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Insubordinazione nell’Idf: dopo il rogo del corano, il video di un soldato minaccia l’ammutinamento di 100 mila riservisti

Un uomo in divisa israeliana e con il volto coperto si è fatto riprendere dentro un edificio diroccato, dichiara che riservisti sono pronti a disobbedire al ministro della Difesa Yoav Gallant. A ripostarlo anche il figlio di Netanyahu
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TEL AVIV — Il gesto è orrendo e riporta all’ora più buia del Novecento. Un libro gettato al rogo con spregio, la combustione rapida della carta scritta, il sorriso strafottente di chi vuol provocare. Un libro, e non uno qualunque: quello più sacro per i musulmani. È accaduto a Rafah, pochi giorni fa. Un soldato israeliano della brigata Givati, dopo un’incursione all’interno di una moschea, ha trovato un Corano, ha chiesto a un commilitone di accendere la telecamera del telefono e si è fatto riprendere mentre lo dava alle fiamme. Non contento, ha postato il filmato sulla sua pagina Instagram. Corano burning.

Insubordinazione di massa

Ci ha messo poco a diventare virale sui social, prima su quelli israeliani poi su quelli palestinesi, innescando le leve del comprensibile risentimento. Mentre lo Stato maggiore delle forze armate annunciava l’apertura di un’inchiesta disciplinare, in poche ore hanno preso a circolare altre scene di oltraggio in servizio con protagoniste le truppe d…

TEL AVIV — Il gesto è orrendo e riporta all’ora più buia del Novecento. Un libro gettato al rogo con spregio, la combustione rapida della carta scritta, il sorriso strafottente di chi vuol provocare. Un libro, e non uno qualunque: quello più sacro per i musulmani. È accaduto a Rafah, pochi giorni fa. Un soldato israeliano della brigata Givati, dopo un’incursione all’interno di una moschea, ha trovato un Corano, ha chiesto a un commilitone di accendere la telecamera del telefono e si è fatto riprendere mentre lo dava alle fiamme. Non contento, ha postato il filmato sulla sua pagina Instagram. Corano burning.

Insubordinazione di massa

Ci ha messo poco a diventare virale sui social, prima su quelli israeliani poi su quelli palestinesi, innescando le leve del comprensibile risentimento. Mentre lo Stato maggiore delle forze armate annunciava l’apertura di un’inchiesta disciplinare, in poche ore hanno preso a circolare altre scene di oltraggio in servizio con protagoniste le truppe dell’Israeli defence forces durante i sette mesi di caccia ad Hamas: un fante che finge di leggere in un locale dell’università Aqsa a Gaza City quando alle sue spalle bruciano gli scaffali di una libreria, un paio di militari che si mettono in posa davanti a un edificio colpito di Gaza su cui hanno appena scritto con la bomboletta spray “nakba 2023”, soldati che si fanno i selfie nell’atto di depredare i negozi della Striscia, altri soldati che penetrano in case evacuate, rovistano negli armadi in cerca di capi di intimo e lingerie per indossarli a favore di telefonino.

La galleria della vergogna è lunga e malamente variopinta, comprende episodi anche più degradanti che violano la Convenzione di Ginevra, come nel caso di quei prigionieri palestinesi, sempre «sospetti terroristi» secondo l’Idf, denudati, umiliati, derisi e avvolti con la forza nella bandiera israeliana. Accade anche in Cisgiordania, non solo nella Striscia. La galleria si è arricchita, è notizia di ieri, della minaccia di una insubordinazione di massa: un uomo in divisa israeliana e con il volto coperto si è fatto riprendere dentro un edificio diroccato, si proclama «fedele solo a Netanyahu» e dichiara che centomila riservisti sono pronti a disobbedire al ministro della Difesa Yoav Gallant, anche a costo della vita, «perché non siamo disposti a ridare le chiavi di Gaza ad alcuna autorità palestinese», «perché staremo qui fino alla vittoria», «perché, Gallant, tu sei incapace di vincere». Filmato postato venerdì sera, poche ore prima dell’annuncio della ripresa del negoziato sugli ostaggi e il cessate il fuoco e la diffusione delle immagini di altri tre prigionieri israeliani morti da parte di Hamas. Il video del soldato ribelle è stato rilanciato anche dall’account di Yair Netanyahu, il figlio del premier israeliano, nonostante diffondere incitamenti all’ammutinamento sia un reato. L’Idf sta cercando di identificare l’uomo mascherato.

"Episodi gravi”

Ogni volta parte l’annuncio di un’inchiesta interna. «Sono episodi gravi contrari ai nostri valori e ai codici di condotta», riferiscono in via ufficiale le forze armate dello Stato ebraico. «Noi rispettiamo tutte le religioni e condanniamo totalmente questi comportamenti». Foto, post e video di prassi finiscono sulla scrivania dell’avvocato generale dell’esercito, che ha il grado di generale maggiore (inferiore solo al Capo di stato maggiore): dal 7 Ottobre ha aperto «centinaia di fascicoli» trovando elementi per sostenere l’accusa di comportamento contrario al codice militare «in dozzine di casi». Come finiscano le indagini disciplinari non è proprio chiaro perché l’esito quasi mai viene comunicato. Ori Givati, militare in congedo e membro di Breaking the Silence, organizzazione che ha l’obiettivo di portare alla luce gli abusi nell’esercito israeliano, alla Bbc ha detto che è la retorica dei ministri di estrema destra a incoraggiarli. «Non ci sono vere ripercussioni per i protagonisti di quei gesti e la cultura dominante nell’esercito quando si tratta di palestinesi insegna a considerarli solo come obiettivi, non come esseri umani».

Gli oltraggi in servizio continuano, documentati con orgoglio dagli stessi autori che evidentemente si sentono talmente protetti da permettersi di pubblicare sui social foto e video fatti illegalmente durante le operazioni militari a Gaza. Settimane fa Daniel Hagari, il portavoce dell’Idf, aveva chiesto pubblicamente ai commilitoni di non usare in modo improprio il telefonino, riprendendo cose non utili ai comandi. Fiato sprecato.

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