netanyahu sia comunque deciso a prolungare il conflitto il più possibile, nella speranza di favorire la rielezione di Trump, che riporterebbe la Casa Bianca su posizioni a lui più favorevoli. Infatti lo Speaker repubblicano Johnson lo ha invitato a parlare al Congresso. La sentenza dell’Aja però potrebbe complicare questo gioco, aiutando invece Biden a promuovere la sua linea.

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