Georgia, tra i giovani che sognano l’Ue: “Siamo l’Europa, non saremo mai la Russia”
di Luna De BartoloTBILISI — Salomè stringe nel pugno destro un mazzo di ranuncoli avvolti in un foglio di carta lilla. Lo brandisce come se fosse un’arma, mentre grida in direzione dei poliziotti antisommossa che compongono la prima di tante file, nere e ordinate, disposte davanti all’entrata frontale del Parlamento. Li guarda negli occhi, dice loro che dovrebbero schierarsi con il popolo in protesta: “Non vi vergognate?”. Irakli la afferra da dietro e la tira a sé, teme una reazione imprevedibile da parte di quegli uomini dai volti inespressivi. Studenti di medicina, hanno trascorso la serata in un ristorante del quartiere Vera: il loro primo appuntamento. Poi si sono incamminati verso viale Rustaveli.
Ketato ha 19 anni e una testa di ricci ramati. Avvolta in una bandiera blu a stelle gialle, i poliziotti li affronta con un sorriso beffardo: sfila davanti a loro come se li passasse in rassegna. Al collo ha un fischietto, quando lo tiene tra le labbra batte le mani a tempo. Lizi, 23 anni, mostra u…
TBILISI — Salomè stringe nel pugno destro un mazzo di ranuncoli avvolti in un foglio di carta lilla. Lo brandisce come se fosse un’arma, mentre grida in direzione dei poliziotti antisommossa che compongono la prima di tante file, nere e ordinate, disposte davanti all’entrata frontale del Parlamento. Li guarda negli occhi, dice loro che dovrebbero schierarsi con il popolo in protesta: “Non vi vergognate?”. Irakli la afferra da dietro e la tira a sé, teme una reazione imprevedibile da parte di quegli uomini dai volti inespressivi. Studenti di medicina, hanno trascorso la serata in un ristorante del quartiere Vera: il loro primo appuntamento. Poi si sono incamminati verso viale Rustaveli.
Ketato ha 19 anni e una testa di ricci ramati. Avvolta in una bandiera blu a stelle gialle, i poliziotti li affronta con un sorriso beffardo: sfila davanti a loro come se li passasse in rassegna. Al collo ha un fischietto, quando lo tiene tra le labbra batte le mani a tempo. Lizi, 23 anni, mostra un cartello su cui è scritto, nel particolarissimo alfabeto locale, che la Georgia è Europa: “Abbiamo la stessa anima, amiamo la libertà”. Questi sono i giovani con cui, nonostante la vittoria conseguita, “Sogno georgiano” dovrà continuare a fare i conti. Il partito, al potere dal 2012, ha ottenuto oggi dall’aula parlamentare l’approvazione definitiva della legge sulle “influenze straniere”, superando il veto della presidente Salomè Zourabichvili, che l’aveva rigettata dopo averla definita una norma “russa nell’essenza e nello spirito”.
La “legge russa”
Il testo entrerà in vigore tra 60 giorni, e l’orizzonte delle proteste, che non si fermeranno, si sposta ora alle elezioni del 26 ottobre. I giovani georgiani non intendono essere strappati dalla famiglia a cui sentono di appartenere, quella europea. Nati dopo la caduta dell’Unione sovietica, hanno conosciuto solo l’indipendenza. Per loro è un gioco a somma zero: un allontanamento da Bruxelles, che incarna ai loro occhi tutti i valori in cui credono, comporta un avvicinamento a Mosca, simbolo di un modello autoritario estraneo, e contro cui sono disposti a lottare. Una semplificazione che però coglie nel segno: la Georgia è un Paese molto vulnerabile, e un disancoraggio dall’Occidente lo lascerebbe in balìa dei venti e delle correnti che portano in Russia. Persino al di là delle intenzioni di chi è al timone. A maggior ragione se sul ponte di comando, e chi scende in piazza ne è certo, c’è un esecutivo che si sta muovendo in quella direzione.
Il rischio dell’autocrazia
“Vogliono trasformarci in un’autocrazia con uno schiocco delle dita”, afferma Mariam, 29 anni, traduttrice dal tedesco. Seduta sulla scalinata del Parlamento, è il tardo pomeriggio di un giorno di protesta come tanti, attende che viale Rustaveli si riempia ancora una volta. “Stanno provando di essere un governo russo, e non può funzionare in Georgia. Sappiamo come combattere la Russia, lo facciamo da più di duecento anni”. L’approvazione della legge è indicativa del nuovo corso intrapreso da "Sogno georgiano”, deciso a eliminare ogni opposizione. In realtà un ricorso storico, un ciclo che Tbilisi non riesce a spezzare: tutti i governi della Georgia postsovietica nascono da una forte legittimazione popolare, salvo poi, da Eduard Shevardnadze a Mikheil Saakashvili, rivelarsi dei regimi autoritari e violenti, rovesciati dagli stessi cittadini che li avevano innalzati a salvatori della patria e delle istituzioni democratiche.
