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Israele, ministri ed estremisti sfilano a Gerusalemme: “No all’accordo con Hamas, riprendiamoci Gaza”

Marcia delle bandiere a Gerusalemme - REUTERS/Ammar Awad

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Ben-Gvir e Smotrich, alleati di Netanyahu, alla Porta di Damasco per la Marcia delle bandiere mentre il governo deve decidere sulla tregua proposta da Biden
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GERUSALEMME — Nel Giorno di Gerusalemme una scia di profumo è l’unica traccia di presenza araba lungo la Via Dolorosa. L’aroma dei sacchi di cannella si spande attraverso le serrande abbassate degli empori del quartiere arabo, tutti chiusi in anticipo per ordine della polizia. Il popolo di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, i ministri estremisti della destra messianica, è in marcia verso il Muro del Pianto e non vuole vedere niente che non sia israeliano.

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Cantano cori indicibili, «morte agli arabi», «andiamo a Gaza per raderla al suolo», aggrediscono e sputano ai giornalisti, lanciano bottiglie alle telecamere, si mescolano con gli ultraortodossi che invece sono pacifici e vogliono solo andare a pregare al luogo più sacro. È la Marcia delle bandiere: migliaia quelle di Israele, centinaia quelle di Potere ebraico, il partito di Ben-Gvir. Avvistate diverse magliette gialle col volto di …

GERUSALEMME — Nel Giorno di Gerusalemme una scia di profumo è l’unica traccia di presenza araba lungo la Via Dolorosa. L’aroma dei sacchi di cannella si spande attraverso le serrande abbassate degli empori del quartiere arabo, tutti chiusi in anticipo per ordine della polizia. Il popolo di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, i ministri estremisti della destra messianica, è in marcia verso il Muro del Pianto e non vuole vedere niente che non sia israeliano.

(reuters)

Cantano cori indicibili, «morte agli arabi», «andiamo a Gaza per raderla al suolo», aggrediscono e sputano ai giornalisti, lanciano bottiglie alle telecamere, si mescolano con gli ultraortodossi che invece sono pacifici e vogliono solo andare a pregare al luogo più sacro. È la Marcia delle bandiere: migliaia quelle di Israele, centinaia quelle di Potere ebraico, il partito di Ben-Gvir. Avvistate diverse magliette gialle col volto di Meir Kahane, il rabbino che teorizzava la deportazione fuori da Israele di tutti i palestinesi. E per Israele intendeva dal mare al Giordano.

È un popolo che non rappresenta la maggioranza degli israeliani, ma ha un peso. È di ideologia radicale, non ammette diritti ai non ebrei che abitano la stessa terra, chiede a Netanyahu di «finire il lavoro a Gaza», cioè di distruggerla per far spazio al ritorno degli insediamenti. Soprattutto, è un popolo di giovani pronto all’azione.

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Lungo la Via Dolorosa si avanza lentamente. «Andiamo a bruciare i villaggi arabi», cantano gli Hilltop Youth, i minorenni che difendono i caravan e scendono dalle colline per assaltare le macchine e le case dei palestinesi. «Non mi toccare!», urla un esagitato a un poliziotto che non ha gradito l’asta di legno con cui è entrato nella Città Vecchia. «Sono gli arabi i nostri nemici!». Il poliziotto lo trascina fuori dalla folla. «Non li arrestano mica, fanno finta…», è la voce che gira tra chi assiste alla parata. Una donna pacifista tutta colorata soffia bolle di sapone a chi passa e distribuisce adesivi a forma di cuore. «Sono l’agente Azoulay, in servizio per diffondere amore». Alcuni le sorridono, altri le dicono «vattene, sei di sinistra».

Nel Giorno di Gerusalemme festeggiano il 5 giugno 1967, quando cominciò la guerra dei Sei Giorni e gli ebrei presero la parte Est della città santa occupata dai giordani. La foto dei paracadutisti al Muro del Pianto è album del Novecento. Ma come tutto, qui, anche il 5 giugno ha due volti e due nomi: i palestinesi lo chiamano Naksa, la piccola catastrofe dopo quella grande, la Nakba del 1948 quando inizio la diaspora. «Re Davide era a Gerusalemme prima di loro, gli arabi non ci spezzeranno mai», dice un uomo sulla cinquantina, tatuato. «È Haim Gozali», sussurra uno col telefono in mano. «Era un lottatore di mma, non ha mai vinto nulla di serio».

Sono arrivati dagli insediamenti nei territori occupati. Trentamila, forse di più. «Siamo venuti in pullman, non so chi l’abbia pagato». Jackob ha la kippah larga fatta all’uncinetto, segno distintivo di chi ha deciso di abitare proprio là. Dicono che i pullman li abbia mandati Ben-Gvir, ministro della Sicurezza. «Non lo so e non mi interessa. Il nostro obiettivo è ricostruire subito il Tempio, con la forza». E sulla spianata delle Moschee, sacra per i musulmani. Nuriel Rappoport, ultraortodosso di 22 anni studente della Torah, si premura di spiegare che questo è un altro dei punti che li differenzia dagli ortodossi degli insediamenti. «Anche noi vogliamo che il Tempio sia ricostruito, ma sarà il messia a dirci come e quando arriverà». Nel frattempo arriva Smotrich, che non è la stessa cosa. Stringe mani, si fa i selfie. «Ministro, Ben-Gvir quando viene?».

Tremila i poliziotti, mai così tanti: temono attentati, perché il Giorno di Gerusalemme quest’anno è stato preceduto dal 7 Ottobre e da 8 mesi di guerra. «Uccidiamoli tutti, uccidiamoli tutti», scandiscono i giovani, davanti alla Porta di Damasco. Da qui sono entrati gli uomini, le donne le hanno fatte passare dalla Porta di Giaffa. Ben-Gvir appare poco prima del tramonto.

(afp)

Un nugolo di telecamere e di sostenitori lo assedia davanti al sontuoso varco costruito da Solimano il Magnifico. «Sono tornato qui per dare un messaggio ad Hamas e a ogni casa in Gaza e nel Nord: Gerusalemme è nostra, la porta di Damasco è nostra, il Monte del tempio è nostro». Il suo partito non voterà con la coalizione finché Netanyahu dirà quali sono i dettagli della proposta di accordo con Hamas. «A Netanyahu dico di non fermarsi ora». Il suo popolo applaude. Azoulay, l’agente pacifista in servizio per diffondere l’amore, viene portata via da un’agente vero. A cui lei soffia bolle di sapone sul viso.

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