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La febbre nera

Mancano 12 giorni alle elezioni francesi e il Rassemblement National di Marine Le Pen non è mai apparso così forte, radicato e de-demonizzato. Va verso la vittoria grazie alla paura per i migranti e al costo della vita. E dopo le aree rurali ha conquistato anche i ceti medio-alti
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PARIGI – "La Fièvre". S’intitola così una popolare serie francese uscita in primavera. Protagonista una diabolica spin doctor dell’estrema destra che soffia sull’odio, le divisioni sociali, religiose, etniche, identitarie, portando la Francia sull’orlo della guerra civile. Covava da anni, i sintomi erano ormai chiari. "Una febbre ha attanagliato il dibattito pubblico e parlamentare nel nostro Paese negli ultimi anni", ha sottolineato Emmanuel Macron mercoledì davanti ai giornalisti. E qualcuno ha pensato che facesse riferimento proprio alla serie di Éric Benzekri, a cui ha collaborato anche Jonathan Guémas, uno dei consiglieri del capo di Stato. Tra un mese all’Eliseo potrebbe essere convocato un consiglio dei ministri con un premier di estrema destra. Non è più fantapolitica, anche se Macron continua a ripetere, anche per mobilitare i suoi, che la partita è tutta aperta. "Vado per vincere", dice il leader francese che ha deciso di sciogliere a sorpresa l’Assemblée Nationale e indire …

PARIGI – "La Fièvre". S’intitola così una popolare serie francese uscita in primavera. Protagonista una diabolica spin doctor dell’estrema destra che soffia sull’odio, le divisioni sociali, religiose, etniche, identitarie, portando la Francia sull’orlo della guerra civile. Covava da anni, i sintomi erano ormai chiari. "Una febbre ha attanagliato il dibattito pubblico e parlamentare nel nostro Paese negli ultimi anni", ha sottolineato Emmanuel Macron mercoledì davanti ai giornalisti. E qualcuno ha pensato che facesse riferimento proprio alla serie di Éric Benzekri, a cui ha collaborato anche Jonathan Guémas, uno dei consiglieri del capo di Stato. Tra un mese all’Eliseo potrebbe essere convocato un consiglio dei ministri con un premier di estrema destra. Non è più fantapolitica, anche se Macron continua a ripetere, anche per mobilitare i suoi, che la partita è tutta aperta. "Vado per vincere", dice il leader francese che ha deciso di sciogliere a sorpresa l’Assemblée Nationale e indire elezioni anticipate.

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"Per ogni leader conta la prima impressione", osserva il politologo Vincent Martigny, che ha studiato la figura del capo dello Stato nel saggio Le Retour du Prince, il ritorno del Principe. Ogni riferimento al machiavellismo del capo di Stato è puramente voluto. "Con Mitterrand, era il gusto della segretezza. Con Chirac, il lato pigro del Re. Con Sarkozy, il suo rapporto con il denaro. Molto presto – prosegue Martigny – è stato chiaro che per Macron era la solitudine. Certo, non è il primo presidente della Quinta Repubblica ad essere solo, ma con lui è del tutto scontato. Ha pochissimi amici, non è molto leale con gli altri. Ha preso questa decisione da solo, e persino il primo ministro Gabriel Attal lo ha scoperto all’ultimo momento, cercando invano di dissuaderlo. Una volta che Macron ha deciso, non c’è spazio per i negoziati. Non cambia idea".

