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Navi da guerra russe a Tobruk: così Mosca consolida la morsa sulla Libia

L’incrociatore “Varyag” e la fregata “Shaposhnikov” nel porto della città libica per una visita ufficiale al maresciallo Haftar. Si intensificano i rapporti tra i due Paesi
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Due navi da guerra russe sono arrivate nel porto libico di Tobruk per una visita ufficiale al maresciallo Haftar, il signore della Cirenaica. L’incrociatore “Varyag” e la fregata “Shaposhnikov” sono zeppe di missili ma non rappresentano una particolare minaccia per la Nato o per l’Italia: la prima è vecchia, gemella dell’ammiraglia del Mar Nero “Moskva” affondata dagli ucraini due anni fa; la seconda risale alla fine dell’Urss ed ha ricevuto tre anni fa radar e armamenti aggiornati. Quello che crea allarme è l’intensificarsi delle relazioni tra Haftar e Mosca, che gettano un’ulteriore ombra su tutta l’Africa.

Da tempo il maresciallo sta negoziando con il Cremlino la cessione di una base stabile in Libia, che permetterebbe a navi e sottomarini di insidiare il Canale di Sicilia e il Mediterraneo occidentale, come avviene già nella zona orientale grazie al porto siriano di Tartus. Di fatto, i moli di Tobruk stanno già venendo utilizzati dai russi per rafforzare la presenza militare …

Due navi da guerra russe sono arrivate nel porto libico di Tobruk per una visita ufficiale al maresciallo Haftar, il signore della Cirenaica. L’incrociatore “Varyag” e la fregata “Shaposhnikov” sono zeppe di missili ma non rappresentano una particolare minaccia per la Nato o per l’Italia: la prima è vecchia, gemella dell’ammiraglia del Mar Nero “Moskva” affondata dagli ucraini due anni fa; la seconda risale alla fine dell’Urss ed ha ricevuto tre anni fa radar e armamenti aggiornati. Quello che crea allarme è l’intensificarsi delle relazioni tra Haftar e Mosca, che gettano un’ulteriore ombra su tutta l’Africa.

Da tempo il maresciallo sta negoziando con il Cremlino la cessione di una base stabile in Libia, che permetterebbe a navi e sottomarini di insidiare il Canale di Sicilia e il Mediterraneo occidentale, come avviene già nella zona orientale grazie al porto siriano di Tartus. Di fatto, i moli di Tobruk stanno già venendo utilizzati dai russi per rafforzare la presenza militare nell’intero continente: gli accordi con la giunta golpista nigerina permettono oggi di collegare via terra la Cirenaica con il Niger, il Mali e il Burkina Faso, in pratica l’intero Sahel dove operano i contingenti di Putin.

Non è chiaro se i mezzi da combattimento scaricati in Libia negli scorsi mesi - tra cui decine di tank T72, numerosi camion e pezzi d’artiglieria - fossero destinati all’esercito di Haftar o siano stati inviati a sostenere altre forze. Oltre ai generali che hanno preso il potere nel Sahel, i russi armano i “secessionisti” della milizia Rsf che hanno scatenato la guerra civile in Sudan. E c’è una pressione molto forte sul Ciad, che non ha caso ha espulso un piccolo gruppo di soldati americani.

Insomma, la Cirenaica è diventato il cardine di una partita di Risiko che attualmente vede i russi dilagare dal Mediterraneo al Mar Rosso, dalla Repubblica Centroafricana al Sahara. Contemporaneamente, il Cremlino rinsalda i rapporti storici con l’Algeria; con l’Egitto, dove “Varyag” e “Shaposhnikov” hanno tenuto la scorsa settimana esercitazioni con la Marina di Al Sisi, e cerca di mettere piede in Tunisia. Una grande offensiva diplomatica e militare che non viene contrastata né dall’Europa, nè dagli Stati Uniti.

C’è un altro elemento da tenere presente. Nello scacchiere africano Putin si muove in sintonia con Erdogan: le giunte scacciano le truppe francesi e statunitensi impegnate nella lotta al terrorismo jihadista ma assieme ai russi, soldati o mercenari, aprono le porte ai tecnici turchi e ai loro droni da combattimento. Sta avvenendo praticamente ovunque. Questa intesa tra Mosca e Ankara crea i presupposti per l’ultimo disegno vagheggiato dal Cremlino: negoziare un accordo tra la Tripolitania - dal 2018 sotto l’influenza turca - e la Cirenaica che porti alla nascita di un governo nazionale. Usa, Onu e Ue non sono riuscite a mettere d’accordo potentati politici e tribali che hanno smesso di combattersi senza definire un percorso per le elezioni e la riunificazione del Paese. Ora i russi lavorano apertamente per trovare una soluzione che potrebbe convenire pure a Erdogan, perché sarebbe in grado di tagliare gli occidentali fuori dalla gestione delle risorse energetiche libiche. A maggio pochi giorni dopo la visita a Tripoli di Giorgia Meloni, per la prima volta anche una delegazione tripolina di altissimo livello è stata ricevuta a Mosca.

Le trattative in Libia, nazione che dopo la rivoluzione contro Gheddafi non ha più trovato una stabilità, sono sempre lente e dagli esiti incerti. L’ingresso in scena del viceministro della Difesa, Yunus Bek Yevkurov, un veterano dei conflitti caucasici e un abile mediatore, in poco più di sei mesi però ha impresso un’accelerazione formidabile.

Bek Yevkurov il primo giugno ha firmato con Haftar una serie di accordi militari ed economici, di cui si cominciano a vedere gli effetti. L’azienda Tatneft ha iniziato a discutere il progetto di una raffineria. Ed è stata annunciata la partenza dei primi 250 cadetti della Cirenaica per le accademie russe. Il maresciallo anziano e malato cerca di consolidare il suo dominio e garantire la successione ai figli Saddam e Khaled: pur dipendendo dagli aiuti di Mosca e del Cairo, oltre che dai finanziamenti emiratini, finora ha sempre mantenuto buoni rapporti con l’Italia. Negli ultimi due mesi invece sembra avere completamente ceduto alle lusinghe di Putin, in un abbraccio che potrebbe avere esiti disastrosi per il nostro Paese.

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