Daghestan, l’ombra dello Stato islamico sul doppio attacco. Ecco perché il terrorismo rialza la testa nella Russia impegnata nel conflitto ucraino
di Daniele RaineriCi sono molti elementi che fanno pensare che da un momento all’altro potrebbe arrivare la rivendicazione dello Stato islamico per il doppio attacco di ieri contro due sinagoghe e due chiese in Daghestan (che fa parte della Federazione russa). Il fatto che ci siano stati due attacchi simultanei da parte di due gruppi di fuoco, che è una tattica prediletta dallo Stato islamico perché riscuote più attenzione sui media internazionali. Il messaggio pubblicato da al Azaim – il braccio di propaganda dello Stato islamico del Khorasan (Iskp), formato da più canali su Telegram e altri servizi di messaggistica: in questo caso ha parlato un canale in russo – che elogia gli attentatori e dice che l’attacco è una risposta all’appello dell’Iskp a colpire ebrei e cristiani. Il passato nello Stato islamico di uno degli attentatori, secondo fonti locali. Le scritte lasciate sui muri, che inneggiano alla guerra santa contro ebrei e cristiani.
La rivendicazione di solito arriva a qualche ora dall’attacco…
Ci sono molti elementi che fanno pensare che da un momento all’altro potrebbe arrivare la rivendicazione dello Stato islamico per il doppio attacco di ieri contro due sinagoghe e due chiese in Daghestan (che fa parte della Federazione russa). Il fatto che ci siano stati due attacchi simultanei da parte di due gruppi di fuoco, che è una tattica prediletta dallo Stato islamico perché riscuote più attenzione sui media internazionali. Il messaggio pubblicato da al Azaim – il braccio di propaganda dello Stato islamico del Khorasan (Iskp), formato da più canali su Telegram e altri servizi di messaggistica: in questo caso ha parlato un canale in russo – che elogia gli attentatori e dice che l’attacco è una risposta all’appello dell’Iskp a colpire ebrei e cristiani. Il passato nello Stato islamico di uno degli attentatori, secondo fonti locali. Le scritte lasciate sui muri, che inneggiano alla guerra santa contro ebrei e cristiani.
La rivendicazione di solito arriva a qualche ora dall’attacco, in modo che l’organo ufficiale della propaganda dello Stato islamico (l’agenzia Amaq) abbia il tempo di comporre un comunicato con materiale inedito, che soltanto gli attentatori possono avere inviato (si teme che possa essere il video che dell’uccisione di un prete ortodosso durante il raid di ieri).
Il doppio attacco in Daghestan fa parte di una serie di segnali forti che indicano un ritorno virulento delle cellule russofone dello Stato islamico – che ai tempi dell’espansione del gruppo in Siria e Iraq, dieci anni fa, fornirono migliaia di volontari. Il 3 marzo le squadre antiterrorismo russe hanno ucciso i sei componenti di una presunta squadra dello Stato islamico in Inguscezia, una piccola repubblica del Caucaso appartenente alla Federazione russa.
Il 7 marzo i servizi di sicurezza hanno ucciso due sospetti terroristi a Kaluga, un piccolo centro a Sud di Mosca, e secondo la versione ufficiale stavano preparando un attacco contro una sinagoga. Il 22 marzo una cellula dello Stato islamico di quattro terroristi ha lanciato un raid contro un concerto alla Crocus Hall di Mosca e ha ucciso centoquaranta persone prima di dileguarsi a bordo di un’automobile ed essere catturata poche ore dopo – l’attacco più grave in Russia negli ultimi vent’anni.
Il 16 giugno sei detenuti appartenenti allo Stato islamico e molto bene organizzati hanno tentato l’evasione dal carcere di Rostov, dopo avere divelto le sbarre delle celle ed essersi calati dal terzo e dal quarto piano dell’edificio. Hanno preso in ostaggio due guardie in un cortile interno e hanno girato un video – nel quale mostrano una bandiera dello Stato islamico – per chiedere un veicolo per la fuga in cambio degli ostaggi, ma sono stati uccisi dalle forze speciali russe. Negli stessi giorni gli esperti hanno notato che l’Iskp aveva cominciato una raccolta fondi, via colletta con criptovalute, tra i suoi simpatizzanti ed era successo anche prima della strage al Crocus Hall. Adesso sono arrivati gli attacchi in Daghestan.
È possibile che questo ritorno del terrorismo jihadista sia favorito dal fatto che l’apparato di sicurezza russo è costretto a concentrarsi, come mai prima, sull’invasione in Ucraina e sull’enorme mole di lavoro che deriva in modo inevitabile dallo scatenare una guerra totale contro il vicino. Mosca ha assegnato la priorità massima alla lotta contro il network di agenti ucraini che in questi anni ha dimostrato di poter colpire bersagli importanti in territorio russo – ed è persino entrato all’interno di basi militari. Decine di migliaia di uomini che sarebbero utili nell’antiterrorismo in questo momento devono fare altro, quando non sono nei territori occupati in Ucraina, al fronte oppure nei paraggi. Molti sono stati uccisi o feriti, alcuni sono stati fatti prigionieri. E mentre la Russia consuma risorse all’estero, in casa si riaccende la violenza.
La propaganda di Mosca dopo ogni attacco terroristico prova a incolpare l’Ucraina e l’Occidente, in termini molto vaghi, ma la spiegazione è più lineare: i servizi di sicurezza russi non possono occuparsi con efficienza di tutte le minacce e le cellule estremiste sfruttano la loro distrazione.
Inoltre la mobilitazione, che costringe i giovani a partire per il fronte e in Daghestan ha causato parecchio malcontento, e l'accesso più facile alle armi che tornano dalle zone di combattimento offrono allo Stato islamico condizioni più favorevoli per reclutare e armare nuove cellule.
Infine, c'è da stare attenti a una possibile svolta: questo attacco in Dagestan potrebbe essere il ritorno in azione dello Stato islamico del Caucaso, quindi un gruppo formato da volontari locali, con passaporti russi, che tace dal 2018.