SASA — Sei italiani vivono sul confine davanti alla collina di Hezbollah. Sperano che un altro missile non arrivi mai, ma se anche arriverà non se ne andranno. «Non lasceremo mai Sasa». È la promessa che si sono fatti quarant’anni fa quando si sono trasferiti dall’Italia, Cesare e Angelica da Roma, Luciano, Maurizio e Luca da Milano, Anna da Genova.
Dopo il 7 Ottobre potevano scegliere se essere essere evacuati negli hotel del lago Tiberiade come gli altri del kibbutz, oppure rimanere e fare la guardia alle case, alla fabbrica e ai campi di mele. Non hanno avuto bisogno di pensarci su. «Restiamo».
Sasa si trova in Alta Galilea, sul cucuzzolo di una montagnola che affaccia…
SASA — Sei italiani vivono sul confine davanti alla collina di Hezbollah. Sperano che un altro missile non arrivi mai, ma se anche arriverà non se ne andranno. «Non lasceremo mai Sasa». È la promessa che si sono fatti quarant’anni fa quando si sono trasferiti dall’Italia, Cesare e Angelica da Roma, Luciano, Maurizio e Luca da Milano, Anna da Genova.
Dopo il 7 Ottobre potevano scegliere se essere essere evacuati negli hotel del lago Tiberiade come gli altri del kibbutz, oppure rimanere e fare la guardia alle case, alla fabbrica e ai campi di mele. Non hanno avuto bisogno di pensarci su. «Restiamo».
Sasa si trova in Alta Galilea, sul cucuzzolo di una montagnola che affaccia sul Libano, dove si nascondono le postazioni di artiglieria delle milizie sciite. Angelica Calò, per tutti Edna, insegna sviluppo del pensiero umanistico attraverso il teatro a studenti universitari israeliani ed arabi. «È un metodo educativo al dialogo e alla pace». Ha calcolato che dalla finestra della sua camera da letto alle prime abitazioni libanesi ci sono milleduecento metri. «D’estate durante le feste dei matrimoni sentivo il vociare gioioso e i loro tamburelli, ora sento solo il rumore che fanno i razzi e i droni quando ci esplodono vicino».
In otto mesi Hezobollah ne ha lanciati più di cinquemila sul nord di Israele, 60 mila israeliani sono fuggiti altrove. A Sasa prima della guerra vivevano 450 persone, oggi ce ne sono una trentina al massimo. Per salire a Sasa si punta verso Haifa, dove il navigatore della macchina impazzisce perché l’esercito israeliano ha attivato i jammer disturbatori e il pallino blu si fissa sull’aeroporto di Beirut. Superata Hurfesh, dove due giorni fa un drone kamikaze ha ucciso il riservista italo-israeliano Rafeel Kauder, si segue una via contorta fino a 900 metri di altitudine. Ritto in mezzo al giardino della mensa comune, Cesare Funaro, lo chef del kibbutz, aspetta con un M-16 a tracolla e la divisa verde da soldato.
«Ho quasi sessant’anni e mi hanno arruolato… secondo lei è vita questa?». Il 7 ottobre Cesaretto, come lo chiamano gli altri del kibbutz, è entrato a far parte delle kitat konenut, i gruppi civili di pronto intervento supervisionati dalle forze armate ma organizzati dalla gente. Per Sasa sono venti persone. «Lo scopo è prevenire un possibile assalto via terra di un terrorista. Non siamo in grado di fermare un attacco di massa, potremmo però limitare i danni. Controlliamo i luoghi da cui possono arrivare e allo stesso tempo siamo utili contro lo sciacallaggio. Di vedetta giorno e notte, ci addestriamo al poligono e facciamo simulazioni di sequestri di ostaggi».
Sinora a Sasa non si sono visti né tentativi di infiltrazione né ladri. A gennaio, però, un razzo anti-carro è stato sparato da dietro la collina e ha colpito il teatro della scuola. «Erano le 9 di mattina, un botto così non l’avevo mai sentito». Non ci sono stati feriti, l’edificio era vuoto e il danno è stato relativo. E però ora Cesare, quando si avvicina al lato esposto del kibbutz dove il vento fa dondolare altalene senza più bambini, si toglie la divisa verde e si infila la casacca bianca da chef. «Perché Hezbollah ci osserva e tira sui soldati».
Un boato, non troppo lontano, segnala l’ennesimo attacco. Sono le 15.30. «È così tutti i giorni, in media sentiamo cinque-sei esplosioni perché sulle montagne attorno ci sono le basi militari dell’Idf, l’altro giorno hanno colpito il frutteto dove coltiviamo le mele pink lady».
La biografia di Sasa dice che il kibbutz è stato fondato nel 1949 ed è ancora di stampo socialista-collettivista. Tutti prendono lo stesso stipendio, che siano chef come Cesare o dirigenti della fabbrica di corazze e materiale blindato, tuttora in funzione e vanto imprenditoriale di Sasa. «Quanto è lo stipendio comune? Mi pare 500 euro, non so, gestisce tutto mia moglie», dice Funaro. Cifra bassa che si spiega col fatto che a Sasa si può girare senza denaro in tasca. La mensa è gratuita, non si pagano le utenze perché esiste una cassa comune dove finiscono i proventi delle attività, le decisioni sono prese all’assemblea degli abitanti.
Il gruppo degli italiani è arrivato nel 1983 tramite il movimento Hashomer Hatzair, i boy scout ebrei e socialisti. Erano una ventina, col tempo sono rimasti in sei. Sasa, però, per i palestinesi è il nome di una strage. Nella guerra del 1948 scoppiata dopo la nascista dello Stato ebraico, per prendere Sasa che allora era villaggio arabo, l’Haganah israeliana uccise almeno undici civili. In seguito la collina si spopolò, fino alla fondazione del kibbutz.
Il rosh tzachi, il responsabile di tutte le squadre di emergenza, è un uomo affabile di nome Yehuda Calò Livne, che poi è il marito di Angelica. «Ricopro questo ruolo volontariamente, non sono pagato», dice in italiano. Yehuda è figlio del kibbutz, vi è nato nel 1958. «Sul confine i bombardamenti ci sono sempre stati. Una volta noi bambini dormivano tutti in una stessa casa, c’erano due donne che facevano la guardia e ci svegliavano col megafono per farci andare nei rifugi. Oggi abbiamo la contraerea, ma le sirene a volte scattano dopo l’esplosione, tanto gli Hezbollah sono vicini».
Netanyahu è venuto a nord pochi giorni fa, mentre i pompieri faticavano a spegnere gli incendi scoppiati per i razzi. Ha dichiarato di essere pronto alla guerra sul fronte settentrionale. Cesaretto è pronto, dice che combatterà fino alla fine. Ma poi ci pensa un attimo: «Se Israele non invade, quelli continuano a spararci, ma se Israele invade per cacciare Hezbollah oltre il fiume Litani, in Libano ci vanno anche i miei tre figli che sono nell’esercito. Come possiamo volere la guerra? Siamo venuti qui per stare in pace».