Qualcosa è cambiato
Ma stavolta c’è una differenza fondamentale: mai il Paese aveva visto il tentativo di cambiare la propria politica estera, da trent’anni saldamente agganciata un Occidente che, tra l’altro, ha contribuito a far sì che ogni transizione avvenisse in modo pacifico. E ancora: se una classe dirigente disfunzionale suggerisce l’idea di una Georgia intrappolata in uno schema che la riporta sempre al punto di partenza, lo stesso non si può dire della sua vivacissima società civile, che di scossone in scossone ha continuato a evolvere, sempre più matura e consapevole della propria identità.
Il frutto di questo percorso è la generazione di georgiani nata a cavallo del nuovo secolo, che contro la “legge russa” ha fatto il suo esordio da protagonista su viale Rustaveli. Mantenendo a distanza i partiti di opposizione e impedendo loro di dettare l’agenda delle proteste, privi di leadership univoca, creativi, imprevedibili, hanno preso il comando delle strade e creato non pochi grattacapi alle forze dell’ordine, meno agili e in diverse occasioni tratte in inganno dai loro movimenti rapidi e inaspettati. Per un gruppo di manifestanti che si dirigeva verso la sede del governo, ce n’era un altro che restava di fronte al Parlamento e un altro ancora che magari decideva di bloccare un’arteria di Tbilisi, mandando in tilt il traffico della città.
Così per settimane, ogni sera, avvolti nei drappi nazionali ed europei, mostrando cartelli colorati e irriverenti, cantando a squarciagola, facendo il girotondo, giocando a pallavolo, esibendosi in antiche danze popolari. E senza avere alcuna paura. Ai lacrimogeni hanno risposto con maschere antigas e occhiali protettivi, introvabili in tutta Tbilisi all’indomani delle violenze poliziesche dell’1 e 2 maggio. Alla pioggia, con impermeabili sgargianti: una marea rosa, gialla e azzurra giustapposta al nero minaccioso delle forze dell’ordine.
Radici europee
Sono patriottici, e sono fortemente europeisti. Molto più dei loro coetanei di qualsiasi Stato membro: tutti i sondaggi indicano che oltre il 90 per cento dei georgiani tra i 18 e i 34 anni vede il proprio futuro nell’Ue. Non solo. Credono che l’Europa sia sempre stata la loro casa. Luka, 23 anni, studente di letteratura, parla con fervore dell’importanza nella mitologia greca di Medea, figlia del re della Colchide, cioè dell’antica Georgia. E di come, già nel IV secolo, siano stati tra le prime nazioni al mondo a introdurre il cristianesimo come religione ufficiale, “oppure pensa alla nostra prima repubblica, a quanto era socialmente avanzata”.
E la Repubblica democratica di Georgia, durata meno di tre anni nell’intervallo tra la caduta dell’Impero russo, da cui il Paese era stato annesso all’inizio dell’Ottocento, e l’invasione bolscevica del 1921, era davvero all’avanguardia. Multipartitica e con un numero di donne in Parlamento inusuale per l’epoca, rappresenta per i giovani georgiani un modello cui ambire. Nutsa ha 19 anni, studia all’Accademia d’arte, tiene in mano un cartoncino su cui ha disegnato a matita un ritratto del premier Irakli Kobakhidze, canzonato per il buffo taglio di capelli con una citazione, intraducibile, tratta da una vecchia commedia georgiana.
Ma è serissima quando dice che la loro libertà è in pericolo, che il governo vuole riportarli ai tempi dell’Unione sovietica: “Quello è stato un periodo molto dannoso per noi, e l’ho capito osservando gli adulti della mia famiglia. Mio nonno, riposi in pace, era un alto ufficiale del Kgb. So quello che ha fatto, e anche se lo amavo era un essere abietto, ed è stato un padre orribile”. Poi fa un ragionamento che non ti aspetti da una ragazza così giovane: “In lui non c’era fuoco né spirito, era a malapena umano. Questo fanno le dittature, annientando sia chi esercita il dominio sia chi lo subisce. La nostra lotta per l’Europa è una lotta per la democrazia, la gentilezza, la comprensione tra esseri umani”. Una lotta ancora lunga: la partita più importante si giocherà a ottobre. E i ragazzi su viale Rustaveli continuano a gridare: “Siamo la Georgia, siamo l’Europa, non saremo mai la Russia”.