"Sinwar, il paziente a cui salvai la vita”. L’incredibile intreccio che unisce il capo di Hamas al medico Bitton, nemici giurati che si portarono rispetto
Jo Becker e Adam Sella*TEL AVIV, Israele —Il Dr. Yuval Bitton ricorda così la mattina del 7 ottobre, svegliato di soprassalto poco prima dell’alba dallo squillo insistente del telefono. La voce agitata di sua figlia in viaggio all’estero gli chiede : “Papà, cosa sta succedendo in Israele? Accendi la tv.” I conduttori dei notiziari stavano ancora mettendo assieme le segnalazioni : palestinesi armati avevano bucato le tanto decantate difese israeliane infiltrandosi in oltre 20 centri urbani e basi militari, uccidendo circa 1200 persone e prendendo in ostaggio più di 240 uomini donne e bambini, portati a forza nella striscia di Gaza.
Bitton ha capito immediatamente, racconta, chi c’era dietro l’attacco: Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza e detenuto nel sistema carcerario israeliano con matricola 7333335 dal 1989 fino al rilascio nel 2011, a seguito di uno scambio di prigionieri. Ma non era tutto. Guardando le immagini sfocate di terrore e morte avvicendarsi sullo schermo Bitton ha ripensato con angoscia all…
TEL AVIV, Israele —Il Dr. Yuval Bitton ricorda così la mattina del 7 ottobre, svegliato di soprassalto poco prima dell’alba dallo squillo insistente del telefono. La voce agitata di sua figlia in viaggio all’estero gli chiede : “Papà, cosa sta succedendo in Israele? Accendi la tv.” I conduttori dei notiziari stavano ancora mettendo assieme le segnalazioni : palestinesi armati avevano bucato le tanto decantate difese israeliane infiltrandosi in oltre 20 centri urbani e basi militari, uccidendo circa 1200 persone e prendendo in ostaggio più di 240 uomini donne e bambini, portati a forza nella striscia di Gaza.
Bitton ha capito immediatamente, racconta, chi c’era dietro l’attacco: Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza e detenuto nel sistema carcerario israeliano con matricola 7333335 dal 1989 fino al rilascio nel 2011, a seguito di uno scambio di prigionieri. Ma non era tutto. Guardando le immagini sfocate di terrore e morte avvicendarsi sullo schermo Bitton ha ripensato con angoscia alla decisione presa quasi vent’anni prima, quando lavorava nell’infermeria del carcere, di aiutare Sinwar, che stava malissimo e non si sapeva cosa avesse , e alle parole che il leader di Hamas gli aveva detto in seguito, ossia che gli doveva la vita. I due uomini avevano quindi stretto una sorta di rapporto, nemici giurati che tuttavia manifestavano un cauto rispetto reciproco. In qualità di dentista e poi di ufficiale di intelligence del servizio carcerario israeliano, Bitton aveva trascorso centinaia di ore a parlare con Sinwar e a studiarlo.
Nei sette mesi successivi al 7 ottobre il capo di Hamas è sfuggito alle forze israeliane nonostante gli attacchi a Gaza abbiano provocato decine di migliaia di vittime e ridotto in macerie gran parte della striscia. Ora, a detta dei funzionari statunitensi, è proprio Sinwar che sta gestendo i negoziati per un accordo di cessate il fuoco e il rilascio di alcuni ostaggi. Bitton ha interpretato i suoi trascorsi con Sinwar come una sorta di premonizione degli eventi in corso. Conosceva i meccanismi mentali di Sinwar forse meglio di qualsiasi altro funzionario israeliano. Sapeva per esperienza che il leader di Hamas avrebbe potuto richiedere per la liberazione degli ostaggi un prezzo che Israele non sarebbe stato disposto a pagare. E poi ha saputo un’altra cosa: gli uomini di Sinwar avevano suo nipote.