Macron: "La destra repubblicana volta le spalle a de Gaulle"

Sette anni fa, quell’oggetto politico non identificato chiamato Macron aveva conquistato l’Eliseo, facendo fuori il bipolarismo tra sinistra e destra, e promettendo di sconfiggere Marine Le Pen. "Temo che potrebbe essere invece ricordato per aver fatto da rampa di lancio a una vittoria dell’estrema destra in Francia", conclude Martigny. Lo stesso Presidente lo sa, e aveva confidato al suo entourage di non volere "fare la fine di Barack Obama": la seducente parabola del presidente democratico, portatore di molte speranza, e spazzata via dal trumpismo alla Casa Bianca. "Non voglio dare le chiavi del potere a Le Pen nel 2027", ha ripetuto a chi gli chiedeva il senso di questo azzardo: chiamare i francesi a rivotare poche settimane dopo il trionfo di un Rassemblement National (Rn). Un partito che non è mai apparso così forte, radicato, dédiabolisé, de-demonizzato. Sdoganato.

Il sondaggio elettorale più solido condotto dopo il voto di domenica da Ipsos per France Télévision e Radio France evidenzia due motivazioni dominanti negli elettori del Rn. Per quasi la metà degli intervistati (43%), sono l’immigrazione e il potere d’acquisto. A seguire l’insicurezza (31%). Si dice spesso che molti elettori si decidono all’ultimo minuto. Non vale per quelli dell’estrema destra francese: l’83% aveva già deciso il proprio voto più di un mese prima dell’apertura delle urne. La campagna elettorale, i comizi, i dibattiti televisivi non hanno avuto alcun effetto sulla loro determinazione a votare Rn. Bardella era in vantaggio nei sondaggi già a gennaio, con oltre il 30% delle preferenze, ed è finito nei risultati a quasi il 32%.

È una mappa uniforme della Francia quella che è apparsa nello scrutinio la sera del 9 giugno. Rn conserva il suo radicamento nel Nordest e nel Sudovest, ma avanza in regioni dove prima era minoritario, come la Bretagna, a lungo feudo della sinistra democristiana.

È un’onda blu – il colore del simbolo del partito che ha mantenuto la fiamma tricolore del Msi a cui si ispirava il Front National nella sua fondazione, più di 50 anni fa – che attraversa la Francia rurale. Tra agricoltori protagonisti delle mobilitazioni dei mesi scorsi, gli operai vittime della deindustrializzazione che fa chiudere le fabbriche, i cittadini orfani di servizi pubblici come asili, negozi, uffici postali.

Ma non ci sono solo loro. Dal 2017 si è spesso contrapposta la Francia che va bene, che votava in maggioranza Macron, alla Francia che va male, quella che sceglieva Le Pen. La Francia che va male ha ancora buone ragioni per lamentarsi, con un potere d’acquisto aggredito dall’inflazione, dai rincari sull’energia, dai salari bloccati, ma ora c’è un voto verso il Rn che domina nell’altra Francia, quella che sta bene. Bardella è risultato in testa tra gli elettori che guadagnano più di 3mila euro netti al mese, tra gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti. È quasi alla pari con Renaissance, il partito di Macron, nei senior. Domina tra i ceti medio-alti. E anche tra coloro che si dicono soddisfatti della propria vita. È così che l’estrema destra ha tessuto la sua rete elettorale, non solo nelle aree rurali trascurate, ma anche in mezzo a sobborghi benestanti, sui litorali popolati da ricchi pensionati. Tra chi non ha nessun problema di fine mese, nessuna disoccupazione, immigrato o insicurezza.

La Fondation Jean-Jaurès, think tank legato alla gauche, ha organizzato qualche mese fa un rapporto sulla “società dei sogni per i francesi”, analizzando le aspirazioni di chi ha votato per Le Pen. Il politologo Antoine Bristielle, autore del rapporto, sottolinea un paradosso: si tende a presentare l’estrema destra come una minaccia per le nostre democrazie ma l’elettorato del Rn esprime una sensibilità più alta della media nazionale sulle questioni democratiche. Il 58% di questi elettori si dichiarano favorevoli a una forma di democrazia diretta, rispetto al 40% dell’intera popolazione. Oltre a difendere i posti di lavoro e il potere d’acquisto, negli ultimi anni Le Pen si è posta come paladina della sovranità popolare e dell’uso della democrazia diretta. Una strategia politica che punta a catturare il risentimento democratico che attraversa la società e ad accompagnare una narrazione anti-sistema. "Non dobbiamo quindi sottovalutare come la questione democratica pesi sul voto di Le Pen", spiega Bristielle. "La sensazione di non essere presi in considerazione dai dirigenti politici porta in ultima analisi le persone a voler “ribaltare la situazione” e a chiedere un potere totale e diretto per il popolo". "Il campo progressista – prosegue Bristielle – si trova quindi di fronte a una duplice sfida: abbassare le maschere delle tentazioni autocratiche dell’estrema destra e allo stesso tempo rispondere alle aspirazioni democratiche del suo elettorato".

