Che Europa sarà: quali sono gli scenari che possono emergere dalle urne
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES – Cinquantacinque anni dopo le prime elezioni europee, i cittadini dell’Unione europea si recano alle urne con una cappa di piombo sulla testa: il pericolo della guerra. Nel 1979 nessuno poteva immaginare che il Vecchio continente si sarebbe ritrovato davanti allo spettro di un conflitto. La Comunità aveva in effetti garantito la pace e l’Ue ha proseguito il suo percorso dando per scontato un futuro senza bombe.
Adesso gli europei votano con un conflitto a poche centinaia di chilometri di distanza. L’eccezionalità di questa tornata elettorale è determinata in primo luogo da questa circostanza. L’Ue si trova dinanzi ad un bivio. Stabilire se affrontare insieme l’eventuale estensione della guerra o separatamente. Ossia se insistere nel processo di integrazione e o se compiere un passo indietro verso un modello intergovernativo con l’Europa delle nazioni e non con la Nazione Europa.
BRUXELLES – Cinquantacinque anni dopo le prime elezioni europee, i cittadini dell’Unione europea si recano alle urne con una cappa di piombo sulla testa: il pericolo della guerra. Nel 1979 nessuno poteva immaginare che il Vecchio continente si sarebbe ritrovato davanti allo spettro di un conflitto. La Comunità aveva in effetti garantito la pace e l’Ue ha proseguito il suo percorso dando per scontato un futuro senza bombe.
Adesso gli europei votano con un conflitto a poche centinaia di chilometri di distanza. L’eccezionalità di questa tornata elettorale è determinata in primo luogo da questa circostanza. L’Ue si trova dinanzi ad un bivio. Stabilire se affrontare insieme l’eventuale estensione della guerra o separatamente. Ossia se insistere nel processo di integrazione e o se compiere un passo indietro verso un modello intergovernativo con l’Europa delle nazioni e non con la Nazione Europa.
Questa volta, dunque, il voto non serve solo a definire i rapporti di forza tra i partiti. Non è solo una scelta legata ad una prospettiva politica limitata alle differenze tra soggetti diversi. È in gioco il destino stesso dell’Ue. Le conseguenze di questa scelta preliminare, infatti, produrrà un cammino per certi versi irreversibile. Una vittoria delle destre populiste e antieuropee significherebbe un passo indietro rispetto al progetto immaginato dai “padri” europeisti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma anche la rinuncia ad una sicurezza messa in crisi dall’attacco della Russia all’Ucraina.
Perché l’affermazione delle forze antieuropeiste significherebbe l’addio, ad esempio, al programma che dovrebbe portare nel tempo ad un esercito comune e quindi ad una Difesa comune. Ad una politica estera definitivamente comunitaria. Tutto questo richiede riforme. Modificare i Trattati, concordare una processo decisionale che non sia dipendente dal diritto di veto di un singolo Paese come è ancora previsto. Un’Europa a 27, destinata ad aumentare il numero di suoi membri, non può agire e decidere con efficienza se restano in vigore regole che appartengono allo scorso secolo e a una struttura in cui erano presenti una dozzina di partner. Uno sforzo di questo tipo, però, è possibile solo se i gruppi convintamente europeisti avranno la meglio.
Al momento tutti i sondaggi assegnano in realtà al Parlamento europeo una situazione con pochi cambiamenti rispetto alla legislatura appena finita. I due gruppi principali rimarranno di gran lunga il Ppe (Popolari) e il Pse (S&D Socialisti). Senza di loro non si creerà nessuna maggioranza e quindi non verrebbe concordata la candidatura per la presidenza della Commissione. Ci potrebbe essere una crescita delle destre ma non tale da incrinare le attuali gerarchie.
Già da lunedì, infatti, l’attenzione di tutti sarà rivolta ai cosiddetti “top jobs”, alle principali cariche istituzionali europee a cominciare dal vertice dell’esecutivo europeo. Ursula von der Leyen sta cercando la conferma. Fino ad ora lo ha fatto aprendo le sue porte alla destra Conservatrice. Una scelta che, però, l’ha messa pesantemente in difficoltà. Il feeling con Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia ha indebolito la sua candidatura e fatto crescere le ipotesi di soluzioni alternative: dentro il Ppe, ossia il suo partito, e anche al di fuori. Molti dei giochi si faranno tra dieci giorni.
Il 17 giugno si riuniranno informalmente i leader europei per un primo esame della situazione post-elettorale. E già in quell’occasione si capirà se la “corsa” di Ursula sarà finita oppure no. E se l’attuale maggioranza composta fondamentalmente da Popolari, Socialisti e Liberali, costituirà la base della nuova coalizione. Se ci sarà bisogno di un allargamento a destra, ossia ai Conservatori dell’Ecr, o a sinistra verso i Verdi.
Scelte che segneranno la differenza tra diversi modelli d’Europa. Che faranno capire se il prossimo quinquennio sarà destinato ad una paralisi o ad una fase di avanzamento del processo di integrazione. Se il ”Vecchio Continente” è destinato a rimanere “vecchio”, isolato e debole. O se saprà rinnovarsi, unirsi e rafforzarsi. Mettendosi in condizione di affrontare tutte le sfide della globalizzazione: la guerra, la competizione economica e la difesa della democrazia.