Nel momento in cui salvò la vita a Sinwar Bitton aveva 37 anni ed era a capo del reparto di odontoiatria della prigione di Beersheba, nel deserto del Negev, nel Sud di Israele. Aveva assunto l’incarico otto anni prima, nel 1996, appena laureato, pensando che avrebbe avuto come pazienti le guardie e altri operatori carcerari, non certo alcuni dei detenuti più incorreggibili, inclusi gli uomini di Hamas responsabili di attacchi suicidi al mercato di Gerusalemme e del massacro di Pesach al Park Hotel di Netanya, nonché l’israeliano ultranazionalista assassino del primo ministro Rabin.
“Di giorno li curavi e la sera tornavi a casa e piangevi” racconta. “È successo spessissimo, una volta in un attacco suicida vicino a casa dei miei sono rimasti uccisi sedici ebrei. Come fai a non piangere davanti al cadavere di un bimbo piccolo?” La prigione, disse una volta Sinwar a una giornalista italiana, è una fucina. "La prigione ti forma," disse, ti dà il tempo di riflettere su ciò in cui credi — "e sul prezzo che sei disposto a pagare" per questo.
Sinwar aveva iniziato la sua formazione in questi termini nel 1989, due anni dopo lo scoppio della prima intifada, protestando contro l'occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. Aveva 27 anni e una reputazione di estrema brutalità, condannato per l'omicidio di quattro palestinesi che Hamas sospettava di collaborazionismo con Israele.
L’infanzia da rifugiato e la decisione di unirsi ad Hamas
Nato in un campo profughi nel sud di Gaza, dove i suoi genitori erano stati costretti a vivere dopo quella che i palestinesi chiamano Nakba, o catastrofe, in cui furono forzati a lasciare le loro case durante le guerre scoppiate ai tempi della fondazione di Israele, nel 1948. Parlando con altri prigionieri, Sinwar attribuiva alla sua infanzia da rifugiato la decisione di unirsi ad Hamas.
"Una cosa che raccontava sempre era che tutti gli uomini del campo profughi andavano in un bagno, e le donne in un altro," dice Esmat Mansour, compagno di prigionia di Sinwar, detenuto dal 1993 al 2013 per aver ucciso un colono israeliano. “C'era fila ogni giorno e dovevi aspettare. Poi l’umiliazione alla distribuzione del cibo, cose banali, ma che evidentemente gli avevano lasciato il segno.”
Durante un interrogatorio dopo il suo arresto nel 1988, Sinwar descrisse con distacco come aveva sparato a un uomo, ne aveva strangolato un altro a mani nude , soffocato un terzo con una kefiah, e strozzato e picchiato un quarto prima di gettarlo in una fossa scavata lì per lì. I verbali dell'interrogatorio rivelano che, lungi dall'essere pentito, Sinwar considerava il pestaggio dei collaboratori per estorcergli confessioni un atto dovuto. Uno di loro, disse agli inquirenti, gli aveva persino detto che "si rendeva conto di meritare di morire. "Sinwar continuò la sua campagna contro gli informatori anche da dietro le sbarre. Le autorità israeliane lo consideravano il mandante della decapitazione di almeno due prigionieri che sospettava fossero spie. Gli uomini di Hamas avrebbero gettato le parti del corpo mozzate fuori dalle celle dicendo alle guardie "prendetevi la testa del cane," racconta Bitton.
La radicalizzazione in carcere
Ma oltre che temuto, Sinwar era anche rispettato dagli altri detenuti per la sua intraprendenza. Tentò più volte l’evasione, scavando ad esempio un buco nel pavimento della cella nella speranza di raggiungere con un tunnel il centro visitatori e trovò modi per complottare contro Israele con i leader di Hamas all'esterno, gestendo il contrabbando di cellulari nel carcere e utilizzando avvocati e visitatori per portar fuori messaggi , spesso riguardanti strategie per rapire soldati israeliani da scambiare poi con prigionieri palestinesi. Anni dopo, Sinwar avrebbe detto che "per il prigioniero, la cattura di un soldato israeliano è la più bella notizia dell’universo, perché sa che si apre per lui un barlume di speranza". "Sono stati anni formativi per Sinwar," ha detto in un'intervista Ghazi Hamad, che funge da portavoce informale di Hamas. "Ha sviluppato una personalità da leader in ogni senso della parola."Ha imparato anche a parlare bene l’ebraico, grazie a un programma universitario online, e divorava i notiziari israeliani per capire meglio il suo nemico.
