✕

Brasile, la grande fuga dei golpisti di Bolsonaro: 62 dei 200 arrestati sono fuggiti in Argentina, Uruguay e Paraguay

(reuters)
Gli indagati che hanno partecipato al blitz dell’8 gennaio 2023 rischiano 20 anni di carcere. Tra Milei e Lula non corre buon sangue, ma il presidente argentino ha negato l’esistenza di un “patto di impunità” tra lui e l’ex leader
2 minuti di lettura

In molti, la maggioranza, hanno rotto le cavigliere elettroniche e sono fuggiti. Come perseguitati politici. In realtà, per la giustizia brasiliana, sono semplici criminali. Golpisti, nello specifico. Hanno trovato rifugio in Argentina, Uruguay e Paraguay. Bastava passare le frontiere per sentirsi in salvo. Javier Milei, del resto, è il più fervido sostenitore e alleato di Jair Bolsonaro e sarebbe stato clemente con i suoi sostenitori. Ma la fuga è durata meno di un mese. La Polizia federale, su ordine del consigliere del Tribunale Superiore Alexander de Moraes, si è accorta che qualcosa non andava. Su oltre 200 indagati e in parte già condannati per tentato colpo di Stato e terrorismo, almeno la metà aveva violato le misure di sorveglianza e gli obblighi degli arresti domiciliari. Erano spariti.

(reuters)

La conferma è arrivata con il blitz di due settimane fa quando si è scoperto che 62 delle person…

In molti, la maggioranza, hanno rotto le cavigliere elettroniche e sono fuggiti. Come perseguitati politici. In realtà, per la giustizia brasiliana, sono semplici criminali. Golpisti, nello specifico. Hanno trovato rifugio in Argentina, Uruguay e Paraguay. Bastava passare le frontiere per sentirsi in salvo. Javier Milei, del resto, è il più fervido sostenitore e alleato di Jair Bolsonaro e sarebbe stato clemente con i suoi sostenitori. Ma la fuga è durata meno di un mese. La Polizia federale, su ordine del consigliere del Tribunale Superiore Alexander de Moraes, si è accorta che qualcosa non andava. Su oltre 200 indagati e in parte già condannati per tentato colpo di Stato e terrorismo, almeno la metà aveva violato le misure di sorveglianza e gli obblighi degli arresti domiciliari. Erano spariti.

(reuters)

La conferma è arrivata con il blitz di due settimane fa quando si è scoperto che 62 delle persone da arrestare non erano più rintracciabili. È bastato poco per capire che si erano rifugiate nei paesi confinanti per evitare un processo nel quale rischiano anche 20 di carcere. Sulla prime l’Argentina ha fatto finta di niente e spesso negato. Ma di fronte a passi ufficiali, con il ministero degli Esteri brasiliano che protestava e ricordava come quei latitanti fossero indagati e spesso già condannati per aver assaltato assieme ad altre migliaia di sostenitori di Jair Bolsonaro i palazzi del Congresso, della Corte Suprema e della Presidenza, devastandoli, Buenos Aires ha dovuto ammettere che una sessantina era stata ammessa, tranne due che non avevano i documenti in regola.

La fuga dal Brasile non era un mistero. Chi si era rifugiato in Argentina aveva lanciato sul web una raccolta fondi per aiutare i fuggiaschi a vivere da esiliati. Da sempre i 1200 arrestati, poi ridotti a 800, pochi giorni dopo l’assalto dell’8 gennaio 2023, si sono dichiarati innocenti. Per loro l’irruzione sulla spianata dei Tre Poteri e il saccheggio dei palazzi erano stati la reazione a un risultato elettorale che consideravano, e tuttora considerano, truccato. La vittoria, sebbene di misura, di Lula su Bolsonaro, era un’ingiustizia che andava riparata. Anche con la violenza. L’esempio di Capitoll Hill di un anno prima aveva fatto scuola in Brasile.

Scoperta la fuga, 13 hanno lasciato l’Argentina facendo perdere le loro tracce. Lo ha dichiarato il governo di Milei che per evitare una crisi diplomatica con il suo vicino ha risposto alla richiesta di notizie del ministero degli Esteri brasiliano su 143 golpisti che mancano all’appello. Le informazioni riguardano solo 62; degli altri non si sa nulla. Alcuni hanno cambiato nome, altri sono imboscati da qualche parte, altri ancora sono fuggiti in Europa o negli Usa. Ma alcuni hanno chiesto ufficialmente asilo per motivi politici. La legge argentina prevede l’esame delle singole richieste prima di concedere l’estradizione che il Brasile si accinge a presentare. La trafila potrebbe essere lunga.

Buenos Aires non vuole infiammare un clima già teso con Brasilia. Tra Milei e Lula non c’è grande empatia. Nell’unica visita che il presidente di estrema destra ha fatto nel gigante del Sud America ha incontrato Bolsonaro, non il suo omologo. Così, per evitare equivoci e non apparire terra che accoglie golpisti, il governo argentino ha negato, nella sua risposta a quello brasiliano, l’esistenza di un “patto di impunità” tra Milei e Bolsonaro. “Non lo stipuliamo con nessuno”, si legge nella dichiarazione del portavoce della presidenza Manuel Adorni. “Nella lettera che ci avete mandato come ministero degli Esteri fate riferimento a Bolsonaro. Ma noi non lo abbiamo fatto con lui, né lo faremo con altri. Il caso riguarda una questione giudiziaria. La giustizia adotterà misure corrispondenti quando arriverà il momento di prenderle e noi le rispetteremo come rispettiamo ogni decisione giudiziaria”.

Leggi i commenti