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Tutti amici del Vietnam: la diplomazia del bambù strega Russia, Usa e Cina

(afp)

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Putin ha visitato Hanoi ieri per sancire la storica alleanza basata su armi e gas. Biden ha elevato il Paese a “partner strategico” e anche Xi ha rafforzato i legami
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PECHINO — Nel giro di nove mesi sono stati ad Hanoi Joe Biden, che ha elevato lo status del Vietnam a «partner strategico globale» per gli Usa; Xi Jinping, che ha cementato i legami per costruire insieme «una comunità con un futuro condiviso»; e ora Vladimir Putin che, dopo il viaggio in Corea del Nord, nella capitale vietnamita ha cercato di rafforzare la cooperazione bilaterale. Americani, cinesi, russi: corteggiato, il Vietnam cerca di cogliere i frutti di tutte queste attenzioni rimanendo ancorato alla sua abile «diplomazia del bambù».

Una politica estera che risale alla fine della Guerra Fredda, quando il Paese comunista decise di essere amico di tutti e nemico di nessuno. Radici solide ma rami flessibili, come il bambù. Stare in equilibrio tra rigore dottrinale e flessibilità strategica: senza fare scelte di campo nette per ottenere vantaggi da tutte e tre le potenze. Il Vietnam è stato infatti abile finora ad avere buoni rapporti con Washington, Pechino e Mosca continuando…

PECHINO — Nel giro di nove mesi sono stati ad Hanoi Joe Biden, che ha elevato lo status del Vietnam a «partner strategico globale» per gli Usa; Xi Jinping, che ha cementato i legami per costruire insieme «una comunità con un futuro condiviso»; e ora Vladimir Putin che, dopo il viaggio in Corea del Nord, nella capitale vietnamita ha cercato di rafforzare la cooperazione bilaterale. Americani, cinesi, russi: corteggiato, il Vietnam cerca di cogliere i frutti di tutte queste attenzioni rimanendo ancorato alla sua abile «diplomazia del bambù».

Una politica estera che risale alla fine della Guerra Fredda, quando il Paese comunista decise di essere amico di tutti e nemico di nessuno. Radici solide ma rami flessibili, come il bambù. Stare in equilibrio tra rigore dottrinale e flessibilità strategica: senza fare scelte di campo nette per ottenere vantaggi da tutte e tre le potenze. Il Vietnam è stato infatti abile finora ad avere buoni rapporti con Washington, Pechino e Mosca continuando ad attirare investimenti: potenza manifatturiera e Paese sempre più centrale nelle catene di approvvigionamento globale. Ha sviluppato legami più solidi con americani e alleati, evitando di irritare la Cina con la quale la partnership economica è fondamentale (nonostante la rivalità sulle acque contese nel Mar cinese meridionale), e continuando a commerciare con la Russia, principale fornitore di armi (seppur in calo negli ultimi anni) e cruciale per gas e petrolio.

Putin, che sta cercando di migliorare i legami con una parte di Asia per compensare il suo isolamento ma che si è trattenuto dalle solite sparate provocatorie per non mettere in una scomoda posizione i vietnamiti, ha incontrato il presidente To Lam, al quale ha dichiarato, dopo averlo abbracciato, che il «rafforzamento della partnership strategica è una delle priorità della Russia». Ha però usato la visita per lanciare due messaggi all’Occidente. Il primo riguardo alla dottrina nucleare: «Abbasseremo la soglia per l’utilizzo delle armi atomiche» e il secondo riguardo a Zelensky: «Sarà sostituito entro il 2025».

I due hanno firmato 11 accordi su petrolio (forniture di oro nero e gnl al Vietnam), istruzione, sanità, e hanno messo le basi per la costruzione di un centro di tecnologia nucleare. Putin ha dichiarato che i due Paesi condividono l’interesse a «sviluppare un’architettura di sicurezza affidabile». Il russo ha visto anche Nguyen Phu Trong, segretario del Partito, che detiene il vero potere nel Paese.

Mosca da oltre mezzo secolo fornisce armi allo storico partner e ha contribuito alla formazione di molti quadri del Pc, tra cui proprio Nguyen. Le attrezzature russe sono ancora il 60-70% dell’arsenale di difesa vietnamita, anche se negli ultimi anni Hanoi ha cercato di diversificare. Gli interessi energetici russi sono molto forti: i due Paesi hanno avviato vari progetti di esplorazione congiunta di petrolio e gas nel Mar cinese meridionale, acque quasi interamente rivendicate, però, da Pechino. È russa la società che gestisce il più grande giacimento petrolifero del Vietnam, quello di Bach Ho. Milioni di dollari di profitti a beneficio di entrambi i Paesi.

L’invasione dell’Ucraina non ha scalfito la storica posizione vietnamita: Hanoi si è astenuta dalle risoluzioni Onu che condannano la Russia, ma ha mantenuto buone relazioni con Kiev, anche se non si è presentata alla conferenza in Svizzera. Washington si è risentita rispetto a questa visita di Putin («nessun Paese dovrebbe dargli una tribuna per promuovere la guerra»), ma per gli americani il Vietnam è cruciale (anche per provare a contenere Pechino) e le critiche non influiranno sulle relazioni.

Desiderose di diversificare parte della loro produzione, il Vietnam è diventato una delle destinazioni predilette di molte aziende Usa (Apple ad esempio). Dopo il viaggio di Biden, la Casa Bianca annunciò che avrebbe aiutato il Paese a quantificare i suoi giacimenti di terre rare: gli americani vedono lì un’alternativa a basso costo e meno rischiosa di Pechino. Per Hanoi, aver migliorato le relazioni con gli Usa significa mercati molto redditizi per le proprie esportazioni. Pechino, da parte sua, si è offerta di potenziare collegamenti che consentirebbero di esportare di più in Cina, soprattutto prodotti agricoli. Nel primo trimestre l’economia vietnamita si è espansa del 5,7% anno-su-anno. Il commercio bilaterale con gli Usa è di 111 miliardi di dollari (ancora 60 in meno di quello con la Cina). Con la Russia si è fermi a 3,6. Ma lo Zar è fiducioso. Il bambù vietnamita vince ancora.

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