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Fitto, l’aspirante calciatore che studia da commissario. “Giorgia lo sa, sono pronto”

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Chi è il ministro candidato ad andare a Bruxelles. Nato democristiano, si è fatto apprezzare per avere cercato di smussare gli angoli tra il governo italiano e la Commissione
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ROMA — È pronto a dire sì. Con l’equilibrismo democristiano che richiama i suoi esordi nello scudo crociato. Ora che si è scoperto candidato solitario a commissario europeo, quel dna politico torna conveniente. Per questo a chi ha avuto modo di sentirlo nelle ultime ore, Raffaele Fitto da Maglie, la città che ha dato i natali ad Aldo Moro, ha risposto sempre allo stesso modo: «Qualsiasi cosa deciderà Giorgia, per me va bene». È più di una disponibilità: è un affidamento totale alla volontà della premier, che di “Raffa” si fida a tal punto da avergli affidato le relazioni con Bruxelles e i 194,4 miliardi del Pnrr. Un atto dovuto dopo che è stato lui, nella scorsa legislatura, a prepararle il terreno in Europa, guidando da capogruppo l’avanzata dei Conservatori nell’emiciclo di Strasburgo.

Per questo, nelle ore frenetiche dei negoziati per i top jobs, Fitto è la “carta” della necessità. E quella che conviene di più a Meloni, soprattutto se alla fine sarà Ursula von der Leyen a guidare l…

ROMA — È pronto a dire sì. Con l’equilibrismo democristiano che richiama i suoi esordi nello scudo crociato. Ora che si è scoperto candidato solitario a commissario europeo, quel dna politico torna conveniente. Per questo a chi ha avuto modo di sentirlo nelle ultime ore, Raffaele Fitto da Maglie, la città che ha dato i natali ad Aldo Moro, ha risposto sempre allo stesso modo: «Qualsiasi cosa deciderà Giorgia, per me va bene». È più di una disponibilità: è un affidamento totale alla volontà della premier, che di “Raffa” si fida a tal punto da avergli affidato le relazioni con Bruxelles e i 194,4 miliardi del Pnrr. Un atto dovuto dopo che è stato lui, nella scorsa legislatura, a prepararle il terreno in Europa, guidando da capogruppo l’avanzata dei Conservatori nell’emiciclo di Strasburgo.

Per questo, nelle ore frenetiche dei negoziati per i top jobs, Fitto è la “carta” della necessità. E quella che conviene di più a Meloni, soprattutto se alla fine sarà Ursula von der Leyen a guidare la nuova Commissione europea. È con lei che il ministro con quattro deleghe (Affari europei, Pnrr, Coesione e Sud) ha coltivato nell’ultimo anno e mezzo la postura della mediazione, mentre in Italia i colleghi sovranisti al governo imprecavano contro l’Europa cattiva. È toccato a lui sobbarcarsi l’ingrato compito di ripetere in patria che non si può remare contro l’Ue. «A Ursula cosa dico, che prima ci siamo impegnati a fare una cosa e poi abbiamo cambiato idea?», è il ritornello che più di un ministro si è sentito ripetere quando ha provato a perorare cause ardite. Qualche volta ha vinto lui, come sul passaggio al mercato libero dell’energia. Altre volte ha fatto dietrofront rispetto agli auspici iniziali: fosse per lui, l’Italia avrebbe dovuto adottare la direttiva Bolkestein per mettere a gara le concessioni balneari senza battere ciglio. Ma la maggioranza, a iniziare da Fratelli d’Italia, il partito che l’ha adottato dopo la lunga militanza in FI, si è messa di traverso. E lui allora ha preso tempo. Ha rassicurato Bruxelles che alla fine l’Italia si adeguerà, ma senza riuscire a vincolare l’impegno a una scadenza.

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Ecco il democristiano Fitto. Mediano, nel campo da calcio in cui sognava di giocare da professionista prima di diventare politico per affetto (il padre Salvatore, governatore della Puglia come lo è stato poi lui, è scomparso in un incidente stradale). Figlio d’arte, poi cultore della terza via: lontano dagli eccessi del berlusconismo, dal quale alla fine si è staccato. Mai vicino ai rigurgiti fascisti che riecheggiano, oggi, dentro FdI. Anche se la modalità “quarta gamba” del centrodestra non sempre è stata fortunata. Ma poi è arrivato l’incontro con Giorgia, «che è la più brava», come ripete a chiunque gli chieda un commento sulla premier.

Ora è pronto a traslocare a Bruxelles. E pazienza se il Pnrr ha di fronte ancora due anni in cui bisognerà spingere sull’acceleratore. Lui, il regista del Piano, è convinto che oramai il grosso è stato fatto: la revisione - è il ragionamento - ha ingranato la marcia giusta verso l’estate del 2026. Per questo ieri, al termine della riunione della cabina di regia sul Pnrr, ha detto che «siamo pienamente nella fase 2». Che si può fare anche senza di lui, è il non detto. Anche se la premier ha ancora dubbi sulla dipartita: quattro deleghe da riassegnare spalancherebbero le porte a un rimpasto velenoso con la Lega e Forza Italia. Intanto il ministro democristiano, interpellato in conferenza stampa, non si tira indietro: «Prendo atto delle domande e mi dispiace non dare alcuna risposta». Appena un mese fa si sfilava. Ora, invece, è pronto.

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