I carri israeliani nel centro di Rafah. Ieri altri 21 morti. L’Idf: non ci risulta
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME — Un secondo bombardamento israeliano su Rafah, dopo quello di domenica notte alla tendopoli in cui sono morti 45 civili palestinesi, scuote l’angolo più affollato della Striscia di Gaza, dove sono ancora riparati tra i 500 mila e i 700 mila sfollati. Un attacco su cui però c’è ancora poca chiarezza, sia per la modalità che per il luogo esatto in cui è avvenuto. È certo, invece, l’arrivo dei carri armati dello Stato ebraico nel centro e nel quartiere ovest: sono stati avvistati presso la moschea di al Awda e a Tel al-Sultan, a cento metri dal centro di stabilizzazione di Medici senza frontiere che ha assistito 180 feriti (il 40% donne, il 30% bambini sotto i 15 anni) provenienti dalla tendopoli. Ormai più di un terzo della città è occupata.
Sul secondo raid, come detto, le versioni differiscono. Alcuni medici palestinesi nella Striscia di Gaza e il ministero locale della Salute controllato da Hamas hanno riferito di un attacco avvenuto ieri pomeriggio «in un campo di s…
GERUSALEMME — Un secondo bombardamento israeliano su Rafah, dopo quello di domenica notte alla tendopoli in cui sono morti 45 civili palestinesi, scuote l’angolo più affollato della Striscia di Gaza, dove sono ancora riparati tra i 500 mila e i 700 mila sfollati. Un attacco su cui però c’è ancora poca chiarezza, sia per la modalità che per il luogo esatto in cui è avvenuto. È certo, invece, l’arrivo dei carri armati dello Stato ebraico nel centro e nel quartiere ovest: sono stati avvistati presso la moschea di al Awda e a Tel al-Sultan, a cento metri dal centro di stabilizzazione di Medici senza frontiere che ha assistito 180 feriti (il 40% donne, il 30% bambini sotto i 15 anni) provenienti dalla tendopoli. Ormai più di un terzo della città è occupata.
Sul secondo raid, come detto, le versioni differiscono. Alcuni medici palestinesi nella Striscia di Gaza e il ministero locale della Salute controllato da Hamas hanno riferito di un attacco avvenuto ieri pomeriggio «in un campo di sfollati» nella zona occidentale. «Morte altre 21 persone, donne e minorenni tra le vittime, 64 i feriti». Il luogo inizialmente indicato è al-Malwasi, la spiaggia tra Rafah e Khan Yunis scelta dalle forze armate israeliane (Idf) come zona umanitaria, quindi in teoria protetta dai combattimenti. L’Idf non ha confermato l’episodio. Il portavoce militare Daniel Hagari ha dichiarato di non essere a conoscenza di raid su al-Malwasi, ma ha aggiunto: «Verificheremo». In serata Repubblica ha contattato lo scrittore palestinese Akram al Sorani, sfollato a Rafah da settimane: il bombardamento, dice, c’è stato, e ha sentito distintamente le esplosioni «vicino all’ospedale americano».
Non è un caso, dunque, che Rafah sia planata sia sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu (la Corte dell’Aia è il massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite) sia a Bruxelles, dove per la prima volta i ministri degli Esteri degli Stati membri valutano la concreta possibilità di emettere sanzioni o embarghi contro Israele. Il premier Netanyahu è soprattutto interessato a cosa faranno gli Stati Uniti, l’unico alleato che per lui conta veramente e di cui non può perdere il sostegno. Il portavoce del dipartimento di Stato americano Matthew Miller, in un briefing con la stampa, ha detto che il presidente Biden è «profondamente rattristato» per i raid israeliani a Rafah ma che la politica verso Israele «non cambia». Netanyahu è convinto che in sede di Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti metteranno il veto a qualsiasi ipotesi di sanzione.
E tuttavia, le immagini dei morti amputati e bruciati alla tendopoli rimangono impresse negli occhi del mondo. Aumentano l’isolamento internazionale di Israele e stimolano conseguenze diplomatiche a fronte di un ordine, quello della Corte dell’Aia a fermare operazioni militari che possano danneggiare i civili, che pur non esecutivo ha tracciato delle linee rosse sul terreno di Rafah. I soldati israeliani vengono accusati di averle oltrepassate.
L’Idf non ci sta a passare per esercito che calpesta le leggi internazionali. L’inchiesta della procura militare sul bombardamento a Tel al-Sultan è alle fasi iniziali, «prematuro trarre conclusioni definitive», ma fonti ufficiali delle forze armate hanno riferito alla stampa alcuni elementi. Il primo riguarda le munizioni utilizzate, «due missili con testata esplosiva ridotta, 17 chili ciascuna, la più piccola che si può montare», incompatibili, secondo l’Idf, con il rogo divampato nella tendopoli, distante un chilometro dalla zona umanitaria. L’obiettivo dell’aviazione era una struttura al cui interno si trovavano due comandanti di Hamas, responsabili di diversi attentati terroristici in Cisgiordania. Entrambi uccisi. «Ma non c’erano donne e bambini e non c’erano tende nelle immediate vicinanze, c’era invece una postazione lanciarazzi di Hamas ad appena 43 metri di distanza». L’ipotesi dell’Idf è che a causare l’incendio sia stata l’esplosione della struttura accanto a quella bersagliata, che forse conteneva armi, munizioni o sostanze chimiche. «È una possibilità che stiamo investigando». Hanno ammesso di stare operando dentro la città di Rafah e nel cosiddetto “Corridoio Philadelphia”, lungo il confine con l’Egitto, con quattro brigate (la 401 esima, la Nahal, la 12 esima e la Bislach), «ma solo per azioni mirate» e per lo smantellamento di «tunnel che portano nel Sinai».
Secondo il sempre ben informato sito americano Axios, infine, Israele ha presentato ai mediatori una proposta «ufficiale scritta e aggiornata», più mitigata rispetto alle precedenti, su un possibile accordo con Hamas per il rilascio degli ostaggi. Ma nelle stesse ore in cui la Jihad islamica diffonde un filmato di Sasha Trufanov, uno degli rapiti il 7 ottobre a Nir Oz, che dice una frase inquietante («presto saprete cosa mi è successo») il governo israeliano fa sapere che sul fronte negoziato «non ci sono significativi passi in avanti».