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Cameron: “Non è vero che la guerra in Ucraina stia andando male. Kiev prevarrà”

(afp)
Parla l’ex premier e attuale ministro degli Esteri britannico
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LONDRA – È cominciato tutto da lui: David Cameron, eletto primo ministro britannico nel 2010, dopo tredici anni dei governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown. Ma poi nel 2016 Cameron indisse il referendum sulla Brexit, lo perse, il giorno seguente diede le dimissioni e dopo di lui di leader conservatori a Downing Street ne sono entrati altri quattro. L’anno scorso, Cameron è tornato al governo come ministro degli Esteri nel governo di Rishi Sunak, scelta insolita da queste parti per un ex-premier, forse un tentativo di rivincita personale. Alle celebrazioni del 6 giugno per lo sbarco in Normandia, lasciato a rappresentare il Regno Unito per la criticatissima decisione di Sunak di rientrare in patria troppo presto, c’era lui accanto ai leader mondiali: un dejà vu di tempi migliori per i Tory. La previsione generale è che fra poche settimane, dopo le elezioni del 4 luglio in cui si prevede una vittoria a valanga del Labour, il 57enne Cameron sarà di nuovo disoccupato (eccetto per i…

LONDRA – È cominciato tutto da lui: David Cameron, eletto primo ministro britannico nel 2010, dopo tredici anni dei governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown. Ma poi nel 2016 Cameron indisse il referendum sulla Brexit, lo perse, il giorno seguente diede le dimissioni e dopo di lui di leader conservatori a Downing Street ne sono entrati altri quattro. L’anno scorso, Cameron è tornato al governo come ministro degli Esteri nel governo di Rishi Sunak, scelta insolita da queste parti per un ex-premier, forse un tentativo di rivincita personale. Alle celebrazioni del 6 giugno per lo sbarco in Normandia, lasciato a rappresentare il Regno Unito per la criticatissima decisione di Sunak di rientrare in patria troppo presto, c’era lui accanto ai leader mondiali: un dejà vu di tempi migliori per i Tory. La previsione generale è che fra poche settimane, dopo le elezioni del 4 luglio in cui si prevede una vittoria a valanga del Labour, il 57enne Cameron sarà di nuovo disoccupato (eccetto per il seggio alla Camera dei Lord): l’incontro di stamane a Londra con la stampa straniera, organizzato dalla Foreign Press Association potrebbe essere dunque il suo definitivo addio alla politica. Anche per questo ha parlato a ruota libera, di Giorgia Meloni (“abbiamo ottimi rapporti”), del G7 in Puglia (“ci aspettiamo il via libera all’uso dei fondi russi congelati in Occidente per aiutare l’Ucraina”), della guerra in Ucraina (“Kiev finirà per prevalere”), di quella di Gaza (“serve una pace duratura”). L’unico punto sul quale non si è sbilanciato è l’incerto futuro del proprio partito.

Cosa si aspetta dal summit del G7, lord Cameron, e come sono i rapporti del Regno Unito con il governo di Giorgia Meloni che lo ospita?

“Con il governo Meloni abbiamo relazioni buone e strette. Ho piacere di sottolineare, come ministro degli Esteri, che abbiamo a Roma come ambasciatore uno dei nostri migliori diplomatici. E siamo compiaciuti dal fermo appoggio che la premier italiana ha sempre dato al sostegno militare della Nato all’Ucraina. Da questo summit del G7 ci aspettiamo sanzioni sempre più dure contro la Russia per la guerra in Ucraina e un via libera all’uso dei capitali russi congelati in Occidente per aiutare Kiev. Il vertice si svolge in un momento pericoloso per il mondo, con le democrazie chiamate a rispondere alla guerra in Ucraina, agli attacchi delle autocrazie, alla necessità di trovare una pace duratura in Medio Oriente, alla sfida del cambiamento climatico. Tutte questioni che siamo determinati ad affrontare con i nostri alleati”.

La guerra in Ucraina, tuttavia, sta andando male per Kiev: per migliore la situazione la Nato dovrebbe mettere “stivali sul terreno”, ovvero i propri soldati, come ha ipotizzato il presidente francese Macron?

“Non sono d’accordo che la guerra sta andando male. Si combatte su tre piani: per mare, dove Kiev ha distrutto il 25 per cento della Marina russa senza praticamente avere navi proprie; su terra, dove le forze russe hanno occupato qualche porzione di territorio, ma assolutamente marginale rispetto al territorio che avevano perso nella controffensiva ucraina del 2022; e sul piano degli aiuti militari, dove dopo un rallentamento la Nato ha ripreso a pieno ritmo le forniture. Il Regno Unito è il secondo maggior fornitore di aiuti militari a Kiev dopo gli Stati Uniti. Io resto fiducioso che l’Ucraina finirà per prevalere”.

Ma adesso non siete entrati direttamente anche voi in conflitto con Mosca, autorizzando Kiev a usare le armi britanniche per colpire in territorio russo?

“L’Ucraina ha pienamente diritto di difendersi contro un’invasione del suo territorio. Se è così preoccupato che le armi fornite a Kiev dall’Occidente raggiungano il territorio russo, Putin potrebbe scongiurare immediatamente questa eventualità in modo molto semplice: ritirandosi dai territori ucraini che ha illegalmente occupato. Quando un Paese ne invade un altro, per di più dopo averne riconosciuto l’indipendenza, non ci sono dubbi su quale dei due belligeranti sia dalla parte della ragione e quale dalla parte del torto”.