Le Pen esulta, "Siamo pronti a governare la Francia"

Il Rassemblement National ha organizzato la sua graduale dédiabolisation negli ultimi dieci anni, da quando Le Pen nel 2011 ha preso dal padre le redini del fu Front National. Dopo aver abbandonato alcune delle misure chiave del suo programma storico, come il ritorno della pena di morte e l’uscita dall’eurozona, prendendo così le distanze dal fondatore del partito, Le Pen ha preso posizione sulle questioni dei diritti, favorendo l’inserimento dell’aborto nella Costituzione e abbandonando l’idea di abrogare la legge sul matrimonio tra coppie omosessuali. Intanto ha costruito un discorso sociale che ha maggiori probabilità di unire le persone rispetto a quello basato unicamente sull’identità. Ha messo tra le priorità la difesa dei lavoratori, del potere d’acquisto e della libertà di consumo. Lo studioso Raphaël Llorca ha analizzato quest’ultima svolta come l’emergere di una corrente “nazional-consumista” che pone il consumo al centro della sua strategia politica, ispirandosi al marketing dei brand.

"Nel corso degli anni – osserva Llorca – il Rn si è concentrato sulle questioni della vita quotidiana dei francesi, mentre prima offriva solitamente una litania di questioni identitarie per alimentare la paura dell’altro, ai margini del gioco politico e lontane dal costituire un partito credibile per governare".

C’è stata poi quella che i politologi chiamano la "strategia della cravatta". Gli 89 deputati entranti all’Assemblée Nationale nelle legislative del 2022 a cui Le Pen ha dettato un dress code obbligatorio, imponendo regole di bon ton istituzionale. Jérôme Fourquet, uno dei migliori sociologi francesi, autore di saggi importanti come L’archipel français, nota: "Dal secondo turno delle presidenziali del 2022, quando Le Pen ha ottenuto il 41,5% dei voti, e dalle ultime legislative, la strategia di dédiabolisation ha raggiunto una nuova tappa: quella della rispettabilità. I deputati del Rn hanno giocato la carta della rispettabilità repubblicana, mentre i deputati della France Insoumise hanno praticato l’agitazione e i fischi in aula. La recente immagine dei deputati di Mélenchon e degli ecologisti che sventolavano i colori della bandiera palestinese contro i deputati del Rn che indossavano le loro sciarpe tricolori è un simbolo del contrasto, e questa battaglia d’immagine è andata chiaramente a vantaggio della Rn. Pochi mesi prima – continua Fourquet – la drammatica riattivazione del conflitto israelo-palestinese aveva dato al Rn l’opportunità di compiere un passo decisivo nella sua lunga marcia verso la rispettabilità. Le Pen e alcuni dirigenti del Rn hanno potuto partecipare alla grande manifestazione contro l’antisemitismo, alla quale Mélenchon e i dirigenti non hanno voluto partecipare. Il 14 maggio 1990, durante la grande manifestazione contro l’antisemitismo organizzata dopo la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, Jean-Marie Le Pen e il suo partito erano stati ostracizzati dal movimento repubblicano. Trentatré anni dopo, sua figlia ha potuto marciare con la comunità ebraica, mentre ora è Mélenchon a essere relegato ai margini. Anche qui vediamo la portata di spostamenti profondi, avvenuti negli ultimi decenni, di cui i risultati elettorali di domenica sono solo la traduzione meccanica".

