Vendetta di Hezbollah per il generale ucciso “Su Israele 200 razzi”
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV – Una pioggia di missili al Nord, altro che cessate il fuoco nella Striscia. Mentre il negoziato con Hamas sembra di nuovo impantanato sui nodi controversi, il fronte con il Libano torna a minacciare l’escalation.
Hezbollah ha reagito all’omicidio mirato di un suo alto ufficiale sparando 215 missili nel Nord di Israele. Molti razzi intercettati, qualche campo bruciato, nessun ferito: è andata bene, ma la polveriera può esplodere da un momento all’altro se non si disinnescherà la tensione nella regione. I caccia israeliani avevano centrato martedì sera una casa a una decina di chilometri dal confine, in territorio libanese: era una base di Hezbollah in cui è stato ucciso — insieme a tre dei suoi uomini — Taleb Sami Abdullah, 55 anni, comandante dell’unità Nasr delle Brigate Nader, in carico del confine a Kiryat Shmona, regolarmente bombardata. È il secondo omicidio ai vertici militari dell’organizzazione dopo quello del comandante Wissam Tawil, ucciso l’8 gennaio: «Risponderem…
TEL AVIV – Una pioggia di missili al Nord, altro che cessate il fuoco nella Striscia. Mentre il negoziato con Hamas sembra di nuovo impantanato sui nodi controversi, il fronte con il Libano torna a minacciare l’escalation.
Hezbollah ha reagito all’omicidio mirato di un suo alto ufficiale sparando 215 missili nel Nord di Israele. Molti razzi intercettati, qualche campo bruciato, nessun ferito: è andata bene, ma la polveriera può esplodere da un momento all’altro se non si disinnescherà la tensione nella regione. I caccia israeliani avevano centrato martedì sera una casa a una decina di chilometri dal confine, in territorio libanese: era una base di Hezbollah in cui è stato ucciso — insieme a tre dei suoi uomini — Taleb Sami Abdullah, 55 anni, comandante dell’unità Nasr delle Brigate Nader, in carico del confine a Kiryat Shmona, regolarmente bombardata. È il secondo omicidio ai vertici militari dell’organizzazione dopo quello del comandante Wissam Tawil, ucciso l’8 gennaio: «Risponderemo intensificando le operazioni per forza e gravità, per quantità e qualità», dice Hezbollah.
La minaccia
La minaccia di una ripresa della guerra in profondità col Libano è il lato B del negoziato in corso tra Israele e Hamas: se dovesse fallire anche questo tentativo mediato dagli Usa, il rischio che divampi un conflitto regionale sarebbe altissimo. I segnali non sono troppo incoraggianti, ma la porta è ancora aperta. Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha completato a Doha — nel Qatar mediatore insieme all’Egitto — la sua ottava missione nella regione dal 7 ottobre. «C’era sul tavolo un accordo praticamente identico a quello proposto da Hamas il 6 maggio — dice Blinken — avrebbe potuto rispondere “sì”. Invece dopo quasi due settimane ha proposto ulteriori cambiamenti» anche «su posizioni già accettate. Alcuni realizzabili, altri no». Il consigliere per la Sicurezza, Jake Sullivan, spiega che molti cambiamenti richiesti sono di entità «minore» e «già noti». Ci si lavora su.
La proposta Usa
«Blinken è parte del problema, non della soluzione», dice però un alto funzionario di Hamas in Libano, Osama Hamdan, negando siano stati richiesti cambiamenti. Per Izzat al-Rishq, membro dell’ufficio politico fuori dalla Striscia, la proposta Usa è invece «responsabile, seria e positiva» al punto da «aprire una strada» per l’accordo. La solita fitta nebbia, ma alla fine in Hamas comanda uno solo: Yahya Sinwar, e il suo verdetto non c’è ancora. Le speranze restano sul tavolo insieme ai dubbi: Blinken dice che «Israele ha accettato il piano», ma non lo ha fatto in modo formale. Hamas non vuole liberare gli ostaggi se non in cambio del ritiro israeliano e di un cessate il fuoco duraturo e garantito dagli Usa. Secondo Haaretz chiede che liberino subito i centri abitati, e dal terzo giorno la strada Salah a-Din e la strada costiera. Senza ritiro si bloccherà il rilascio degli ostaggi, che vuole inizi dai corpi senza vita.
A complicare il quadro c’è l’incubo dei massacri nella Striscia: la Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu accusa sia Israele che i gruppi armati palestinesi, compreso Hamas: «È imperativo che tutti coloro che hanno commesso crimini siano chiamati a risponderne», dice il presidente, Navi Pillay, elencano reati terribili: «Sterminio, persecuzione di genere, omicidio, trasferimento forzato, tortura e trattamenti inumani e crudeli».