La Newsletter. Ungheria, Orbán sogna in grande ma deve guardarsi dalla nuova opposizione
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniIscriviti qui alla newsletter di Repubblica sulle elezioni europee
BERLINO – Viktor Orbán sogna sempre in grande. Non pago di aver trasformato l’Ungheria in uno Stato canaglia, dopo le Europee il premier ungherese vuole traghettare il suo partito, Fidesz, verso una delle famiglie europee sovraniste, negli Identitari (Id) o nei Conservatori (Ecr). Del resto, le due regine del populismo nazionalista in Europa, Marine Le Pen e Giorgia Meloni, non fanno mistero di flirtare con un compagno di banco che in questi quattordici anni ha distrutto lo stato di diritto, trasformato l’Ungheria in un’autocrazia opprimente e ha sempre ostentato rapporti strettissimi con la Russia e la Cina, diventando il cavallo di Troia dei loro interessi in Europa. Evidentemente, nonostante la presunta “corsa al centro”, anche Le Pen e Meloni sognano in grande. Anche se sul piano interno, come vedremo, Orbán comincia ad essere in difficoltà. Per la prima volta dal 2010 sembra emergere un movimento di opposizione in …
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BERLINO – Viktor Orbán sogna sempre in grande. Non pago di aver trasformato l’Ungheria in uno Stato canaglia, dopo le Europee il premier ungherese vuole traghettare il suo partito, Fidesz, verso una delle famiglie europee sovraniste, negli Identitari (Id) o nei Conservatori (Ecr). Del resto, le due regine del populismo nazionalista in Europa, Marine Le Pen e Giorgia Meloni, non fanno mistero di flirtare con un compagno di banco che in questi quattordici anni ha distrutto lo stato di diritto, trasformato l’Ungheria in un’autocrazia opprimente e ha sempre ostentato rapporti strettissimi con la Russia e la Cina, diventando il cavallo di Troia dei loro interessi in Europa. Evidentemente, nonostante la presunta “corsa al centro”, anche Le Pen e Meloni sognano in grande. Anche se sul piano interno, come vedremo, Orbán comincia ad essere in difficoltà. Per la prima volta dal 2010 sembra emergere un movimento di opposizione in grado di sfidarlo seriamente.
In quale gruppo entrerà Fidesz
Nei giorni scorsi il leader magiaro ha colto l’occasione della cacciata dell’ultradestra Afd dagli Identitari, provocata da un’intervista dello spitzenkandidat dei tedeschi Maximilian Krah a Repubblica, per annunciare che “ora tutto può essere riscritto”. E che “se Le Pen e Meloni lavoreranno insieme, in un gruppo o in una coalizione, saranno una potenza, in Europa. Il fascino della loro cooperazione sarebbe molto forte”. Al raduno di metà maggio dei neofranchisti di Vox - al quale sono intervenuti anche Meloni e Le Pen - il premier ungherese ha invitato le forze sovraniste a “occupare l’Europa”. Un’ambizione che aveva già espresso a marzo, quando aveva minacciato di “cambiare l’Europa” e aveva provocato i suoi colleghi: “Devono cominciare a tremare alla sola idea”. Orbán guarda trepidante anche ai sondaggi negli Stati Uniti, dove il suo storico alleato Donald Trump è in vantaggio: “Quest’anno sarà l’anno della svolta: all’inizio eravamo soli, alla fine saremo la maggioranza del mondo”. Noi dittatori, si intende.
Nel Parlamento europeo, Fidesz è orfano da un quinquennio, da quando non fa più parte dei Popolari europei (Ppe). E non perché i moderati l’abbiano cacciato - si erano limitati nel 2019 a sospenderlo per la violentissima campagna contro l’allora presidente della Commissione Ue e membro del Ppe, Jean-Claude Juncker. Ma perché il Ppe ha cambiato il suo statuto, introducendo un paio di diritti umani da tutelare. Una mossa che Orbán ha ritenuto talmente oltraggiosa da abbandonare sdegnato i Popolari. Adesso è un partito in cerca di una nuova famiglia politica da contagiare con la sua idea di una “democrazia illiberale”. E Meloni lo vuole fortissimamente con sé.
Il rapporto con Meloni
A questo punto sarà interessante capire come la premier italiana spiegherà ai loro elettori e ai partner europei, con cui sta ostentando una progressiva “normalizzazione” e un allontanamento dalle istanze più radicali del suo passato nazionalista, xenofobo, omofobo ed euroscettico, come conciliare questa “corsa al centro” con l’apparentamento con un leader che si vanta della sua deriva autocratica e dei suoi rapporti sempre più stretti con Vladimir Putin e Xi Jinping.
Tanto più che lo sdoganamento di Meloni in Europa ha funzionato soprattutto per il suo adamantino sostegno all’Ucraina. Ursula von der Leyen e Manfred Weber, la spitzenkandidatin e il capogruppo del Ppe, hanno sempre ripetuto come un disco rotto che la fedeltà alla Nato e all’Ucraina sono uno dei tre punti determinanti che hanno ispirato la loro scelta di aprire a un’eventuale alleanza con la leader di Fratelli d’Italia. Gli altri due punti, vale la pena di ricordarlo, sono il rispetto dello stato di diritto e l’europeismo.
