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Dalla Bomba Tremila al Tank Tartaruga, così Mosca innova le sue armi per vincere

Soldati ucraini davanti a un tank tartaruga catturato ai russi 
Esordio al fronte dell'ordigno che sbriciola file di palazzi, dimostrazione di come i russi stiano vincendo la sfida per adattare i mezzi alle esigenze del conflitto: "Sono pericolosi e imprevedibili"
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Le immagini sono impressionanti: una singola bomba cade dal cielo su un blocco di palazzi alti dieci piani, tipico dell’edilizia popolare sovietica, e lo sbriciola. Sono state filmate a Liptsy, la cittadina della regione di Kharkiv dove si è arenata l’ultima offensiva russa, sottoposta ad attacchi continui per scardinare le fortificazioni ucraine: quel complesso di edifici era una postazione dei difensori ed è difficile che all’interno qualcuno sia sopravvissuto. L’ordigno che lo ha investito infatti è un’arma mostruosa: l’esordio della versione “planante” della FAB-3000, che pesa appunto tre tonnellate, con una carica ciclopica di esplosivo.

A sorprendere non è soltanto la potenza della bomba - senza pari in Occidente - ma anche la velocità con cui i generali di Mosca l’hanno resa operativa. L’annuncio della produzione è stato fatto lo scorso venti marzo, in tre mesi è già stata schierata: a un’aviazione della Nato sarebbero serviti anni per passare dal prototipo all’azione. E lo sv…

Le immagini sono impressionanti: una singola bomba cade dal cielo su un blocco di palazzi alti dieci piani, tipico dell’edilizia popolare sovietica, e lo sbriciola. Sono state filmate a Liptsy, la cittadina della regione di Kharkiv dove si è arenata l’ultima offensiva russa, sottoposta ad attacchi continui per scardinare le fortificazioni ucraine: quel complesso di edifici era una postazione dei difensori ed è difficile che all’interno qualcuno sia sopravvissuto. L’ordigno che lo ha investito infatti è un’arma mostruosa: l’esordio della versione “planante” della FAB-3000, che pesa appunto tre tonnellate, con una carica ciclopica di esplosivo.

A sorprendere non è soltanto la potenza della bomba - senza pari in Occidente - ma anche la velocità con cui i generali di Mosca l’hanno resa operativa. L’annuncio della produzione è stato fatto lo scorso venti marzo, in tre mesi è già stata schierata: a un’aviazione della Nato sarebbero serviti anni per passare dal prototipo all’azione. E lo sviluppo di queste armi è indicativo dei passi avanti rapidissimi fatti dalla Russia per adattare l’arsenale alle necessità del campo di battaglia: questa sorta di evoluzione darwiniana nei sistemi bellici è un elemento decisivo nei conflitti.

Quando è scattata l’invasione dell’Ucraina, gli stormi di Putin erano sostanzialmente privi di ordigni in grado di colpire con precisione da lunga distanza: gli aerei dovevano sorvolare i bersagli, venendo decimati dai missili terra-aria Stinger o simili. Di fatto, l’aeronautica non ha potuto contribuire alle manovre dell’esercito. Gli ingegneri hanno così studiato una soluzione semplice e veloce: hanno piazzato due alette estraibili sotto le bombe esistenti, in maniera da prolungare la gittata fino a dieci-venti chilometri e sottrarsi alla contraerea.

Poi hanno aggiunto un apparato di guida satellitare, per colpire con minore approssimazione. E hanno applicato questa modifica a ordigni sempre più grandi: in un anno da cinquecento chili sono arrivati fino alla bestia da tre tonnellate, con fabbriche che ne sfornano senza sosta.

Questa singola innovazione ha reso i Sukhoi russi protagonisti dei combattimenti: una pioggia di bombe plananti demolisce caseggiati e capisaldi dove si trovano i comandi, le centrali che guidano i droni o i nuclei di resistenza. Lo fanno senza perdite - pare possano sganciare pure da 40 chilometri di distanza -, tanto da essere diventati l’incubo degli ucraini: il presidente Zelensky ripete in continuazione la richiesta di missili antiaerei a lungo raggio, come i Patriot e i Samp-T, per fermare i raid sulle prime linee.

La stessa metamorfosi si è vista in altri settori. Ad esempio, nei droni volanti: per oltre un anno c’è stato un dominio assoluto degli ucraini, che hanno terrorizzato gli invasori trasformando i quadricotteri commerciali in killer onnipresenti. Poi Mosca ha messo a punto apparati di contromisure elettroniche, che disturbano le frequenze dei telecomandi o fanno impazzire i navigatori gps. Quindi ha costruito una serie di velivoli senza pilota che scambiano dati tra loro, si inoltrano in profondità e spesso gestiscono autonomamente gli attacchi: adesso in molte zone il vantaggio russo è netto.

Anche Kiev aggiorna i suoi strumenti per rispondere alle innovazioni del nemico. Ha però un limite: seppur molto attive, le sue aziende sono poche - concentrate nei droni, nei missili e nei veicoli blindati - e dipendono dalle tecnologie degli alleati. Che si stanno rivelando molto più lenti dei russi. Come dimostra il caso delle mega-bombe plananti FAB3000, l’economia di guerra imposta dal Cremlino permette di trasferire al fronte i nuovi prodotti nel giro di mesi mentre alle industrie americane o europee servono anni.

C’è un altro mezzo, in apparenza singolare, che ha conquistato l’attenzione degli analisti: il “Tank Tartaruga”, un carro armato inscatolato in un parallallepido di lamiere. La sua comparsa tre mesi fa è stata accolta con ilarità; poi si è capito che quel congegno rustico era immune alla maggioranza dei droni e passava indenne sui campi minati. Pochi giorni fa Mick Ryan, un ex generale australiano che tiene seminari pure nelle accademie statunitensi, ha scritto una “Ode al Tank Tartaruga” presentandolo come modello vincente di innovazione, con lo sviluppo di quattro generazioni in ventiquattro mesi: prima le “pagode” con tubi metallici sopra la torretta, ridicolizzate al loro esordio e invece adottate pure dagli israeliani a Gaza; poi le reti metalliche anti-drone che rivestivano i veicoli; quindi piccoli apparecchi di disturbo elettronico, distribuiti su larga scala; infine il “carapece” d’acciaio che ha pure il sistema azzera-frequenze e un vomere anteriore per spazzare le mine.

“La sfida operativa - sostiene il generale Ryan - a cui questi “Tank Tartaruga” cercano di dare risposta è la capacità per le forze terrestri di radunarsi, attraversare le linee per andare all’assalto, sopravvivere fino alle posizioni nemiche e sostenere l’apertura di una breccia a vantaggio degli altri reparti”.

“É anche la dimostrazione - conclude - della capacità di adattamento dell’esercito russo. Mentre sono in genere più lenti nell’imparare rispetto agli ucraini, nel corso della guerra sono cambiati. Il “Tank Tartaruga” fa vedere che, una volta compresa la lezione che viene dall’esperienza del campo di battaglia, sanno impegnare la loro industria nel realizzare una soluzione. Rimangono un avversario pericoloso e imprevedibile”.

Non a caso, dalla primavera 2023 Mosca ha fermato la produzione degli armamenti che alla prova del fuoco sono risultati carenti o troppo complessi da gestire, come i modernissimi carri Armata T-14. Ora si teme che il nuovo ministro della Difesa Andrey Belousov, un manager tecnocrate, darà un’ulteriore sterzata alla macchina bellica russa: ha promesso l’introduzione di sistemi ancora più avanzati e più efficienti. Una minaccia da non sottovalutare.

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