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Gantz si dimette e chiede nuove elezioni in Israele. Gli Usa: “Ora negoziare”

(reuters)
Il leader centrista lascia il gabinetto di guerra: “Con Netanyahu non vinciamo”. E l’estrema destra chiede di contare di più sul conflitto
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Benjamin contro Benjamin, atto sesto. La tregua fra i due protagonisti della vita politica israeliana, capaci di scontrarsi cinque volte in altrettante elezioni dal 2019 a oggi è finita ieri sera, quando l’ex capo dell’opposizione e leader del partito centrista Unità nazionale Benjamin (Benny) Gantz ha abbandonato il governo di emergenza, aprendo ufficialmente una crisi che incombeva da mesi.

«Ho deciso di lasciare perché il primo ministro impedisce a Israele di fare passi avanti verso una vera vittoria», ha detto Gantz, seguito dall’alleato Gadi Eisenkot. Il leader ha poi invitato il ministro della Difesa Joav Gallant — che appartiene al Likud, come Benjamin Netanyahu, ma è da tempo in disaccordo con lui — a seguire i suoi passi. In tempo reale la risposta del premier: «Benny, questo non è il momento di abbandonare il campo, questo è il momento di unire le forze», ha scritto su X (l’ex Twitter).

La replica in tempi da record non può stupire: Gantz aveva annunciato sei settimane…

Benjamin contro Benjamin, atto sesto. La tregua fra i due protagonisti della vita politica israeliana, capaci di scontrarsi cinque volte in altrettante elezioni dal 2019 a oggi è finita ieri sera, quando l’ex capo dell’opposizione e leader del partito centrista Unità nazionale Benjamin (Benny) Gantz ha abbandonato il governo di emergenza, aprendo ufficialmente una crisi che incombeva da mesi.

«Ho deciso di lasciare perché il primo ministro impedisce a Israele di fare passi avanti verso una vera vittoria», ha detto Gantz, seguito dall’alleato Gadi Eisenkot. Il leader ha poi invitato il ministro della Difesa Joav Gallant — che appartiene al Likud, come Benjamin Netanyahu, ma è da tempo in disaccordo con lui — a seguire i suoi passi. In tempo reale la risposta del premier: «Benny, questo non è il momento di abbandonare il campo, questo è il momento di unire le forze», ha scritto su X (l’ex Twitter).

La replica in tempi da record non può stupire: Gantz aveva annunciato sei settimane fa che avrebbe lasciato l’8 giugno se non fossero state accettate le sei condizioni che poneva. Dal ritorno degli ostaggi allo sradicamento di Hamas, fino a un accordo sulla fine delle esenzioni che oggi risparmiano dalla leva decine di migliaia di ultraortodossi: obiettivi impossibili da realizzare in così breve tempo, come sapevano sia lui che Netanyahu.

Il divorzio è stato rinviato di 24 ore sabato, quando è arrivata la notizia della liberazione di quattro ostaggi. Ma è arrivato ieri, con lo sguardo già puntato al domani. «In autunno, un anno dopo il disastro, dobbiamo tenere elezioni per arrivare a un governo che goda della fiducia della gente», ha concluso Gantz.

Difficile che su questo Netanyahu risponda in tempi rapidi: l’uscita del leader di Unità nazionale e del suo alleato non compromette la tenuta del governo in Parlamento, perché il loro partito non faceva parte della maggioranza alla Knesset. Anzi, paradossalmente la rinforza, perché i rappresentanti dell’estrema destra — contrari a ogni compromesso con Hamas — hanno fatto sapere che non faranno mancare i loro voti, ora che dallo scenario sono usciti coloro che con più forza chiedevano un accordo. Non a caso, immediatamente dopo le dimissioni del rivale, il ministro per la Sicurezza nazionale e falco dell’estrema destra Itamar Ben Gvir ha chiesto di prendere il suo posto nel gabinetto di guerra.

Quello che accadrà è che si intensificherà il dibattito su Gaza, il giorno dopo e il futuro degli ostaggi. Che sono stati gli argomenti su cui lo scontro nel gabinetto di guerra è stato più intenso. «Lo sforzo eccezionale messo in campo per liberare i quattro ostaggi ci ricorda i limiti dell’uso della forza. Ci sono 120 ostaggi: e secondo le stime circa la metà di loro è ancora in vita. È impensabile ritenere che si arriverà a liberarli tutti con operazioni militari. Anzi, l’opposto: la gioia per la liberazione di quattro di loro evidenzia la necessità di un accordo», scriveva ieri Nahum Barnea su Yedioth Ahronoth, rispecchiando la posizione di Gantz.

Ma Netanyahu non condivide questa idea e lo ha ribadito ieri incontrando i rappresentanti del Gvura forum, il gruppo che riunisce i familiari dei militari morti a Gaza che si batte perché la guerra non si fermi: «La maggioranza della gente non accetterebbe la fine definitiva del conflitto senza la sconfitta di Hamas», ha detto.

Per cambiare la bilancia potrebbe essere fondamentale la pressione internazionale, destinata a crescere ora che il governo non può contare sulla copertura in questi mesi garantita dal centro di Gantz. «Il presidente ritiene che il modo migliore per riportare a casa gli ostaggi sia l’accordo che abbiamo portato avanti per via diplomatica, e in cui non c’è bisogno di operazioni militari», ha detto ieri alla Cnn il consigliere per la Sicurezza nazionale Jack Sullivan, ammettendo che, pur in assenza di una cifra esatta, il numero di vittime civili dell’operazione di sabato è stato alto.

Probabile che il messaggio venga ribadito nei prossimi giorni, e che le posizioni nel dibattito interno si polarizzino: cosa di cui potrebbe beneficiare Netanyahu. Gli ultimi sondaggi evidenziano la sua ripresa rispetto al crollo registrato nelle settimane successive al 7 ottobre. La dimostrazione che, nel crescente isolamento internazionale, il premier è riuscito a presentarsi come l’unico in grado di guidare il Paese durante la crisi. Anche nel sesto scontro diretto, in qualunque momento arrivi, Benjamin contro Benjamin non sarà un match dall’esito scontato.

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