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Mosca apre a Kabul: pronta la rimozione dei talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche

L’annuncio della svolta imminente da parte del ministro degli Esteri Lavrov: “L'Afghanistan non ci è indifferente"
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MOSCA - I Talebani rappresentano il potere reale e “L'Afghanistan non ci è indifferente": con queste parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, la Russia inverte la rotta rispetto al movimento islamista, che dal 2003 è inserito nella lista di Mosca delle organizzazioni estremiste. In mattinata l’agenzia governativa Tass aveva battuto le dichiarazioni del direttore del dipartimento per l’Asia del Ministero degli Esteri, Zamir Kabulov, secondo il quale era stata suggerita al presidente Vladimir Putin la possibilità di escludere i talebani dalle organizzazioni bandite. Un passaggio senza il quale sarebbe “prematuro parlare di riconoscimento” della forza che di fatto è al potere. La valutazione “positiva” dei diplomatici è stata formulata in accordo con il Ministero della Giustizia.

Secondo il diplomatico la Russia sarebbe molto più vicina al riconoscimento del governo di Kabul rispetto al momento in cui il movimento è salito al potere in Afghanistan nel 2021. “Ci sono alcuni aspetti…

MOSCA - I Talebani rappresentano il potere reale e “L'Afghanistan non ci è indifferente": con queste parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, la Russia inverte la rotta rispetto al movimento islamista, che dal 2003 è inserito nella lista di Mosca delle organizzazioni estremiste. In mattinata l’agenzia governativa Tass aveva battuto le dichiarazioni del direttore del dipartimento per l’Asia del Ministero degli Esteri, Zamir Kabulov, secondo il quale era stata suggerita al presidente Vladimir Putin la possibilità di escludere i talebani dalle organizzazioni bandite. Un passaggio senza il quale sarebbe “prematuro parlare di riconoscimento” della forza che di fatto è al potere. La valutazione “positiva” dei diplomatici è stata formulata in accordo con il Ministero della Giustizia.

Secondo il diplomatico la Russia sarebbe molto più vicina al riconoscimento del governo di Kabul rispetto al momento in cui il movimento è salito al potere in Afghanistan nel 2021. “Ci sono alcuni aspetti che vanno risolti – ha dichiarato Kabulov – dopo, la leadership prenderà una decisione”.

La rimozione dei talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche sarà possibile solo con la decisione della Corte Suprema, lo stesso organo che l’ha inclusa nell’elenco oltre venti anni fa. Nella decisione la Corte precisò che il movimento estremista islamico manteneva legami con gruppi armati illegali operanti in Cecenia.

Questo, nonostante il fatto che le autorità russe abbiano mantenuto attivamente i contatti con i rappresentanti del movimento, accogliendo regolarmente sue delegazioni già prima del loro ritorno al potere. Nel novembre 2019 rappresentanti dei talebani a Mosca hanno incontrato il ministro degli Esteri Lavrov a margine di una conferenza. Da allora, delegazioni di talebani hanno regolarmente visitato la Russia. A marzo un gruppo di delegati guidati dal ministro ad interim dell'Industria e del Commercio dell'Afghanistan Nuriddin Azizi ha partecipato a un forum economico internazionale a Kazan e, stando alle informazioni diffuse dalla Tass, alcuni delegati del movimento sono attesi al Forum internazionale di San Pietroburgo, che si terrà dal 5 all'8 giugno prossimi.

Nel settembre 2021, poco dopo il ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan, il presidente Putin ha suggerì che un rapido rientro dei talebani “nella famiglia dei popoli civilizzati” potesse facilitare la ripresa dei contatti. Il mese successivo aprì alla possibilità di rimuovere le nuove forze al potere dall'elenco delle organizzazioni terroristiche, a patto che ciò avvenisse con decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu: “Queste decisioni devono essere prese nello stesso modo e nel modo in cui sono state prese prima, quando abbiamo incluso questo movimento sulla lista delle organizzazioni terroristiche".

L’apertura di Putin si era immediatamente riflessa nei media statali, che dal novembre 2021 hanno iniziato a trattare il movimento come gruppo "soggetto alle sanzioni delle Nazioni Unite”, non più soltanto come “organizzazione terroristica”. I media sono infatti tenuti a “etichettare” i materiali che contengono riferimenti al movimento dei talebani che, nonostante le aperture dei vertici politici, formalmente resta tra le “organizzazione vietate”. Per non ricadere nell’apologia di terrorismo, nel trattare l’argomento devono aggiungere a piè di pagina - o in sovrimpressione se si tratta di video – una specifica dicitura stabilita per legge. L’ultimo caso di incriminazione per apologia di terrorismo legata al movimento talebano risale solo all'inizio di maggio: sotto processo è finita la giornalista Nadezhda Kevorkova, che secondo il Comitato investigativo avrebbe giustificato le attività terroristiche dei talebani.

La repressione sul tema non ha risparmiato neanche i semplici cittadini. È il caso di Anvarzoda Osimjoni, già detenuto per altri reati, che mentre era ricoverato in un ambulatorio carcerario avrebbe tentato di promuovere ideologie estremiste tra gli altri pazienti in cura. La sua pena, che è stata prolungata di altri tre anni e mezzo, potrebbe così finire dopo il riconoscimento del nuovo gruppo al governo in Afghanistan.

Rischi simili riguardano tutte le imprese che stabiliscono contatti commerciali o realizzano progetti in Afghanistan. “La decisione di escludere i talebani dalla lista dei gruppi terroristici proibiti renderà legittimo qualsiasi attività di questo genere”, ha spiegato Aleksandr Knjazev, docente alla Facoltà di Relazioni internazionali dell'Università statale di San Pietroburgo. Attualmente, le relazioni tra i due Paesi si svolgono in un quadro giuridico che non rientra né nel diritto russo né in quello internazionale, ha osservato Mohammad Omar Nessar, ricercatore dell’Istituto di studi orientali dell'Accademia russa delle scienze. È lo stesso sviluppo delle relazioni bilaterali a spingere per la legalizzazione dello status dei talebani.

Così, sullo sfondo di una Russia sempre più isolata a ovest, con pragmatismo Mosca riconsidera i rapporti con quello che all’epoca del primo mandato di Putin, nel periodo di massima apertura all’Occidente, era universalmente considerato un pericoloso focolaio di “instabilità”.

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