Oltre alla nuova “rispettabilità”, continua Fourquet, il successo alle europee della lista guidata da Jordan Bardella, candidato a essere primo ministro in caso di vittoria alle legislative, è dovuto anche al contesto in cui vivono i francesi. "Alcune delle principali preoccupazioni dei cittadini sono legate a questioni su cui il Rn è da tempo posizionato. È il caso del potere d’acquisto. Negli ultimi due anni, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di oltre il 20%. In cinque anni, i prezzi dell’elettricità sono cresciuti del 70%, e il Rn ha criticato il modo in cui vengono fissati i prezzi sul mercato europeo dell’elettricità. Il gasolio, il carburante più utilizzato nella Francia periurbana e rurale, nocciolo duro dell’elettorato del Rn, era a 1,4 euro al litro nel novembre 2018, quando è scoppiata la crisi dei Gilet gialli. Oggi è a quasi 1,9 euro. Segno dei tempi, Action, l’iperdiscount olandese, è diventato il supermercato preferito dai francesi".

La manifestazione contro l'estrema destra in Place de la Republique a Parigi. 11 giugno 2024 

Tra gli altri fattori, Fourquet sottolinea la rivolta nelle banlieue dell’estate 2023, che hanno interessato più di 530 Comuni e causato danni per oltre un miliardo di euro, l’omicidio del professore Dominique Bernard da parte di un islamista, la morte di alcuni ragazzi in risse sempre più violente. "Per non parlare dei furti nelle case delle celebrità che alimentano la sensazione che nessuno sia più al sicuro: il 25% dei francesi ha un allarme in casa. Tutto questo fa crescere un rumore di fondo. C’è una forte richiesta di protezione, la voglia che lo Stato riprenda il controllo. Le statistiche sugli omicidi e sul numero di detenuti – 70mila nel 2019, contro i 77.500 degli ultimi dati pubblicati – dimostrano che la situazione della sicurezza è notevolmente peggiorata e l’estrema destra abbonda di critiche al governo in questo campo".

Lo stesso vale per l’immigrazione, seconda questione più importante per gli elettori nelle elezioni di domenica. "Per molti francesi, il coinvolgimento di persone oggetto di decreti di espulsione non applicati in numerosi efferati casi di cronaca è un segno schiacciante dell’impotenza dei cittadini, così come gli attacchi alla laicità nelle scuole e le violente aggressioni a giovani ragazze vestite “alla francese” dimostrano il fallimento dell’integrazione in molte parti della République". "È stato questo mix esplosivo di potere d’acquisto, insicurezza e immigrazione – conclude il sociologo – a fornire il carburante al razzo Bardella per proiettarsi fino a vette senza precedenti".

C’è poi qualcosa di più profondo, forse di irrazionale, che faticano a capire all’Eliseo. È l’effetto repulsivo esercitato da Macron, ormai anche tra i suoi ex elettori. Secondo l’indagine di Ipsos, il 56% dei francesi non apprezza né la personalità né le politiche del capo dello Stato. Sommando quelli che apprezzano la sua personalità ma non le sue politiche, o viceversa, si arriva all’84% che sono in un modo o in un altro insoddisfatti. Resta quindi solo un 16% di francesi completamente in sintonia con Macron, più o meno il livello di voti che ha ottenuto la lista della maggioranza alle europee. Secondo un altro sondaggio del Figaro, il 27% è ancora pronto a fare diga contro l’estrema destra, scegliendo un candidato che non è strettamente della sua famiglia politica. Ma la novità è che c’è quasi un quarto dei francesi (24%) che vuole fare la stessa cosa nelle urne per sbarrare la strada al capo dello Stato. A Parigi alcuni candidati macronisti hanno rinunciato a fare campagna con la foto del loro leader. Qualcuno gli ha anche chiesto di farsi da parte, di non intervenire più in campagna. Lui denuncia uno "spirito disfattista" che serpeggia tra le élite mentre dice di avere "fiducia" nel popolo francese.