Dalla parte di Putin
Le tre linee rosse del Ppe sono esattamente quelle che Orbán calpesta furiosamente da quattordici anni: in queste settimane, il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijarto, ha segnalato la volontà di Fidesz di voler unire le “forze pacifiste” in Europa. Quelle, in altre parole, che vorrebbero una resa incondizionata dell’Ucraina alla Russia, e che hanno sempre, clamorosamente negato i fatti, ossia che è stata Mosca a invadere Kiev. Budapest ha osteggiato ogni singolo pacchetto di sanzioni deliberato dalla Ue, ha negoziato eccezioni per sé per continuare a dipendere totalmente dalle forniture di gas e petrolio russo e si è messo di traverso anche sul pacchetto Ucraina dello scorso inverno, quando a Bruxelles si decideva un nuovo piano di aiuti da 50 miliardi e il via libera alla procedura di adesione dell’Unione. Narrano le cronache che solo l’intervento della sodale Meloni lo avrebbe convinto a evitare il veto.
In guerra con l’Ue
Sullo stato di diritto parlano gli innumerevoli contenziosi aperti da Bruxelles per corruzione, distrazione di fondi europei, violazione dell’autonomia dei giudici. Ma anche la pesante repressione della libertà di stampa, la distruzione di ogni dissenso e opposizione con leggi ad hoc. E la persecuzione delle minoranze linguistiche, della comunità lgbtqi, dei migranti. Un deragliamento che ha trasformato l’Ungheria in una tirannide nel cuore dell’Europa.
Un colpo di stato, un’eversione progressiva senza putsch, che ha fatto dire al Parlamento europeo, negli anni scorsi, che nonostante si voti ancora, l’Ungheria non possa più essere considerata una democrazia. E l’Ue non solo ha attivato l’articolo 7, che, se approvato dal Consiglio europeo, priverebbe Budapest del suo diritto di voto nel consesso dei capi di Stato e di governo. Ma le ha anche tagliato, per la prima volta nella storia, i fondi europei.
In campagna elettorale, e arriviamo alla terza linea rossa del Ppe, Orbán si è scagliato di nuovo contro l’Unione europea. E il perno del programma elettorale del suo partito è stata la promessa di ridurre l’Ue a un simulacro di se stessa. Fidesz punta a indebolire il Parlamento europeo, persino a vietare l’elezione diretta dei suoi parlamentari. E vuole ridurre l’esecutivo, la Commissione europea, a un irrilevante ufficio di burocrati, strappato anzitutto del suo diritto a vegliare sul rispetto dello stato di diritto. Di recente, il leader magiaro ha tirato fuori un’altra atomica: l’Ungheria starebbe lavorando a una “ridefinizione” dei rapporti con la Nato. Budapest vuole trovare il modo di disimpegnarsi dalla solidarietà verso l’Ucraina.
Alla luce di questa deriva, e del fatto che Orbán ha sempre remato contro quando si è trattato di contenere la violenza e le ingerenze russe e cinesi, è legittimo chiedersi a che gioco stia giocando Giorgia Meloni, quando d’un lato si fa corteggiare dal Ppe e Ursula von der Leyen, dall’altro invita Orbán e Fidesz a far parte della sua famiglia europea, i Conservatori.
Opposizioni alla riscossa
Una buona notizia, però, c’è. E si nasconde proprio nei sondaggi ungheresi. Dopo la debacle del 2022, l’opposizione sembrava definitivamente annichilita: alle elezioni politiche sei partiti avevano unito le forze per battere Orbán ed erano stati sonoramente sconfitti. Finché a febbraio di quest’anno è salito alla ribalta un personaggio nuovo. O meglio, seminuovo.
Nelle settimane in cui infuriavano le polemiche sullo scandalo che ha travolto la presidente della Repubblica, Katalik Novak, costretta a dimettersi insieme alla ministra della Giustizia Judit Varga per la grazia concessa a un uomo accusato di aver coperto una rete di pedofili, il marito di Varga, Peter Magyar, ha voltato le spalle a Orbán e a Fidesz. E si è messo alla testa di un movimento che nel giro di poco si è trasformato in un partito, Tisza, che veleggia nei sondaggi al 25% e ha strappato una fetta di consenso al leader di Fidesz. Orbán è dato al 45%, otto punti sotto al risultato incassato alle ultime Europee, e potrebbe conquistare dieci seggi al Parlamento europeo, due in meno che nel 2019. “Oggi la stragrande maggioranza del popolo ungherese è stanca dell'élite al potere, dell'odio, dell'apatia, della propaganda e delle divisioni artificiali”, ha scandito Magyar a uno degli ultimi comizi elettorali. Dopo quattordici anni di feroce polarizzazione e di odi laceranti, il leader di Tisza si detto convinto che gli ungheresi desiderino “cooperazione, amore, unità e pace”.