Razzi da Rafah sul centro di Tel Aviv: Hamas provoca dopo l’ordine dell’Aia
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV — Gli otto razzi lanciati da Hamas su Tel Aviv (non accadeva da quattro mesi), partiti da Rafah, più che una reale minaccia costituiscono un messaggio. Di più: una provocazione. Non è col metro militare che vanno valutati, dato che sette sono stati intercettati dall’Iron Dome e l’ottavo è finito su Herzalyia sfasciando il tetto di una casa e ferendo una donna. Gli israeliani, soprattutto coloro che vivono vicino alla Striscia di Gaza o al Nord, sono abituati a sentire le sirene e a vedere in cielo gli arabeschi di fumo della poderosa contraerea. Tuttavia, l’obiettivo e la tempistica scelti dai miliziani non sono casuali: l’attacco arriva alla fine di una settimana in cui l’operazione militare delle Israeli defence forces (Idf) a Rafah è stata al centro dell’ordine della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite. E il governo dello Stato ebraico, come vedremo, attraversa una fase politica assai delicata.
«Abbiamo lanciato un grande assalto missilistico su Tel A…
TEL AVIV — Gli otto razzi lanciati da Hamas su Tel Aviv (non accadeva da quattro mesi), partiti da Rafah, più che una reale minaccia costituiscono un messaggio. Di più: una provocazione. Non è col metro militare che vanno valutati, dato che sette sono stati intercettati dall’Iron Dome e l’ottavo è finito su Herzalyia sfasciando il tetto di una casa e ferendo una donna. Gli israeliani, soprattutto coloro che vivono vicino alla Striscia di Gaza o al Nord, sono abituati a sentire le sirene e a vedere in cielo gli arabeschi di fumo della poderosa contraerea. Tuttavia, l’obiettivo e la tempistica scelti dai miliziani non sono casuali: l’attacco arriva alla fine di una settimana in cui l’operazione militare delle Israeli defence forces (Idf) a Rafah è stata al centro dell’ordine della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite. E il governo dello Stato ebraico, come vedremo, attraversa una fase politica assai delicata.
«Abbiamo lanciato un grande assalto missilistico su Tel Aviv come risposta al massacro sionista dei civili», scrivono su Telegram le brigate al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Per l’Idf, invece, è la reazione nevrotica alla distruzione alcuni giorni fa di un importante sito di produzione di razzi nell’area di Rafah. Alle 2 del pomeriggio, quando a Tel Aviv si sono udite le prime esplosioni in aria, la gente per strada è corsa a ripararsi all’interno dei negozi e sotto terrazzi e tettoie. È durato pochi secondi. Frammenti di razzi intercettati sono piovuti sul quartiere settentrionale di Ra’anana e tra le città di Petah Tikva e Bnei Brak. Si contano tre feriti, tra cui due donne, di 52 e 30 anni.
Il primo messaggio recapitato è che i miliziani autori del massacro del 7 Ottobre sono ancora in grado di colpire a lunga distanza. Come a voler dire che, nonostante tutto, stanno resistendo e alla lunga trionferanno. «Ma è anche una provocazione da parte di un nemico che sa di non poter vincere sul campo di battaglia», spiegano gli analisti militari, «quindi provocano l’esercito di Israele, spingendolo a entrare pesantemente a Rafah, a colpire duro, così da generare le sanzioni dell’Onu per violazione dell’ordine della Corte dell’Aia e lo sdegno generale, aumentando l’isolamento dello Stato ebraico». Una lettura che pare corroborata dalle parole a caldo di Benny Gantz, ministro del Gabinetto di guerra e avversario politico di Netanyahu. «I tiri da Rafah dimostrano che l’Idf deve agire ovunque si trovi Hamas». Lo stesso Gantz ha chiesto l’apertura immediata, a conflitto ancora in corso, di un’inchiesta sul 7 Ottobre, cosa che mette non poco in difficoltà il premier, viste le macroscopiche responsabilità del governo e dell’apparato militare nella mancata difesa dei kibbutz.
I media israeliani, citando una fonte del governo, riportano che la ripresa dei colloqui con Hamas previsti per martedì al Cairo e gli sviluppi all’Aia stanno inducendo l’Idf a ridimensionare di molto le azioni a Rafah. «Continuerà a operare, ma in modo più contenuto», sostiene la fonte. Non è ciò che si raccoglie dal terreno: testimoni oculari denunciano un bombardamento nel quartiere ovest di Rafah, dove sarebbero morte diverse persone e due bambini. Anche l’italiana Gaia Giletta, infermiera di Medici senza Frontiere che si trova nell’area appena fuori dalla zona umanitaria, dice che tra sabato e domenica i raid hanno ucciso due famiglie e sette bambini. L’Idf nella tarda serata di ieri ha comunicato di aver distrutto il lanciatore di razzi di Rafah, spiegando che «la postazione era situata vicino a due moschee nell’area di Rafah e che è stata centrata in un raid subito dopo il lancio».
Emergono alcune frizioni sulla linea di Israele per un accordo sugli ostaggi con Hamas. Secondo l’emittente Channel 12, il maggiore generale Nitzan Alon, membro della squadra negoziale israeliana nei colloqui, ha detto a funzionari dell’Idf che l’attuale governo non consentirà la realizzazione di alcun accordo sui rapiti. Immediata la replica dell’Idf secondo cui le frasi sono state «estrapolate dal loro contesto». Anche l’ufficio del primo ministro è intervenuto: «Gli scontri all’interno della squadra negoziale non fanno altro che rafforzare la posizione di Hamas».