Emmanuel Macron e Giorgia Meloni durante il vertice UE-MED9 sulla migrazione. Malta, 29 settembre 2023 

Si scoprirà nel voto per le legislative, sistema maggioritario a doppio turno, del 30 giugno e 7 luglio, se il Presidente ha avuto ragione di lanciare la sua scommessa. "Gli scenari possibili sono due", analizza Alain Minc, eminenza grigia di tanti presidenti francesi, tra cui Macron. "Il primo è che, con l’effetto a catena delle europee e la regola estremamente violenta del 12,5% degli elettori registrati necessaria per qualificarsi al secondo turno delle legislative, il Rn ottenga una maggioranza assoluta o quasi. In pratica, significa elezioni presidenziali entro i prossimi sei mesi, perché il Rn farà di tutto per costringere Macron alle dimissioni". "L’altra ipotesi – prosegue Minc – è che l’Assemblée Nationale sarà ancora più ingovernabile, con un maggior numero di deputati Rn e un numero molto inferiore di deputati macronisti, creando un’equazione quasi insolubile. Ma questo potrebbe aprire ai Repubblicani uno spazio per fare il pivot, qualunque sia il loro risultato. Potranno rivolgersi alla destra dura e dialogare con i centristi, che non saranno più chiamati macronisti. Perché il macronismo è morto. In sostanza, tutto si riduce a una semplice equazione: nel migliore dei casi il caos, nel peggiore il Rn".

Minc aveva denunciato qualche mese fa la "rassegnazione" con cui le élite guardavano la marea montante dell’estrema destra fino al potere, cominciando ad adeguarsi all’idea. "Sono rassegnate e penso che l’élite francese sia un’élite molto diversa per ragioni storiche. E quindi non si ribellerà. Ho una convinzione. La grande differenza tra Inghilterra e Francia è questa: l’aristocrazia inglese decapitava il Re e riteneva che il Re non fosse il loro capo, mentre l’aristocrazia francese è stata sconfitta da Luigi XIV. In Inghilterra, il potere è nell’aristocrazia, anche se meno ora, mantiene il suo potere nel sistema parlamentare. In Francia, l’addomesticamento delle élite è iniziato da allora e non si è più fermato". Negli ambienti economici si comincia già a dire che il programma della coalizione delle sinistre a trazione Mélenchon – che prevede tasse e nuove spese pubbliche – potrebbe essere più pericoloso di quello del Rn. Uno dei grandi patron del Cac40, Vincent Bolloré, patron di Vivendi, è diventato il grande burattinaio della unione delle destre. Bolloré, con i suoi media (CNews, Europe 1, Journal du Dimanche) sta costruendo la nuova egemonia culturale degli ultraconservatori e ha dato la sua benedizione all’alleanza tra il presidente dei Républicains Eric Ciotti e Le Pen.

Se da una parte le élite potrebbero essere pronte ad allinearsi al nuovo corso politico, cosa succederà nelle banlieue in caso di vittoria dell’estrema destra? Come reagirà una società lacerata, attraversata da visioni talvolta inconciliabili, quell’“arcipelago” fotografato da Fourquet? La Febbre sta salendo, e sarà difficile fermarla. Il regista Éric Benzekri racconta di aver trovato lo strano titolo della sua serie tv, forse profetica, mentre rileggeva Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, il testamento che Stefan Zweig iniziò a scrivere nel 1939 quando il continente si stava per suicidare tra le braccia dei nazionalismi. "A poco a poco – scriveva l’autore austriaco in esilio – divenne impossibile scambiare parole ragionevoli con chiunque; i più pacifici, i più eleganti, erano intossicati dai fumi del sangue; amici che avevo sempre conosciuto come determinati individualisti si trasformavano da un giorno all’altro in fanatici patrioti. Tutte le conversazioni finivano in crude accuse, e da quel momento in poi c’era solo una cosa da fare: ritirarsi e tacere finché durava la febbre".