Hamas, ramo della Fratellanza Musulmana, elegge i suoi leader democraticamente, e questo sistema si replicava dietro le sbarre. In ogni prigione, un comitato era incaricato di prendere decisioni quotidiane — chi doveva dormire nella cuccetta superiore, cosa guardare in tv negli orari consentiti —un altro infliggeva punizioni ai sospetti collaboratori, e altri ancora supervisionavano ad esempio la distribuzione del denaro inviato dai leader di Hamas da utilizzarsi per acquistare cibo allo spaccio.
Un "emiro" eletto, insieme ai membri di un alto consiglio chiamato "haya", governava il sistema con mandato limitato. Per gran parte della sua permanenza in carcere Sinwar si alternò in qualità di emiro con Rawhi Mushtaha, un suo uomo di fiducia condannato assieme a lui per l’uccisione di collaboratori. Nel 2004 era di turno Sinwar. All’epoca il fatto era parso ininfluente, dopo tutto, dice Bitton, Sinwar avrebbe dovuto scontare quattro ergastoli. Da dentista Bitton aveva anche una formazione in medicina generale e veniva spesso chiamato ad assistere gli altri tre medici della prigione per suturare ferite o per confrontarsi su una diagnosi difficile.
Un giorno a inizio 2004
Quel giorno di inizio 2004, terminato il servizio in odontoiatria, trovò diversi colleghi chiaramente perplessi attorno a un Sinwar disorientato e si unì a loro."Che succede?" chiese al prigioniero, che aveva incontrato in più di un’occasione, perché spesso frequentava le ali del carcere destinate ai detenuti, in parte per curiosità rispetto al modo di pensare degli acerrimi nemici di Israele, in parte perché la fiducia che ispirava come medico faceva di lui un utile intermediario quando gli amministratori della prigione volevano sapere come stavano le cose. Come Sinwar aveva imparato l'ebraico, Bitton aveva imparato l'arabo da autodidatta. La sua presenza regolare nei blocchi delle celle fece sì che alcuni prigionieri sospettassero, erroneamente, che fosse una spia dell’intelligence.
Bitton stava cercando di convincere Sinwar e altri a collaborare con gli inquirenti israeliani che studiavano gli attentati suicidi. Ma Sinwar parve non riconoscerlo. "Chi sei?" continuava a chiedergli."Sono io, Yuval." "Ah, scusa, non ti avevo riconosciuto," disse infine e passò a descrivere i suoi sintomi. Se si alzava in piedi durante la preghiera cadeva, parlava a tratti in maniera confusa, ma per Bitton il sintomo più rivelatore era il dolore lamentato da Sinwar sulla nuca. Ha qualcosa al cervello, disse il dentista ai colleghi, doveva essere ricoverato subito in ospedale. Lo portarono al vicino Soroka Medical Center, dove fu operato d’urgenza per rimuovere un tumore cerebrale maligno e aggressivo, fatale se non curato. "Se non fosse stato operato, il tumore sarebbe esploso," dice Bitton, che qualche giorno dopo andò a trovare Sinwar in ospedale, insieme a un funzionario della prigione incaricato di verificare i dispositivi di sicurezza. Trovarono il prigioniero a letto, collegato ai monitor e a una flebo, ma sveglio.
