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L’infermiera di Msf dopo l’attacco alla tendopoli a Rafah: “Corpi carbonizzati ovunque: la maggior parte erano donne e bambini”

La testimonianza di Gaia Giletta sui soccorsi: “Impossibile dire chi è morto per il rogo e chi nel bombardamento. Cerchiamo di curare i feriti, ma i rifornimenti sono bloccati in Egitto: entro un mese i medicinali saranno finiti”
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TEL AVIV — La mattina dopo, in un angolo del magazzino di Tal al Sultan riadattato a centro medico di primo soccorso, ci sono ancora i fagotti bianchi. Più piccoli dei sacchi mortuari, avvolti coi lenzuoli e dalla sagoma incomprensibile. «Contengono pezzi di corpi, arti, parti di cadaveri bruciati raccolti nella tendopoli e portati qui, non sappiamo a chi appartengano», racconta con un filo di voce Gaia Giletta, infermiera 33 enne di Medici senza frontiere. Torinese, con una lunga esperienza in teatri di conflitto, dallo Yemen all’Afghanistan al Sud Sudan, da cinque settimane è a Rafah. E tra domenica e lunedì ha vissuto la notte più lunga. «All’improvviso al centro arrivavano frotte di feriti, di familiari di feriti, di cadaveri colpiti dal raid israeliano», ricorda Giletta con Repubblica durante una difficoltosa conversazione al telefono. La linea cade di continuo, lei è appena rientrata a casa dopo più di dodici ore di lavoro.

Quante persone avete assistito?

«Dalla notte all’al…

TEL AVIV — La mattina dopo, in un angolo del magazzino di Tal al Sultan riadattato a centro medico di primo soccorso, ci sono ancora i fagotti bianchi. Più piccoli dei sacchi mortuari, avvolti coi lenzuoli e dalla sagoma incomprensibile. «Contengono pezzi di corpi, arti, parti di cadaveri bruciati raccolti nella tendopoli e portati qui, non sappiamo a chi appartengano», racconta con un filo di voce Gaia Giletta, infermiera 33 enne di Medici senza frontiere. Torinese, con una lunga esperienza in teatri di conflitto, dallo Yemen all’Afghanistan al Sud Sudan, da cinque settimane è a Rafah. E tra domenica e lunedì ha vissuto la notte più lunga. «All’improvviso al centro arrivavano frotte di feriti, di familiari di feriti, di cadaveri colpiti dal raid israeliano», ricorda Giletta con Repubblica durante una difficoltosa conversazione al telefono. La linea cade di continuo, lei è appena rientrata a casa dopo più di dodici ore di lavoro.

Quante persone avete assistito?

«Dalla notte all’alba ci hanno portato 180 feriti e 28 morti. Il nostro centro di stabilizzazione, che abbiamo aperto il 15 maggio, si trova a un chilometro e mezzo dalla tendopoli distrutta. Il valore di una struttura come la nostra è proprio nello stare il più vicino possibile alle zone di combattimento attivo, così da ricevere i feriti, stabilizzarli entro 15-20 minuti e poi trasferirli agli ospedali».

L’esercito israeliano dice che la tendopoli non è nella zona umanitaria, è così?

«Sì, però non è neanche all’interno dei blocchi che avevano ricevuto l’ordine di evacuazione».

Duecentootto tra feriti e deceduti.

«Il 30 per cento erano bambini sotto i 15 anni, il 40 per cento erano donne. Sono gli sfollati della Striscia di Gaza che si erano sistemati nelle tende perché non sanno più dove andare. Al centro di stabilizzazione c’era il caos, immaginatevi l’angoscia, le difficoltà di gestione, le grida di dolore dei bambini, lo stress con cui lavoriamo per trattare chi ha perso gambe e braccia, sanguinamenti massicci, traumi e ustioni».

Ustioni da esplosione o da incendio? L’Idf sostiene che molta gente sia morta non direttamente per l’attacco ma per il rogo che ne è scaturito.

«I corpi erano talmente carbonizzati che non si può fare una distinzione»

Avete medicinali e antidolorifici a sufficienza?

«Per ora sì, ma lo stock finirà entro un mese e non arrivano i rifornimenti. Sono tutti bloccati in Egitto, perché dal valico di Rafah Israele non fa entrare più niente».

Quanti siete al centro di stabilizzazione di Tal al Sultan?

«Quattro medici e sette infermieri, il centro è gestito da Msf in collaborazione col ministero della Salute locale. Domenica notte dopo il bombardamento è arrivato personale di un ospedale vicino a darci una mano. Purtroppo molte ambulanze erano ferme perché senza benzina, quindi i soccorsi sono stati limitati e non rapidi come sarebbe servito. Anche il carburante non viene più fatto entrare a Gaza e senza di esso non possiamo far andare i generatori elettrici collegati ai macchinari sanitari».

Le scorte di acqua?

«Abbiamo dovuto sospendere la distribuzione dell’acqua pulita, perché anche il più grande impianto di desalinizzazione è fermo, rimasto a secco di carburante».

Dopo lo stop alle operazioni militari che danneggiano i civili ordinato alla Corte internazionale di giustizia cosa è successo a Rafah?

«I bombardamenti israeliani non si sono fermati, anzi sono diventati più intensi».

Tra una decina di giorni rientrerà a Torino. Cosa si porta con sè?

«La sensazione di sentirmi minuscola rispetto ai bisogni di queste persone, la frustrazione di non poter fare di più».

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