Ungheria, Orbán vince ancora ma perde 8 punti. E ora l’opposizione lo sfida con Magyar
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO – Forse in Ungheria è nato un partito di opposizione in grado di insidiare Viktor Orbán, Budapest potrebbe essere a un punto di svolta. Ed è una delle pochissime buone notizie che arrivano dalle capitali europee, in questa tornata elettorale storica che rischia di spostare l’intero continente a destra.
Il partito dell’autocrate magiaro, Fidesz, ha perso la maggioranza assoluta e scivola al 43,7%, giù di otto punti rispetto al 2019. E la forza politica nata pochissimi mesi fa dalle piazze, Tisza (Rispetto e libertà), guidata da un ex alleato che ha voltato le spalle a Orban, Peter Magyar, è riuscita a conquistare il 31% dei voti. Gli altri partiti si attestano tutti al di sotto del 10%.
Alle elezioni politiche in Ungheria del 2022, sei di quelle forze politiche avevano cercato di allearsi per battere Orbán, coalizzandosi da destra e sinistra, ma non erano riuscite a scalfire lo strapotere del premier, che controlla da anni l’informazione pubblica con pugno di ferro e molti med…
BERLINO – Forse in Ungheria è nato un partito di opposizione in grado di insidiare Viktor Orbán, Budapest potrebbe essere a un punto di svolta. Ed è una delle pochissime buone notizie che arrivano dalle capitali europee, in questa tornata elettorale storica che rischia di spostare l’intero continente a destra.
Il partito dell’autocrate magiaro, Fidesz, ha perso la maggioranza assoluta e scivola al 43,7%, giù di otto punti rispetto al 2019. E la forza politica nata pochissimi mesi fa dalle piazze, Tisza (Rispetto e libertà), guidata da un ex alleato che ha voltato le spalle a Orban, Peter Magyar, è riuscita a conquistare il 31% dei voti. Gli altri partiti si attestano tutti al di sotto del 10%.
Alle elezioni politiche in Ungheria del 2022, sei di quelle forze politiche avevano cercato di allearsi per battere Orbán, coalizzandosi da destra e sinistra, ma non erano riuscite a scalfire lo strapotere del premier, che controlla da anni l’informazione pubblica con pugno di ferro e molti media privati attraverso i suoi oligarchi.
Sabato decine di migliaia di persone hanno sfilato contro Orbán per le strade di Budapest. E dal palco, Peter Magyar ha attaccato il sistema “illiberale” istituito da quattordici anni dall’autocrate magiaro, e lo ha accusato di curarsi solo dell’«autopreservazione».
Alla folla che teneva in alto cartelli che incitavano l’Ungheria a “svegliarsi” e a riprendersi il suo futuro, Magyar ha gridato che «insieme possiamo salvare l’Ungheria». Il 43enne ha abbondato Fidesz a febbraio, quando l’ennesimo scandalo ha travolto il partito. Ed era uno scandalo che aveva anche lambito la sua famiglia e in particolare la sua ex moglie, Judit Varga. Insieme alla presidente della Repubblica Katalin Novak si era dovuta dimettere dopo che la capa dello Stato aver graziato un uomo che aveva coperto una rete di pedofili. Anche Varga aveva lasciato e Magyar aveva puntato il dito contro la corruzione orbaniana e aveva abbandonato il partito.
In Europa, il leader di Tisza ha già bussato alla porta del Ppe. E nei giorni scorsi, Manfred Weber ha detto a Politico che «è il benvenuto» nel consesso dei Popolari europei.
Qualcuno, però, ha fatto trapelare su altri media che un conto è una partecipazione al gruppo, un conto un pieno ingresso nel Ppe: per quest’ultimo Magyar dovrebbe incassare il via libera di tutti. Dunque anche del partito che già fa parte della famiglia politica centrista: i cristianodemocratici del Kdnp.
Viktor Orbán, dal canto suo, è a spasso dal 2021. Allora il Ppe cambiò il suo statuto inserendo alcuni diritti umani e il leader di Fidesz decise di abbandonare i Popolari. Già nel 2015 l’allora presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker gli aveva rivolto uno scherzoso “Hallo Diktator”: la svolta repressiva nel Paese stava già mettendo in enorme imbarazzo i Popolari europei. Ma non sono mai riusciti a cacciarlo: se n’è andato lui. E adesso guarda a Roma e Parigi per trovare una nuova casa: spera di riuscire a coalizzarsi con le due regine nere del continente, Giorgia Meloni e Marine Le Pen.