Sinwar chiese al funzionario, che era musulmano, di ringraziare il dentista per avergli salvato la vita."Sinwar gli chiese di spiegarmi la valenza del mio gesto nell’Islam," ricorda Bitton. "Era importante per lui che io lo capissi detto da un musulmano."Raramente Sinwar aveva contatti con le autorità del carcere, ma da quel momento in poi prese a incontrare regolarmente il dentista per bere un tè e chiacchierare. Fisicamente erano molto simili, capelli corti prematuramente ingrigiti, sopracciglia scure e arcuate, zigomi alti. Bitton, loquace e socievole, spesso scherzava con gli altri prigionieri, portandoli ad aprirsi con lui, a parlare delle loro famiglie o di sport, con Sinwar no. "Le conversazioni con Sinwar non avevano nulla di personale o emotivo," spiega. "Riguardavano solo Hamas."Sinwar conosceva il Corano a memoria e spiegava con distacco le dottrine che governavano la sua organizzazione. "Hamas considera la terra su cui viviamo come terra santa, 'Questa terra è nostra, voi non avete il diritto di abitarla’” spiega Bitton. "Non è un discorso politico, bensì religioso. "Quindi non esiste alcuna possibilità di una soluzione a due stati, chiedeva Bitton. Mai, rispondeva Sinwar. E perché no? Perché questa è la terra dei musulmani, non è per voi — non posso cederla. Bitton non si faceva illusioni su chi aveva di fronte.
Secondo una valutazione che lui stesso aveva contribuito a stilare Sinwar risultava crudele, astuto e manipolatore, un uomo autorevole con "la capacità di trascinare le folle" che "mantiene segreti anche all'interno del carcere tra gli altri prigionieri."Tuttavia, le loro conversazioni erano caratterizzate da una certa schiettezza. Ciascuno di loro era consapevole degli obiettivi dell’altro. Nel 2006, dopo il ritiro di Israele da Gaza, Hamas stupì gli osservatori politici conquistando la maggioranza dei seggi nelle elezioni legislative dell'Autorità Palestinese. Le autorità israeliane, preoccupate che le elezioni potessero contribuire a legittimare un gruppo definito organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, idearono un piano per ricordare al mondo la vera natura di Hamas concedendo ad alcuni dei suoi leader detenuti spazio mediatico su "60 Minutes" e in un'intervista sulla televisione israeliana. Il compito di prospettare l'idea a Sinwar, che avrebbe dovuto dare il suo consenso, fu affidato a Bitton.
La sfida di Bitton
Il piano funzionò secondo le intenzioni di Bitton. Quando su “60 minutes” fu chiesto a Abdullah Barghouti ,organizzatore degli attacchi suicidi che avevano fatto 66 vittime, se era pentito, subito rispose di sì, ma aggiunse “Mi spiace perché ne sono morti solo 66. ”Sinwar da parte sua cercò di usare la sua prima e unica intervista a un’emittente televisiva israeliana per inviare un messaggio più accorto, disse che gli israeliani avrebbero dovuto “essere spaventati” dalla vittoria elettorale di Hamas, ma fuori onda, testimone Bitton, aggiunse che molto dipendeva dalle successive azioni del governo di Israele. “Dal nostro punto di vista abbiamo un diritto che chiediamo alla leadership israeliana di concederci” disse. “Non chiediamo la città”. L’anno dopo con grande allarme di Israele, Hamas conquistò il pieno controllo di Gaza in un violento scontro con Fatah, partito politico rivale laico. Era il momento, decise Bitton, di portare avanti i rapporti costruiti con Sinwar e altri leader palestinesi detenuti in un nuovo ruolo, non così conflittuale per lui. Fece domanda per diventare ufficiale nel Servizio di Intelligence Carceraria e, dopo un breve corso, fu assegnato alla prigione di Ketziot nel 2008. Chi "non comprende i motivi e le radici dei suoi nemici," spiega, "non sarà in grado di impedire a quelle organizzazioni di fare ciò che vogliono."Bitton si confrontò subito con una sfida monumentale. Due anni prima, nel 2006, un soldato israeliano, Gilad Schalit, era stato rapito durante un audace raid oltre confine. Tra i suoi rapitori c'era niente meno che il fratello di Sinwar.
Il rapimento scosse profondamente la società israeliana, fedele al concetto che nessun soldato debba essere abbandonato. Mentre il governo israeliano attraverso un canale secondario con un team di intermediari internazionali, tentava di negoziare uno scambio di prigionieri, a Bitton fu assegnato il compito di utilizzare i suoi contatti con i leader di Hamas detenuti per raccogliere informazioni sulla proposta che sarebbero stati disposti ad accettare.
