La Flotta russa attacca dal Mare di Azov
di Gianluca Di FeoColpire più lontano di quanto il nemico possa fare, in modo da essere immuni dalla sua reazione, è l’antica legge della balistica: da quando sono state inventate le armi da fuoco, gli eserciti hanno sempre cercato di prolungare la gittata dei cannoni per battere gli avversari senza correre rischi. E questo principio resta valido pure nei conflitti ad alta tecnologia.Lo dimostra la mossa della marina russa, che da mesi tenta di mantenere la capacità di incidere nella guerra sottraendosi alle devastanti incursioni ucraine: dopo avere visto affondare troppe navi nel Mar Nero, ne hanno spostate nove nel Mare di Azov.
Venerdì scorso per la prima volta dalle unità schierate in questo bacino sono partiti quattro missili Kalibr diretti contro gli impianti elettrici di diverse città: sono cruise con un raggio di azione superiore a duemila chilometri e una testata con mezza tonnellata di esplosivo. Stando all’intelligence di Kiev, in questo momento ci sarebbero quattro navi con venti Kalibr att…
Colpire più lontano di quanto il nemico possa fare, in modo da essere immuni dalla sua reazione, è l’antica legge della balistica: da quando sono state inventate le armi da fuoco, gli eserciti hanno sempre cercato di prolungare la gittata dei cannoni per battere gli avversari senza correre rischi. E questo principio resta valido pure nei conflitti ad alta tecnologia.Lo dimostra la mossa della marina russa, che da mesi tenta di mantenere la capacità di incidere nella guerra sottraendosi alle devastanti incursioni ucraine: dopo avere visto affondare troppe navi nel Mar Nero, ne hanno spostate nove nel Mare di Azov.
Venerdì scorso per la prima volta dalle unità schierate in questo bacino sono partiti quattro missili Kalibr diretti contro gli impianti elettrici di diverse città: sono cruise con un raggio di azione superiore a duemila chilometri e una testata con mezza tonnellata di esplosivo. Stando all’intelligence di Kiev, in questo momento ci sarebbero quattro navi con venti Kalibr attive nel Mar d’Azov: dovrebbero essere corvette Bujan-M, probabilmente a Sud-Est dove maggiore è la distanza dalla linea del fronte.
I missili ucraini non sono in grado di arrivare fino lì. Gli Storm Shadow europei in teoria potrebbero farlo, ma i caccia Sukhoi che li lanciano dovrebbero sorvolare il territorio russo o aggirare la Crimea: un’operazione mai osata finora. Gli Atacms statunitensi o i Neptune ucraini hanno una portata molto più limitata. Ecco che il Mare d’Azov concede una sorta di “immunità balistica” alla flotta di Mosca. “Segna un punto di svolta significativo - ha riconosciuto il portavoce della marina di Kiev Dmytro Peletenchuk - perché i russi la considerano un’area più sicura rispetto al Mar Nero”.
Questo vale pure per i raid condotti dai droni Magura, i battelli telecomandati con un apparato di guida autonoma nella fase finale dell’attacco, che per mesi sono stati l’incubo della Marina di Putin. L’accesso al Mare di Azov è chiuso dal viadotto di Kerch che collega la Crimea alla Russia: dopo gli attentati messi a segno dai servizi segreti ucraini è stato munito di difese d’ogni genere. Dagli apparati elettronici che disturbano le frequenze usate dai droni aerei o marittimi ai cannoni a tiro rapido, dai missili terra-aria a quelli antinave: sono stati addirittura costruiti “scudi” semi-immersi per proteggere i pilastri. Per quanto gli incursori ucraini abbiamo dimostrato di sapere essere temerari, sembra impossibile che riescano a superare questa barriera.
Adesso, nella zona occidentale del Mar Nero continuerebbero ad operare i sottomarini Kilo, che hanno partecipato pure all’attacco missilistico di venerdì scorso: possono scagliare i Kalibr restando in immersione, senza venire neppure avvistati. La flotta di superficie si è spostata nelle acque più a oriente, evitando i porti della Crimea che si sono rivelati troppo vulnerabili alle azioni degli Storm Shadow. Ammiragli e ingegneri russi stanno lavorando da mesi per bloccare gli assalti dei motoscafi senza equipaggio - che ricordano i barchini usati dalla Regia Marina per gli attacchi contro Suda e contro Gibilterra - usando una combinazione di strumenti elettromagnetici e di tattiche convenzionali. I primi servono per oscurare le coordinate gps, accecando così la possibilità di guidare i Magura verso gli obiettivi, e sembra abbiano avuto successo: i tecnici di Kiev sostengono però di avere già individuato una soluzione. Le seconde invece si basano sull’impiego di elicotteri Kamov muniti di mitragliere e lanciagranate per affondare i droni prima che si avvicinino alle navi da guerra. In almeno un caso, però, l’elicottero di scorta è stato abbattuto per errore dalle batterie di bordo: i russi continuano ad avere problemi nei sistemi di identificazione automatica - chiamati con l’acronimo inglese IFF - che impediscono di sparare sui velivoli amici.