La polveriera Daghestan, la repubblica russa fucina di jihadisti
di Rosalba CastellettiSi dice che la Russia cominci dal Daghestan perché è la regione più a Sud del Paese. Invece sembra che qui tutto finisca. Da oltre vent’anni questa Repubblica incastonata tra le acque del Mar Caspio e i contrafforti del Caucaso, la più multietnica e musulmana della Federazione russa, è una terra che non ha guerre, ma non conosce pace.
La rivolta di Shamil
Tra queste montagne scorre da sempre sangue ribelle. È da qui che, a metà Ottocento, il leggendario imam Shamil partì per guidare la ribellione dei musulmani contro lo Zar raccontata da Pushkin, Tolstoj, Lermontov e persino Dumas. Non importa che, dopo la Guerra di Crimea, il movimento di liberazione guidato da Shamil fallì. L’imam resta un simbolo della fiera resistenza del popolo daghestano contro il colonialismo russo.
Si dice che la Russia cominci dal Daghestan perché è la regione più a Sud del Paese. Invece sembra che qui tutto finisca. Da oltre vent’anni questa Repubblica incastonata tra le acque del Mar Caspio e i contrafforti del Caucaso, la più multietnica e musulmana della Federazione russa, è una terra che non ha guerre, ma non conosce pace.
La rivolta di Shamil
Tra queste montagne scorre da sempre sangue ribelle. È da qui che, a metà Ottocento, il leggendario imam Shamil partì per guidare la ribellione dei musulmani contro lo Zar raccontata da Pushkin, Tolstoj, Lermontov e persino Dumas. Non importa che, dopo la Guerra di Crimea, il movimento di liberazione guidato da Shamil fallì. L’imam resta un simbolo della fiera resistenza del popolo daghestano contro il colonialismo russo.
La minoranza salafita
Né le epiche battaglie degli Zar né le spietate deportazioni di Stalin sono riuscite a piegare questo popolo montanaro che conta oltre trenta etnie e altrettante lingue. Le città punteggiate dai minareti delle moschee risuonano dei richiami dei muezzin. La tradizione sunnita è sopravvissuta all’ateismo sovietico grazie alle moderate confraternite sufi, ma le due guerre separatiste nella vicina Cecenia e le autoritarie politiche di Mosca hanno radicalizzato molti musulmani, in particolare d’ispirazione salafita, corrente ultraconservatrice dell’Islam importata dai Paesi arabi del Golfo. La via della guerriglia o della jihad è un’allettante alternativa per la popolazione più povera.
I jihadisti
Qui sono nate decine di “vedove nere” e migliaia di “foreign fighters” e jihadisti. Come i fratelli Tsarnaev, autori dell’attentato alla maratona di Boston negli Stati Uniti del 2013, e oltre un migliaio di giovani andati a combattere nelle fila dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Sotto il fuoco dei guerriglieri sono stati uccisi giudici, giornalisti, avvocati. Tanto che il Daghestan ha eclissato la Cecenia come “posto più pericoloso in Europa”.
Le operazioni “anti-terrorismo”
Le autorità rispondono con rastrellamenti indiscriminati, operazioni anti-terrorismo che impongono il coprifuoco per settimane a interi villaggi e schedature del Dna degli ultraconservatori. Con centinaia di giovani spariscono nel nulla. Per finire nella lista dei sospetti, basta poco: avere la barba, frequentare una moschea sotto accusa o trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ogni arresto di un vero o presunto jihadista è una voce che aumenta i sussidi e le promozioni per le forze di polizia. Così, però, non si fa che alienare la popolazione e alimentare il jihadismo. Per ogni presunto terrorista ucciso, arrestato o scomparso, uno o più suoi parenti maschi si uniscono alla guerriglia o alla lotta in Medio Oriente. In un circolo vizioso di violenze.
Makachkala e Derbent
L’ultimo attentato duplice in Daghestan risaliva al 2012. Ma la violenza non si è mai sopita. Le due città colpite dal duplice attentato di Pentecoste non potrebbero essere più diverse. Il capoluogo Makhachkala è un agglomerato urbano scomposto di scheletri di acciaio e cemento ed enormi casermoni incompiuti. La vicina Derbent, la città più antica di tutta la Russia, con la sua fortezza e le sue mura, è patrimonio Unesco. Ma entrambe sono simbolo di pacifica convivenza religiosa. Non a caso padre Nikolaj, il prete ortodosso sgozzato a Derbent, era raffigurato insieme a un imam e a un rabbino in una statua chiamata “Confraternita delle religioni”. Chiunque ci sia dietro al duplice attentato, colpendo chiese ortodosse e sinagoghe voleva colpire questo modello di pacifica convivenza.