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Kuncinas, l’ideatore della proposta sugli asset russi: “Ora tassare le imprese occidentali che continuano a fare affari a Mosca”

Secondo la Ukraine Restoration Alliance, le aziende occidentali ancora in Russia hanno regalato 40 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2023 all’economia di guerra del Cremlino
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BERLINO – I dati sono spaventosi. Secondo la Ukraine Restoration Alliance, le aziende occidentali ancora presenti in Russia le garantiscono il 5% degli introiti fiscali. E hanno regalato in particolare 40 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2023 all’economia di guerra del Cremlino. Per farsi un’idea: quella cifra equivale a metà della spesa per la difesa impiegata da Mosca nel primo anno dell’invasione ucraina. Sono 2.194 le imprese ancora presenti in Russia, mentre 378 hanno lasciato il Paese e1.213 sono in procinto di farlo.

In prima fila ci sono le big americane: Philip Morris, PepsiCo, Mondelez (che controlla marchi come Milka o Toblerone), Procter & Gamble e Mars garantiscono da sole mezzo miliardo di dollari alle insanguinate casse di Putin. Ma tra i grandi marchi internazionali che resistono in Russia ci sono anche banche come Raiffeisen o Unicredit.

Paulius Kuncinas è il direttore di “Centenary Policy”, un think tank lituano fondato poco dopo l’inizio del conflitto in U…

BERLINO – I dati sono spaventosi. Secondo la Ukraine Restoration Alliance, le aziende occidentali ancora presenti in Russia le garantiscono il 5% degli introiti fiscali. E hanno regalato in particolare 40 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2023 all’economia di guerra del Cremlino. Per farsi un’idea: quella cifra equivale a metà della spesa per la difesa impiegata da Mosca nel primo anno dell’invasione ucraina. Sono 2.194 le imprese ancora presenti in Russia, mentre 378 hanno lasciato il Paese e1.213 sono in procinto di farlo.

In prima fila ci sono le big americane: Philip Morris, PepsiCo, Mondelez (che controlla marchi come Milka o Toblerone), Procter & Gamble e Mars garantiscono da sole mezzo miliardo di dollari alle insanguinate casse di Putin. Ma tra i grandi marchi internazionali che resistono in Russia ci sono anche banche come Raiffeisen o Unicredit.

Paulius Kuncinas è il direttore di “Centenary Policy”, un think tank lituano fondato poco dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, che opera in tutta Europa ed è stato tra i primi a proporre uno sfruttamento degli asset russi congelati in Ucraina. Ora che il G7 vara un grande piano di aiuti da 50 miliardi di euro che si alimenterà dai proventi dei beni russi immobilizzati, Kuncinas ci racconta nei dettagli qual è la sua prossima battaglia: tassare le imprese che continuano a fare affari a Mosca. Incentivando, anche, il loro ritorno in Occidente. Lo abbiamo incontrato a Berlino, a margine della Conferenza per la Ricostruzione dell'Ucraina.

Kuncinas, perché questa nuova iniziativa?

“Le sanzioni, ammettiamolo, non stanno funzionando. Le imprese hanno imparato ad aggirarle passando per i Paesi centroasiatici. Ma quello che ci preoccupa di più è che le aziende europee e occidentali stanno cominciando a trovarsi molto a loro agio con lo status quo. Fanno ‘business as usual’ con il Cremlino. Ed è moralmente inaccettabile. Come possiamo, come cittadini europei, accettare di aiutare, anche attraverso le nostre tasse, ad armare gli ucraini, se le nostre aziende restano in Russia ad arricchirsi e a finanziare la guerra di Putin?”

E voi cosa proponete?

“Noi proponiamo una tassa del 5% su tutte le imprese che operano ancora in Russia. Il nostro obiettivo, intanto, è che le aziende diventino totalmente trasparenti sugli affari che continuano a fare in Russia. Quanto guadagnano, quante tasse pagano lì. Ho parlato con alcune di queste imprese e banche e mi dicono che loro, in realtà, vorrebbero andarsene dalla Russia, ma temono ritorsioni”.

Cioè che Putin le nazionalizzi o gli faccia pagare enormi cifre per abbandonare la Russia.

“Esatto. È già ampiamente accaduto, del resto”.

E come si fa a convincere quelle aziende ad andarsene?

“Noi proponiamo di compensare le loro perdite. Ad esempio, con il fondo che istituiremmo con il 5% della flat tax imposta a quelle che non vogliono andarsene. Si potrebbe anche pensare di far confluire gli introiti di quella flat tax nel ‘tesoretto’ già alimentato dai rendimenti sugli asset russi congelati. E attingere poi a quel fondo unico per finanziare gli ucraini ma anche per risarcire le imprese che lasciano la Russia. L’importante è che lo facciano. E che tolgano a Putin un’importante - e immorale - risorsa finanziaria”.

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