Netanyahu scioglie il gabinetto di guerra. Ma a Gaza si combatte ancora
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — Si chiude il gabinetto di guerra, ma si discute di quanto tempo ci vorrà per combatterla fino in fondo, la guerra: «Due mesi», dicono le forze armate, e gli ultimi due battaglioni di Hamas saranno il cattivo ricordo di un nemico sconfitto. Il Gabinetto di guerra è stato smantellato perché non serve più. Anzi, rischiava di fare danni. È una mossa annunciata, l’inevitabile deriva dell’addio al governo di Benny Gantz, il centrista in un esecutivo ormai drasticamente pendente a destra. Se il premier Benjamin Netanyahu non lo avesse sciolto, avrebbe dovuto accogliere l’istanza di farne parte del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il colono che cantava «morte agli arabi» e nel 2007 fu condannato per «incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terrorista».
Senza i più moderati Gantz e Gadi Eisenkot, nel Gabinetto che si riuniva per prendere decisioni controverse come l’attacco di terra a Rafah, Netanyahu sarebbe rimasto solo con il ministro del…
TEL AVIV — Si chiude il gabinetto di guerra, ma si discute di quanto tempo ci vorrà per combatterla fino in fondo, la guerra: «Due mesi», dicono le forze armate, e gli ultimi due battaglioni di Hamas saranno il cattivo ricordo di un nemico sconfitto. Il Gabinetto di guerra è stato smantellato perché non serve più. Anzi, rischiava di fare danni. È una mossa annunciata, l’inevitabile deriva dell’addio al governo di Benny Gantz, il centrista in un esecutivo ormai drasticamente pendente a destra. Se il premier Benjamin Netanyahu non lo avesse sciolto, avrebbe dovuto accogliere l’istanza di farne parte del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il colono che cantava «morte agli arabi» e nel 2007 fu condannato per «incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terrorista».
Senza i più moderati Gantz e Gadi Eisenkot, nel Gabinetto che si riuniva per prendere decisioni controverse come l’attacco di terra a Rafah, Netanyahu sarebbe rimasto solo con il ministro della Difesa Gallant, con quello degli Affari strategici Dermer e con il leader ultraortodosso di Shas Deri, oltre al fiato di Ben Gvir sul collo. Meglio, a questo punto, incontrare Gallant e Dermer in vertici più informali, ma la sostanza non cambia: la guerra a Gaza va avanti.
Lo scontro sulla «tregua tattica» si è chiuso con l’Idf che ha riconosciuto di averne «spiegato male» la natura, ma ha ribadito che sebbene «questo tipo di decisione non debba necessariamente essere approvata dal governo», in questo caso «è stata approvata dal ministro della Difesa». Un affondo micidiale assestato ribadendone efficacia e motivo: aderire alla richiesta di istituzioni e leggi internazionali, quelle che indagano l’assedio come crimine di guerra.
È uno scontro durissimo. Il governo blocca i riservisti, mantiene i privilegi degli ultra ortodossi e comanda un attacco che costa carissimo. Persino il figlio del premier, il social gaffeur Yair a cui i genitori hanno chiesto inutilmente di posare il cellulare, dal suo esilio dorato di Miami in cui lo hanno spedito perché non debba combattere nella Striscia di Gaza non ha resistito alla tentazione di accusare i vertici dell’Idf: «Cosa cercano di nascondere? Se non hanno tradito — twitta sulla sospensione dell’indagine del controllore di Stato per il fallimento del 7 ottobre, come se non fosse responsabilità soprattutto del premier — perché hanno così paura di un controllo indipendente?».
Ma la guerra va avanti eccome. Ieri l’Idf ha annunciato che tra due settimane sconfiggerà definitivamente Hamas. La molto biasimata operazione a Rafah procede e durerà poco, assicura. Dice che la 162esima divisione ha già fatto a pezzi metà dei due battaglioni residui di Hamas, uccidendo almeno 550 miliziani e distruggendo 200 tunnel. Cosa succederà dopo, l’Idf non lo sa: il governo non ci ha dato istruzioni sul «day after», hanno detto a Haaretz.
Questa corsa a dichiarare di aver chiuso i conti al Sud serve sull’altro fronte. Quello che brucia, ogni giorno di più, al Nord. con le milizie libanesi e filo iraniane di Hezbollah. Mentre iniziava la visita dell’inviato speciale Usa Amos Hochstein, spedito da Biden a governare l’incendio, Israele ha ucciso un alto ufficiale dei miliziani, Muhammad Mustafa Ayoub: «Era coinvolto nei lanci su Israele». Un nuovo martire nel cui nome Hezbollah farà partire i suoi razzi.