Nel 2009, Israele aveva accettato in linea di principio lo scambio di 1.000 prigionieri palestinesi per Schalit. A detta di Hamad, il portavoce informale di Hamas coinvolto nei negoziati, Sinwar "gestiva le trattative dall'interno del carcere assieme a un gruppo di fratelli che erano con lui”. C'era un unico problema: nonostante fosse in lista per essere liberato, Sinwar non pensava che l'accordo fosse sufficientemente vantaggioso, a dirlo è Gerhard Conrad, un ufficiale di intelligence tedesco in pensione coinvolto nella mediazione.Sinwar insisteva sulla liberazione dei "cosiddetti impossibili," dice Conrad, ossia uomini condannati a più ergastoli, come Barghouti e Abbas al-Sayed, che avevano orchestrato l'attentato suicida di Pesach che aveva fatto 30 morti al Park Hotel.Saleh Arouri, uno dei fondatori dell'ala armata di Hamas, le Brigate Qassam, nonché leader dei detenuti della Cisgiordania, si avvicinò a Bitton. Lo avrebbe aiutato a fiaccare l'ostinazione di Sinwar?Arouri "capiva che dovevano scendere a compromessi, che non avremmo rilasciato tutti," dice Bitton. "Era più pragmatico."
La liberazione di Sinwar
Rendendosi conto che la frattura tra Sinwar e Arouri poteva essere sfruttata per fare dei passi avanti nei negoziati per la liberazione di Schalit, Bitton fece in modo che i suoi superiori approvassero un piano mirato ad approfondirla ulteriormente. Su richiesta di Arouri, le autorità carcerarie riunirono 42 influenti detenuti della Cisgiordania da tre diverse prigioni in modo che Arouri potesse farli passare dalla sua parte. Ma mettere sotto pressione Sinwar si rivelò molto più difficile. Bitton capì che razza di impresa avesse di fronte nel 2010, quando, a negoziati bloccati, Sinwar cercò di costringere tutti i 1.600 prigionieri di Hamas a partecipare a uno sciopero della fame che avrebbe causato la morte di molti di loro.
L’accordo
L'obiettivo non era nemmeno liberare prigionieri, ma solo farne rilasciare due dall’isolamento a lungo termine. In quel momento Bitton si rese conto che non si sarebbe mai arrivati a un accordo su Schalit finché Sinwar si fosse messo di traverso. "Era disposto a pagare un prezzo alto per questioni di principio," dice Bitton, "anche se sproporzionato rispetto all'obiettivo."Anche dopo che i negoziatori per Schalit riuscirono a convincere gli israeliani nel 2011 a rilasciare altri prigionieri, portando il totale a 1.027 — compresi alcuni, ma non tutti gli "impossibili" — Sinwar rimase contrario. Ma a quel punto, Arouri era stato rilasciato ed era membro del team di negoziazione di Hamas, guidato da Ahmad Jabari, un comandante di alto livello che era stato a capo del raid in cui era avvenuta la cattura di Schalit. Sotto pressione dei mediatori egiziani, il team concluse che si trattava del miglior accordo possibile.
L'autorità di Sinwar ne era uscita diminuita, ma per sicurezza gli israeliani lo posero in isolamento fino alla conclusione dell’accordo. (Arouri è stato ucciso in un attacco aereo israeliano lo scorso gennaio.)Il 18 ottobre 2011, Bitton si trovava nel cortile della prigione di Ketziot quando Sinwar salì su un bus diretto a Gaza. Essendo stato testimone del potere di persuasione di Sinwar come leader, Bitton aveva esortato i negoziatori a non liberarlo, ma il suo consiglio fu ignorato, racconta, perché Sinwar "non aveva tanto sangue ebreo sulle mani" quanto gli altri.