Un’altra arma usata da Putin e dal suo alleato bielorusso è l’immigrazione, spingendo migranti verso ovest lungo la frontiera con vari Paesi della Nato: come rispondere a questo genere di offensiva?

“Usare i migranti come un’arma è una manovra cinica e spietata da parte di Mosca. Non dobbiamo permettere che passi, ma dobbiamo anche cercare soluzioni innovative per rispondervi senza che siano i migranti a pagarne il prezzo”.

A proposito di armi, perché il Regno Unito continua a venderne a Israele, nonostante le condanne della giustizia internazionale per come conduce la guerra a Gaza?

“Primo, vendiamo a Israele meno dell’1 per cento delle armi di cui ha bisogno: sospendere le forniture militari sarebbe una decisione politica di scarso effetto pratico. Secondo, ci sembra sbagliato non aiutare Israele dopo che l’Iran ha per la prima volta lanciato un massiccio attacco missilistico contro lo Stato ebraico. Terzo, valutiamo attentamente il rispetto delle leggi internazionali riguardo alle vendite di nostre armi nel mondo. E continuiamo a esercitare la massima pressione su Israele affinché, nel suo legittimo diritto a difendersi, rispetti le leggi internazionali, in particolare riguardo agli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza”.

Un’altra minaccia per l’Occidente viene dalla Cina. Quando lei era primo ministro predisse un’era dorata di rapporti con Pechino: non è andata esattamente così…

“Non è andata così a causa del comportamento di Pechino, riguardo ad Hong Kong, alla minoranza degli uiguri, dell’atteggiamento aggressivo nel Pacifico. La posizione del nostro Paese verso la Cina rimane articolata su tre direttive: proteggere la nostra sicurezza, in particolare dagli attacchi cibernetici; mantenere una posizione comune con i nostri alleati; e cooperare con la Cina nelle aree di reciproco interesse”.

Come giudica il risultato delle elezioni dei giorni scorsi per il parlamento europeo?

“Premesso che noi non ne facciamo più parte, la maggioranza uscente continua ad avere una posizione di forza e questo è positivo. Noto con piacere, inoltre, che la Ue ha continuato ad appoggiare con fermezza l’Ucraina, insieme a noi e agli altri Paesi della Nato, nella resistenza all’invasione russa”.

Ciononostante, in giro si sente sempre minore fiducia della gente nei politici e nella politica tradizionale, come testimoniato nel voto europeo dalla crescita dei partiti populisti e dall’alta astensione.

“Io vorrei che la gente avesse fiducia nella politica. Un fattore che in questi anni ha contribuito a diffondere sfiducia sono i social media. Da un lato, i social sono un fenomeno positivo, perché avvicinano i politici agli elettori. Ma dall’altro hanno aspetti negativi, perché diffondono veleno e antagonismo”.

Sarebbe preoccupato, se Marine Le Pen vincesse le elezioni di luglio in Francia e Donald Trump quelle di novembre in America?

“La buona regola delle diplomazia è rispettare la volontà espressa alle urne da ogni Paese democratico e cercare un dialogo con qualunque governo ne emerga”.

Parliamo delle urne di casa sua, allora: non si è mai pentito di avere dato le dimissioni, otto anni fa, all’indomani del referendum sulla Brexit? I leader Tory venuti dopo di lei l’hanno fatta rimpiangere.

“Diedi le dimissioni perché mi ero battuto al 100 per cento per rimanere nella Ue e non sarebbe stato credibile continuare a governare dopo che il mio Paese aveva preso la decisione di uscirne. Credo ancora di avere fatto bene a lasciare il governo nel 2016. E sono felice di essere tornato a farne parte oggi come ministro degli Esteri”.

Cosa c’è di buono e di non buono per il Regno Unito, tre anni dopo che la Brexit è diventata realtà?

“Di buono ci sono le relazioni di amicizia che abbiamo creato in molti campi con l’Unione Europea, la partnership che abbiamo con la Ue nel sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa, l’accordo che abbiamo trovato per risolvere gli ostacoli commerciali in Irlanda del Nord. Naturalmente ci sono anche difficoltà, ma siamo in una buona situazione per affrontarle”.

A tre settimane dalle elezioni britanniche, ammette che per il partito conservatore si sta chiudendo un ciclo e che i vostri 14 anni al potere sono stati un fallimento?

“Quando io diventati primo ministro nel 2010, il deficit britannico era all’11 per cento, lo abbiamo fatto scendere al 2 per cento. Nel 2010 soltanto il 7 per cento del nostro fabbisogno energetico proveniva da fonti sostenibili, oggi è il 47 per cento. E cammin facendo i miei successori hanno dovuto affrontare due crisi globali di peso cruciale, la pandemia del Covid e la guerra in Ucraina. Sotto la guida dell’attuale premier Rishi Sunak si intravede la luce alla fine del tunnel”.

Eppure, i sondaggi annunciano una sconfitta di proporzioni storiche per i conservatori: crede che il suo partito sopravviverà al voto del 4 luglio?

“In campagna elettorale preferisco parlare di programmi, non di sondaggi. Discuteremo del futuro del nostro partito e degli altri partiti quando avremo in mano i risultati dele elezioni”.

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