Marine le Pen vota per le elezioni del Parlamento europeo presso un seggio elettorale a Henin-Beaumont, nel nord della Francia. 9 giugno 2024 

Europee Germania, i dirigenti di AfD esultano dopo gli exit poll

BERLINO – Domenica sera, 9 giugno, mentre dai risultati delle Europee e delle Comunali comincia a emergere un terremoto, il presidente della Spd Lars Klingbeil si ritrova seduto in tv accanto alla leader dell’Afd, Alice Weidel. Il giovane leader deve coprire le spalle al cancelliere Olaf Scholz che in quelle ore si guarda bene dal farsi vedere in pubblico. Klingbeil, un gigante con la faccia da eterno ragazzo, sembra voler infondere un po’ di coraggio anzitutto a se stesso, dopo la debacle dei socialdemocratici. E pronuncia una frase che scatena un putiferio. "Oggi penso che in molti si siano svegliati: i nazisti si sono rafforzati", dichiara. La leader dell’Afd lo fissa, scandalizzata. "A chi si sta riferendo?". Klingbeil si gira verso di lei e sibila: "Lo sa benissimo". Weidel insiste: "Lei ha appena definito me e il mio partito dei nazisti?". Il capo della Spd non si tira indietro: "Sì".

L’Afd ha superato la Spd, ha incassato il 16% dei voti contro il 14% scarso dei socialdemocratici. Una batosta epocale. Nei giorni dell’anniversario della morte del ministro degli Esteri ebreo e socialdemocratico Walter Rathenau, assassinato dalle squadracce brune nel giugno del 1922, il sorpasso dell’estrema destra deve avere avuto un sapore particolarmente amaro, per i “rossi”.

Anche quando cominciano a emergere i dettagli, a molti militanti del partito delle grandi conquiste sociali, il più antico del mondo, corre un brivido lungo la schiena. Dopo una lunga emorragia durata decenni, la Spd ha definitivamente perso la sua base operaia. Che adesso vota estrema destra. Nella maggiore industria manifatturiera europea, il 33% delle tute blu ha votato per l’Afd: dieci anni fa era appena il 10%. E il travaso da sinistra a destra non potrebbe essere più evidente: se nel 2014 un quarto degli operai votava ancora Spd, ora è appena il 12%. Ancora: tra gli elettori tedeschi emerge in generale uno spostamento che ha il sapore di un tradimento: 570mila elettori socialdemocratici hanno votato per l’ultradestra.

Altro campo di battaglia, altro schiaffo: i giovani. l’Afd ha preso il 16%, undici punti in più rispetto a cinque anni fa. Allargando la platea degli elettori ai 16enni, il governo Scholz si era illuso di incassare maggiori consensi. E in effetti, in quella che oggi sembra altra era geologica, alle ultime Europee – prima del Covid e della guerra in Ucraina, quando milioni di ragazzi marinavano la scuola di venerdì per salvare il futuro del pianeta – i “Gruenen” avevano ancora conquistato un terzo dei voti dei giovani. Ebbene: in cinque anni, due terzi di quegli elettori verdi tra i 16 e i 30 anni hanno voltato le spalle agli ambientalisti. La maggior parte – il 70% – voleva “mandare un segnale” al governo semaforo, voleva esprimere la sua delusione per quello che hanno fatto Spd, Fdp e soprattutto i Verdi da quando siedono nei ministeri. Ma c’è una fetta consistente che ha scelto l’Afd non per protesta, ma per convinzione.