La mattina del 7 ottobre
Il 7 ottobre alle 6:30 del mattino, il nipote di Bitton, Tamir Adar, si svegliò a Nir Oz, un kibbutz a meno di 2 miglia dal confine con Gaza. Adar, 38 anni, agricoltore, era solito alzarsi presto per avere tempo di godersi i lunghi pomeriggi estivi, bevendo birra mentre i suoi due figli sguazzavano nella piscina comune.
Quella mattina, mentre le sirene dell'allarme aereo suonavano, i razzi bucavano il cielo e raffiche di proiettili rimbalzavano sui muri, Adar lasciò la moglie e i figli nella piccola safe room della loro casa e uscì per unirsi alla squadra armata del kibbutz.
Alle 8:30 del mattino, inviò un messaggio WhatsApp a sua moglie dicendole di non aprire la porta della safe room , neppure se fosse stato lui stesso a implorarla di farlo entrare. Il kibbutz era stato invaso.
Alle 4 del pomeriggio, arrivarono finalmente i soldati e fecero uscire i residenti dalle safe room. Adar non si trovava da nessuna parte. Sua madre, Yael, chiamò il fratello, Bitton: "Tamir è scomparso."Circa 100 residenti di Nir Oz — un quarto della popolazione — erano stati uccisi o rapiti nel raid di Hamas. Il mondo venne presto a sapere che anche la nonna paterna di Adar, Yaffa Adar, 85 anni, era tra loro, come mostrava un video andato virale in cui miliziani armati la portavano a Gaza su un golf cart rubato. Ci sarebbero volute tre settimane prima che le autorità israeliane potessero confermare che anche Tamir Adar era stato preso in ostaggio.
Negli anni successivi all'accordo per Schalit, Bitton era salito nei ranghi del Servizio Penitenziario Israeliano, diventando capo della divisione intelligence e poi vice comandante responsabile di 12 prigioni prima di andare in pensione nel 2021. Sinwar aveva seguito un percorso parallelo. Dopo il rilascio, fu eletto a un ruolo similare a quello di ministro della difesa di Hamas. E nel 2017, fu eletto leader di Hamas a Gaza.Non era sfuggito a Bitton che l'assalto di Hamas fosse avvenuto in un momento di profonda divisione in Israele, la nazione sconvolta dalle proteste contro le iniziative intraprese dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, su richiesta dei partiti di destra cruciali alla sua sopravvivenza politica, per indebolire la Corte Suprema israeliana. Era proprio il tipo di scissione di cui Sinwar aveva parlato anni prima a Beersheba, quando disse che avrebbe attaccato in un momento di conflitto interno.
Il dramma famigliare
Bitton nutriva poche speranze quanto alla liberazione di suo nipote. Per Sinwar, gli ostaggi erano un mezzo per un fine — liberare i prigionieri palestinesi non rientrati nell'accordo per Schalit e riportare la causa palestinese alla ribalta internazionale . Anche se Sinwar avesse saputo chi era suo nipote, dice Bitton, "lui alla fine, ci vede come ebrei."
Tuttavia, in una delle loro ultime conversazioni, il giorno della scarcerazione, il leader di Hamas aveva di nuovo ringraziato Bitton per avergli salvato la vita, chiedendogli persino il numero di telefono, anche se Bitton dovette rifiutare perché ai dipendenti delle carceri è proibito comunicare con i leader di Hamas all'esterno. Credeva che Sinwar si sarebbe sentito vincolato da una sorta di codice d’onore e che, se informato che Hamas teneva prigioniero suo nipote, almeno non avrebbe consentito che lo maltratassero."Al di là del fatto che siamo nemici, conta anche la sua visione personale," diceva Bitton.
"Secondo me, tratterebbe mio nipote come io ho trattato lui, salvandogli la vita benché fosse un nemico."Diverse settimane dopo l'attacco di Hamas, nella speranza che Sinwar seguisse ancora con attenzione i media israeliani, Bitton decise di rilasciare un'intervista televisiva in cui disse solo di aver fatto parte di un team che aveva diagnosticato una patologia a Sinwar decenni prima, e che suo nipote era tra gli ostaggi. (Anche in altre interviste minimizzò il ruolo avuto , perché, dice, era preoccupato di come la cosa sarebbe stato percepita da una nazione in lutto.)
