Roma — Giusto per capire l’aria che tira: salvo cambi d’agenda, Giorgia Meloni dovrebbe ricevere lunedì a Roma Viktor Orbán. Un faccia a faccia, quello con il premier ungherese poco sensibile allo stato di diritto, che potrebbe servire a sancire l’ingresso dei suoi eurodeputati in Ecr, in bilico da tempo. Una nuova sfida italiana a Parigi e Berlino. E d’altra parte, è da ieri che la presidente del Consiglio sposa un approccio muscolare. Annuncia che i Conservatori hanno superato i liberali nella conta degli iscritti al gruppo parlamentare europeo.
E mette in discussione l’approccio avuto finora sui top jobs da parte di Macron e Scholz: «Si è tentato di correre perché i protagonisti si rendono conto che è un accordo fragile – sostiene durante la festa del Giornale -. Ho trovato surreale che in Consiglio alcuni siano arrivati coi nomi, senza tentare prima una riflessione sull’indicazione dei cittadini e sul cambio di passo delle priorità. Io non interpreto la democrazia così, questi so…
Roma — Giusto per capire l’aria che tira: salvo cambi d’agenda, Giorgia Meloni dovrebbe ricevere lunedì a Roma Viktor Orbán. Un faccia a faccia, quello con il premier ungherese poco sensibile allo stato di diritto, che potrebbe servire a sancire l’ingresso dei suoi eurodeputati in Ecr, in bilico da tempo. Una nuova sfida italiana a Parigi e Berlino. E d’altra parte, è da ieri che la presidente del Consiglio sposa un approccio muscolare. Annuncia che i Conservatori hanno superato i liberali nella conta degli iscritti al gruppo parlamentare europeo.
E mette in discussione l’approccio avuto finora sui top jobs da parte di Macron e Scholz: «Si è tentato di correre perché i protagonisti si rendono conto che è un accordo fragile – sostiene durante la festa del Giornale -. Ho trovato surreale che in Consiglio alcuni siano arrivati coi nomi, senza tentare prima una riflessione sull’indicazione dei cittadini e sul cambio di passo delle priorità. Io non interpreto la democrazia così, questi sono atteggiamenti che allontanano i cittadini».
L’orientamento italiano resta quello di frenare un accordo al vertice del 27-28 giugno. Non è un risultato nella disponibilità di Meloni, certo: ma la premier può comunque complicare un’intesa rapida. Attendere il voto francese, sperando nel definitivo collasso di Macron, è considerato da Roma un vantaggio da sfruttare per ottenere poi il massimo da un bis di von der Leyen o, nello scenario migliore, l’ascesa di un nome alternativo del Ppe ancora più disponibile a trattare con la destra.
È chiaro, questa seconda opzione era e resta una tentazione. Che mal si concilia con l’appello pronunciato da Sergio Mattarella: «La coscienza democratica – dice il Presidente – impone di rispettare sempre il voto degli elettori. Ma è importante ricordare che vi è un carattere irrinunciabile dell’Ue nato da un patto di pace e democrazia e da alcuni valori che sono lo stato di diritto, la coesione sociale, la dignità di ogni persona e la volontà di accrescimento sociale. Chiunque ne faccia parte deve averle sempre come rifermento». Tradotto: l’Europa coinvolga l’Italia e l’Italia lasci perdere abbracci pericolosi con gli euroscettici.
Che Meloni giochi su due tavoli, d’altra parte, è cosa nota. Raffaele Fitto continua ad essere il principale candidato al ruolo di commissario al Pnrr, bilancio e fondi di coesione. E non basta: è possibile riferire di almeno due contatti telefonici tra Meloni e von der Leyen, negli ultimi tre giorni. La premier ha anche proposto un faccia a faccia, che le garantirebbe quel riconoscimento politico utile a legittimare un eventuale sostegno al bis. Il problema è il costo di una simile operazione: von der Leyen guadagnerebbe qualche decina di voti conservatori, ma rischierebbe di perderne di più tra franchi tiratori socialisti e liberali.
Per adesso, Meloni trova utile alzare la tensione. Serve a trattare, ma anche a preparare il piano B: l’alleanza politica e strategica di Ecr con il nuovo gruppo di Marine Le Pen. Un coordinamento nero all’opposizione di Macron e Scholz. Con un enorme rischio: quello di scatenare una battaglia contro Bruxelles a ridosso di una procedura d’infrazione. E con un vantaggio tattico immediato, per la premier: evitare l’emorragia di parlamentari da Ecr e non farsi scavalcare a destra da Matteo Salvini e dalla leader lepenista.
Di certo, le parole scettiche verso la mediazione sui top jobs non aiutano il dialogo. «Credo che gli stessi Popolari – dice Meloni - si rendano conto che continuare a inseguire le politiche della sinistra sarebbe fatale». L’obiettivo è costruire una sponda con l’ala destra del Ppe, ma anche la controindicazione è evidente: far traballare la candidatura della presidente uscente, logorata dal duello interno al popolarismo continentale. Per adesso, comunque, Meloni prova ad arruolare il pallottoliere: «Siamo il terzo gruppo per numero di parlamentari», annuncia, spiegando che Ecr ha toccato quota 83 iscritti grazie all’adesione di eurodeputati di Danimarca, Francia (tra cui Marion Maréchal, nipote di Le Pen che ha rotto con Zemmour), Bulgaria, Lituania e Romania.
Non è una battaglia destinata a finire in poche ore, perché la premier italiana potrebbe perdere per strada i seggi garantiti dal Pis polacco e degli spagnoli di Vox. E perché anche Renew lavora per effettuare il controsorpasso: «Loro terzi? “È assolutamente prematuro. La competizione ci piace moltissimo…».