A Repubblica la politologa dell’Università di Kiehl, Paula Diehl, spiega che l’Afd non si può ancora considerare una “Volkspartei”, un partito consolidato in ogni strato della società, "perché polarizza ancora troppo". Quel che è certo, però, è che "gli altri partiti stanno collassando. Una volta erano un ponte tra governo e società. Ma con la crisi della rappresentanza ciò non funziona più, e da un pezzo. Adesso siamo scivolati nella crisi della democrazia".

Manifestazione contro l'estremismo di destra per le elezioni europee a Kö nigsplatz, Monaco di Baviera. 8 giugno 2024 

Uno studio recentissimo può forse aiutare a inquadrare meglio lo spostamento a destra degli under 30: “Jugend in Deutschland”, redatto regolarmente dal 2020 dalla squadra di Simon Schnetzer. L’indagine tra oltre duemila ragazzi tra i 14 e i 29 anni evidenzia quali sono le loro angosce principali. E sono quasi tutte ansie ignorate dai partiti tradizionali, soprattutto a sinistra. Il 65% dei giovani è preoccupato per l’inflazione, il 54% per l’emergenza abitativa, il 49% per la polarizzazione della società, il 41% per i profughi. Temi praticamente assenti, dalle campagne elettorali. La sfiducia dei giovani nella politica, nella possibilità di poter cambiare le cose, è a livelli allarmanti, avverte Schnetzer. E la loro condizione mentale è pessima: i livelli di stress e malessere psichico somigliano a quelli della pandemia. Insomma, anche se la Fondazione Anne Frank ha messo in guardia dal successo dell’Afd su Tiktok e ha invitato gli altri partiti a impegnarsi maggiormente sul social cinese amatissimo dai giovani, le ragioni del loro voto a destra sono più profonde.

E allora bisogna porsi la domanda: è giusto che Klingbeil abbia definito l’Afd, tout court, un partito “nazista”? Nelle ore immediatamente successive al voto, la cartina con l’Est colorata di turchese, con l’Afd primo partito nella vecchia Germania comunista, ha fatto il giro del mondo. Sembrava il “cappotto” di Berlusconi in Sicilia nel 2001: un manifesto, più che una differenza geografica. Ma se si guarda a Ovest, l’Afd è arrivata seconda o terza. Insomma, il ritorno di una “Cortina di ferro politica” è un’illusione ottica: l’ultradestra è andata bene ovunque.

Olaf Scholz alla riunione settimanale del gabinetto tedesco. Berlino , 12 giugno 2024 

L’Afd, purtroppo, comincia a essere lo specchio del Paese. Uno studio di novembre della Fondazione Hans Boeckler ha scoperto che i nuovi elettori dell’Afd sono più spesso donne, sono più spesso istruiti e benestanti, sono più spesso vaccinati – l’ultradestra è no vax – e hanno a cuore la lotta ai cambiamenti climatici, nonostante il partito sia negazionista. Bettina Kohlrausch, direttrice dell’Istituto economico della Fondazione, sintetizza: "L’Afd è riuscita come mai fino ad ora a raggiungere il centro della società".

La politologa Diehl prova a mettere il voto di domenica in prospettiva. "In Germania sono sparite alcune certezze che erano ancora solide, negli Anni 90. È allora che con i governi Spd di Schroeder comincia una “neoliberizzazione” dell’economia, del mondo del lavoro e delle infrastrutture. Dopo, negli anni di Merkel, non si è investito più in nulla e ora tutto è al collasso. E sta collassando proprio mentre assistiamo a una lunga emergenza dei profughi. L’Afd che dice “dobbiamo risolvere il problema dell’immigrazione” sposta l’attenzione dai problemi veri. Ma in fondo sta bene a tutti perché i partiti tradizionali non vogliono prendersi la responsabilità dei loro errori del passato".

Merz sul voto in Germania: "La Cdu ha vinto le elezioni, grave sconfitta per Scholz"

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