A fine novembre, la nonna di Adar fu liberata in un cessate il fuoco di una settimana che vide il rilascio di 105 ostaggi, per lo più donne e bambini. Quello che Bitton sapeva, ma non poteva dire nel momento di gioia della sua famiglia era che Sinwar avrebbe trattenuto uomini in età di leva come Adar fino alla fine, per garantire la propria sopravvivenza."Potevo dire a mia sorella che stavano liberando Yaffa Adar, la nonna di Tamir, e che quello sarebbe stato l'ultimo rilascio di ostaggi e che Tamir sarebbe rimasto in mano ad Hamas? Non potevo dirlo, ma so cosa avrebbe fatto" spiega Bitton. "Per questo non ho detto nulla , ma sono devastato."
Eppure, c'era motivo di credere che suo nipote fosse ancora vivo. Dopo l'intervista televisiva di Bitton, l'intelligence israeliana venne a sapere che Sinwar stava prendendo informazioni sulla salute di Adar, e che i suoi uomini lo avevano rassicurato dicendo che stava bene.
Si scoprì poi che avevano preso informazioni sulla persona sbagliata. Il 5 gennaio, il governo informò la famiglia che, stando a nuovi risultati di intelligence ,Adar, ferito mentre difendeva il suo kibbutz, era morto poco dopo essere stato portato a Gaza, come almeno 35 dei 125 ostaggi ancora nella mani di Hamas.
L’odore di Nir Oz
Bitton è tornato a Nir Oz in una mattina d’inverno. C’è il sole. Edifici anneriti spuntano tra i cactus, boati assordanti di proiettili d'artiglieria interrompono il cinguettio dei pappagalli e il tubare delle colombe, e un odore acre aleggia ancora nell'aria. "L'odore della morte," dice Bitton, arricciando il naso.
Girato un angolo, si ferma. "Questo è il suo sangue," dice, il volto contratto dal dolore mentre indica un muro di cemento che un tempo nascondeva i cassonetti dei rifiuti del kibbutz, ora una macchia scura segnala l’ultima postazione di suo nipote. E lì accanto, un piccolo memoriale, una flotta di trattori giocattolo."Vede cosa è andato perso?" dice Bitton. "È così qui. Non rimane nessuno, solo uccelli e storie." Attualmente Bitton tiene incontri regolari con le famiglie degli ostaggi, condividendo tutto ciò che ha imparato su Sinwar, per aiutarli a gestire le aspettative.
Bitton e sua sorella hanno passato in rassegna più volte quanto accaduto quel lontano giorno nell’infermeria del carcere. Lei dice che si sforzano di ridere dell'"assurdità" di tutto ciò. "Da una parte, mio fratello ha salvato una vita, dall'altra, sua sorella ha perso il figlio proprio per colpa dell’uomo che lui ha salvato."
La sorella assicura Bitton che non avrebbe potuto fare diversamente. "Questi sono i nostri valori. Yuval non avrebbe mai agito diversamente, mai, e nemmeno io," dice. "Ma alla fine, siamo rimasti fregati." Prima di tutto dal loro governo, dicono. Hamas è Hamas, dice Bitton. "Quanto a Sinwar, so che vuole distruggerci," gli fa eco Yael Adar. "La mia più grande rabbia è che non c'era nessuno a difendere i nostri confini."
Non sembra che tutti in Israele la pensino allo stesso modo. Seduti assieme in un caffè di Eilat, la città sul Mar Rosso dove sono stati trasferiti inizialmente i sopravvissuti di Nir Oz, fratello e sorella vengono avvicinati da uno sconosciuto. La donna fissa Bitton, apparentemente lo ha riconosciuto per l’intervista in TV. Ha una domanda da fargli .“Perché lo ha salvato?” chiede. “Perché?”
c.2024 The New York Times Company
Traduzione di Emilia Benghi