Il sindaco di Rafah: “Da una tenda coordino i pochi aiuti rimasti. Aiutateci a fermare il massacro”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME — In una delle tende di fortuna piantate sulla sabbia sporca di al-Malwasi si è trasferito il municipio di Rafah. Il sindaco Ahmad al-Sufi, 53 anni, risponde al telefono quando sono le sette di sera e il tramonto cala sull’ultima città sotto assedio della Striscia di Gaza. «Sette morti da stamattina a ora, sette morti uccisi da razzi sparati dagli elicotteri… Pronto? Mi sente?». La prima chiamata dura pochi istanti, un tempo appena sufficiente al sindaco per dare la notizia che più gli preme, poi la linea cade. La seconda va meglio, nonostante sulla spiaggia di al-Malwasi, decretata zona umanitaria dall’esercito israeliano, 400mila sfollati rumoreggiano nella disperazione. «Ci pensa che questa tendopoli ha il doppio degli abitanti della città di cui sono da tre anni sindaco?». Rafah, prima della guerra, contava poco più di 170mila cittadini.
Quante persone vivono ancora nelle case di Rafah?
«Poche migliaia. È rimasto dentro solo chi teme che la propria abitazione venga…
GERUSALEMME — In una delle tende di fortuna piantate sulla sabbia sporca di al-Malwasi si è trasferito il municipio di Rafah. Il sindaco Ahmad al-Sufi, 53 anni, risponde al telefono quando sono le sette di sera e il tramonto cala sull’ultima città sotto assedio della Striscia di Gaza. «Sette morti da stamattina a ora, sette morti uccisi da razzi sparati dagli elicotteri… Pronto? Mi sente?». La prima chiamata dura pochi istanti, un tempo appena sufficiente al sindaco per dare la notizia che più gli preme, poi la linea cade. La seconda va meglio, nonostante sulla spiaggia di al-Malwasi, decretata zona umanitaria dall’esercito israeliano, 400mila sfollati rumoreggiano nella disperazione. «Ci pensa che questa tendopoli ha il doppio degli abitanti della città di cui sono da tre anni sindaco?». Rafah, prima della guerra, contava poco più di 170mila cittadini.
Quante persone vivono ancora nelle case di Rafah?
«Poche migliaia. È rimasto dentro solo chi teme che la propria abitazione venga depredata dai ladri. Anche mia moglie è voluta rimanere a Tel as Sultan, nonostante i combattimenti per le strade. Non ce la fa emotivamente ad abbandonare quel luogo, e io non riesco a convincerla a venire qui, dove si è trasferito il resto dei miei concittadini, 150mila persone, e 250mila sfollati provenienti dal Nord».
Da una tenda riesce lo stesso a fare il sindaco di una città in guerra?
«Sì, per quanto è possibile. Ho il mio staff, ci riuniamo e cerchiamo di dare una mano organizzando la distribuzione di quel poco di acqua pulita rimasto, del cibo e del materiale medico».
Gli aiuti umanitari continuano ad arrivare?
«Il valico di Rafah con l’Egitto è ancora chiuso, non entra e non esce più niente. Arriva qualcosa dall’alto, ogni giorno all’una passa l’aereo su al-Malwasi e lancia casse col paracadute, la metà finiscono in mare, l’altra metà sulla testa dei palestinesi».
L’esercito israeliano controlla il Corridoio Philadelphi. Sono lì anche coi carri armati?
«Sì, hanno occupato quella fascia, che prima era la zona cuscinetto con l’Egitto. I quartieri invece sono occupati solo parzialmente. Ma tenete presente che il Corridoio dista appena 700 metri dal centro della città».
Ci sono bombardamenti in corso?
«Sì, da dieci giorni è sempre così. I droni quadricotteri colpiscono ogni cosa che si muove in città».
Martedì c’è stato un altro raid dopo quello devastante di domenica nella tendopoli di Tel as Sultan. Le autorità sanitarie locali hanno parlato di 21 civili uccisi ad al-Malwasi, la zona umanitaria, ma l’Idf nega di aver colpito lì. Lei che informazioni ha?
«Il bombardamento è avvenuto vicino all’ospedale da campo dell’Imc (International medical corps, ndr) che si trova nella zona umanitaria, tra Rafah e Khan Yunis. Lo posso confermare. Sono morti anche bambini e donne».
“Tutti gli occhi su Rafah” è scritto su un’immagine diventata virale su Instagram. Come sindaco di Rafah, qual è il suo messaggio al mondo che solidarizza con voi?
«Fermate questo conflitto folle, fate di tutto per fermarlo. Qui è un massacro, noi vogliamo solo la pace. E chiediamo alla comunità internazionale di mandarci più aiuti, cibo, acqua potabile e carburante, perché al momento tutti gli ospedali di Rafah hanno smesso di funzionare: non abbiamo più niente per far andare i generatori elettrici».
Ci sono diverse testimonianze di palestinesi che sostengono che Hamas nella Striscia abbia perso gran parte del consenso. Lei cosa ne pensa?
«Non ne ho idea. Chiedete ad Hamas».