La lezione dei reduci 80 anni dopo il D-Day, lo sbarco in Normandia: “La guerra è orrenda, speriamo non torni”
dal nostro inviato Antonello GuerreraSOUTHWICK (INGHILTERRA) — Lenti come la vita, arrivano in sedia a rotelle. O sorretti da un carrellino. Oppure sottobraccio ai figli, qui a Southwick House, poco fuori l’inglese Portsmouth. In questa candida magione georgiana, alle 4.15 di mattina del 5 giugno 1944, il comandante supremo delle forze armate americane e alleate, Dwight D. Eisenhower, disse all’ammiraglio britannico Ramsay e al generale Montgomery: «Ok, let’s go!». È il via libera al D-Day del 6 giugno, rinviato di un giorno «per le avverse condizioni meteo».
Sono una ventina, tutti centenari o quasi. Sono gli ultimi veterani britannici di quello sbarco drammatico e leggendario in Normandia, per estirpare il cancro di Hitler e del nazismo in Europa. In tutto, in vita, oggi ne sono rimasti meno di cento, secondo la Difesa britannica. Sono gli ultimi reduci, eroi fragili e monumentali, nonni e bisnonni che si sono sacrificati per la nostra libertà. Silenzio, il momento è solenne. Ma quando al 98enne Norrie Barlett, marine…
SOUTHWICK (INGHILTERRA) — Lenti come la vita, arrivano in sedia a rotelle. O sorretti da un carrellino. Oppure sottobraccio ai figli, qui a Southwick House, poco fuori l’inglese Portsmouth. In questa candida magione georgiana, alle 4.15 di mattina del 5 giugno 1944, il comandante supremo delle forze armate americane e alleate, Dwight D. Eisenhower, disse all’ammiraglio britannico Ramsay e al generale Montgomery: «Ok, let’s go!». È il via libera al D-Day del 6 giugno, rinviato di un giorno «per le avverse condizioni meteo».
Sono una ventina, tutti centenari o quasi. Sono gli ultimi veterani britannici di quello sbarco drammatico e leggendario in Normandia, per estirpare il cancro di Hitler e del nazismo in Europa. In tutto, in vita, oggi ne sono rimasti meno di cento, secondo la Difesa britannica. Sono gli ultimi reduci, eroi fragili e monumentali, nonni e bisnonni che si sono sacrificati per la nostra libertà. Silenzio, il momento è solenne. Ma quando al 98enne Norrie Barlett, marine sulla nave da guerra Hms Duncan che bombardò le linee di difesa tedesche a Gold Beach, viene offerta una bevanda calda, lui risponde: «Tè? Speravo fosse scotch!».
Risate. Ma come si fa a non commuoversi di fronte a questa struggente parata della libertà? Alcuni di loro, quelli che possono, oggi saranno in Normandia, forse per l’ultima volta. Altri no. Intanto, re Carlo III li ha accolti tutti a Buckingham Palace: «Anche mio nonno Giorgio VI avrebbe voluto essere come voi». Poi ieri, nonostante il cancro, li ha omaggiati in un discorso a Portsmouth, scolpendo queste parole: «Voi siete il nostro coraggio, la resistenza e la solidarietà».
Emozione. La stanza dove Eisenhower diede il là al D-Day è diventata un lounge bar: gin, bourbon, la foto del generalissimo americano, la bandiera a stelle e strisce. Nell’altra stanza, su un muro alto sei metri, c’è una gigantesca mappa della Manica e delle due sponde. È il “risiko” della democrazia contro l’orrore, dove il supremo comando alleato “posizionava” navi, militari e aerei per sorprendere e decapitare il mostro nazista.
Tra queste pareti imponenti e pregne di Storia, incontriamo il veterano Barlett. Occhi di ghiaccio azzurro, in una giacca blu rigogliosa di medaglie, ci racconta la sua esperienza: «Spero che il mondo, le scuole e i giovani non ci dimentichino mai. Anche per questo, il servizio militare dovrebbe tornare obbligatorio per tutti i 18enni. Perché oggi una nuova guerra in Europa potrebbe scoppiare presto».
Passiamo a George Chandler. È su una sedia a rotelle, ha 99 anni, ci chiede «sorry!» quando la tosse grassa lo soffoca. Ma nulla può sconfiggere il suo immenso orgoglio, sbocciato su una nave torpedo MTB 710 di quel 6 giugno di 80 anni fa: «Guardi qui. Tra le tante medaglie che porto, questa è la mia preferita. La Légion d’honneur francese», mentre sgorga una lacrima dagli occhi, «perché nulla dovrà più dividerci da una sponda all’altra della Manica. Alle 15 del 5 giugno ricevetti dallo skipper la lettera di Einsenhower, che ci spiegava cosa dovevamo fare. Così, partimmo verso le spiagge di Omaha e Utah».
«Avevo 19 anni», continua Chandler, «e vidi tanti soldati americani più giovani di me morire. Allora mi chiesi: perché io no? Tra poco compio un secolo, e ancora non ho una risposta». Poi aggiunge: «Ai giovani dico: non fate la guerra. O almeno, spero che non siate costretti a combattere. È qualcosa di orrendo. Mi ha tormentato per tutta la vita». Suo figlio Paul ci confessa: «Non mi ha mai parlato del D-Day. Almeno fino a qualche anno fa».
C’è anche una donna, l’unica veterana: Marie Scott, 97 anni. Lei non partecipò allo sbarco in Normandia, ma in Inghilterra si occupò delle comunicazioni radio con le truppe sbarcate in Francia: «Le voci e i frastuoni di quello sbarco, tra morte, dolore e vittoria», racconta, «li porterò con me fino al mio ultimo giorno. Ma sono orgogliosa di ricordarli».
Infine, ecco Peter Smoothy. Anche lui 99 anni, nel giorno del D-Day era su una nave anfibia Tank Landing Ship e ci racconta l’intera fine della Seconda guerra mondiale in 20 minuti. È un fiume in piena della Storia, che ci travolge. «Abbiamo commesso atrocità, su ogni fronte, ma questa è la guerra. Purtroppo, da quello che vedo oggi, potrebbe ricapitare presto. Eppure vi dico: non rinunciate mai ai nostri valori. Mai». E poi: «Il 19 novembre compirò 100 anni. Spero di arrivare a 107, 108. Chissà». Ma ora è tempo di tornare in Normandia, almeno per un giorno. Grazie per sempre, nostri eroi. Di tutto.