Dai diritti al rapporto con Putin, l’unità impossibile dei sovranisti europei
di Anais Ginori , Tonia Mastrobuoni , Alessandro OppesPARIGI-BERLINO-MADRID – Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Viktor Orbán. È intorno a questi tre nomi che si gioca il futuro della galassia sovranista. Le divisioni in questa famiglia di fratelli coltelli sono ancora clamorose, dal rapporto con la Russia alla difesa di valori fondamentali, come il rispetto dei diritti civili o la lotta all’antisemitismo. Ma il sogno di ribaltare gli equilibri europei, conquistando una nuova influenza sulle decisioni dell’Ue, non è mai stato così forte. Le Pen è la più convinta promotrice della creazione di un blocco unico, superando gli attuali due gruppi Ecr e Id. Se i sondaggi saranno confermati, la leader francese potrebbe mandare una trentina di deputati all’europarlamento. Il Rassemblement National diventerebbe così la più importante delegazione nazionale di tutto l’emiciclo di Strasburgo. Un simbolo che Le Pen vuole sfruttare per rompere quel «cordone sanitario» che finora ha tenuto a distanza l’estrema destra francese.
PARIGI-BERLINO-MADRID – Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Viktor Orbán. È intorno a questi tre nomi che si gioca il futuro della galassia sovranista. Le divisioni in questa famiglia di fratelli coltelli sono ancora clamorose, dal rapporto con la Russia alla difesa di valori fondamentali, come il rispetto dei diritti civili o la lotta all’antisemitismo. Ma il sogno di ribaltare gli equilibri europei, conquistando una nuova influenza sulle decisioni dell’Ue, non è mai stato così forte. Le Pen è la più convinta promotrice della creazione di un blocco unico, superando gli attuali due gruppi Ecr e Id. Se i sondaggi saranno confermati, la leader francese potrebbe mandare una trentina di deputati all’europarlamento. Il Rassemblement National diventerebbe così la più importante delegazione nazionale di tutto l’emiciclo di Strasburgo. Un simbolo che Le Pen vuole sfruttare per rompere quel «cordone sanitario» che finora ha tenuto a distanza l’estrema destra francese.
La leader considera l’elezione europea come una tappa verso l’Eliseo e ha bisogno di indossare il vestito presidenziale. È riuscita a far dimenticare le accuse di antisemitismo, partecipando a una marcia repubblicana in sostegno a Israele e decidendo qualche settimana fa di escludere l’Afd dal gruppo Id. Resta però un’ambiguità forte sul sostegno all’Ucraina e sul rapporto alla Russia. Nella lista per le europee è stata inserita la candidatura di Thierry Mariani, assiduo frequentatore del Cremlino fino a due anni fa. Restano poi le posizioni anti-atlantiste di Le Pen, che ha nel suo programma l’uscita dal comando integrato della Nato. Tutti dettagli che non sfuggono all’Amministrazione Biden che ha già lanciato segnali negativi a Meloni su un’eventuale alleanza europea con la leader francese.
Il più entusiasta all’idea che a destra si sia aperto un grande cantiere è Viktor Orbán. In una recente intervista a Le Point, il premier ungherese ha detto che se Meloni e Le Pen «riusciranno a lavorare insieme, saranno una forza per l’Europa». Fidesz è a spasso da tre anni, da quando lasciò il Ppe, e potrebbe portare in dote a Strasburgo una ventina di parlamentari. Sicuramente è un’enorme tentazione, per le due regine nere d’Europa, che lo stanno già corteggiando. Ma i parlamentari orbaniani che arriveranno da Budapest, sia chiaro, voteranno sistematicamente contro qualsiasi risoluzione, direttiva o iniziativa legislativa che tocchi gli interessi della Cina o della Russia in Europa, o che tuteli lo stato di diritto. E Orbán continuerà a picconare qualsiasi tentativo di difendere l’Ucraina, come ha fatto ogni volta che il Consiglio europeo ha votato la dozzina di pacchetti di sanzioni contro Mosca. Non si capisce come Meloni possa coltivare l’immagine di premier filoucraina ed europeista che ha ostentato con Ursula von der Leyen e con il Ppe con un compagno di banco del genere.
I polacchi del Pis, usciti sconfitti dalle urne di ottobre nel loro Paese, restano un partito del 30% e un alleato importante per Meloni, nel gruppo dei Conservatori. Quando erano al governo, hanno sempre sostenuto l’Ucraina in virtù di una solida e antica tradizione che diffida profondamente della Russia. Ma i partiti polacchi hanno anche ostentato un filoatlantismo dei più adamantini, in Europa. Anche nel loro caso ci si chiede come possano tollerare nelle loro fila un cavallo di Troia degli interessi di Putin come Orbán. Infine, c’è l’Afd. Dopo la cacciata dagli Identitari vagherà per il Parlamento europeo contando come “una X nel ciclo dell’azoto”, citando Francesco De Gregori. Insomma: nulla. Secondo calcoli dello Spiegel, non appartenendo più ad alcun gruppo, perderanno anche 2,25 milioni di euro previsti per collaboratori e altre spese. Gli austriaci della Fpoe, membri degli Identitari hanno tentato in tutti i modi di scongiurarne la cacciata. E non è un dettaglio da poco: è il partito che potrebbe vincere le elezioni di settembre in Austria.
Chi lavora molto alla creazione di un gruppo unico dei sovranisti è Santiago Abascal, affiliato a Ecr ma che ha invitato Le Pen al suo raduno di Madrid a maggio. Il leader di Vox dice di voler essere il trait d’union tra Meloni e Le Pen. Nell’ultradestra spagnola le contraddizioni sul sostegno a Kiev sono clamorose. L’imbarazzo è tale che, nel suo programma elettorale, non parla della guerra in Ucraina e, durante la campagna, ha evitato di farne riferimento per non irritare i polacchi del PiS, filo-Kiev, ma neanche l’ungherese Orbán, accomodante con Putin. Un’ambiguità costante dal momento dell’invasione. Vox ha mostrato a lungo grande vicinanza con Aleksandr Dugin, l’ideologo prossimo al Cremlino e uno degli ispiratori della strategia ucraina, le cui teorie sono state sempre recepite con grande slancio nei circoli neonazisti spagnoli e nelle fondazioni ispirate dal partito di Abascal.