Francia, Gilles Finchelstein: “Tra le sinistre un matrimonio di convenienza per non far vincere i lepenisti”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI — «Mettere sullo stesso piano il Rassemblement National e il Nouveau Front Populaire, come fanno Emmanuel Macron e diversi esponenti dell’attuale governo e maggioranza, mi sembra un gioco molto pericoloso». Gilles Finchelstein lavora in un luogo carico di Storia, la Cité Malesherbes, nel nono arrondissement, dove Léon Blum, premier del Front Populaire nel 1936, aveva il suo ufficio. E dove ha avuto la sede il partito socialista fino al 1975. Il direttore della Fondazione Jean-Jaurès, think tank della gauche, è preoccupato dal tentativo di demonizzare l’unione delle sinistre che nelle intenzioni di voto per le legislative è al secondo posto, tra il 27 e il 29 per cento. «Si sta perdendo di vista il vero pericolo di quest’elezione», dice Finchelstein, che ha lavorato con Pierre Mauroy e Dominique Strauss-Kahn. Anche se ora è un osservatore indipendente, il suo curriculum fa capire che non ha simpatia per Jean-Luc Mélenchon, ma difende un «accordo inevitabile e necessario».
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PARIGI — «Mettere sullo stesso piano il Rassemblement National e il Nouveau Front Populaire, come fanno Emmanuel Macron e diversi esponenti dell’attuale governo e maggioranza, mi sembra un gioco molto pericoloso». Gilles Finchelstein lavora in un luogo carico di Storia, la Cité Malesherbes, nel nono arrondissement, dove Léon Blum, premier del Front Populaire nel 1936, aveva il suo ufficio. E dove ha avuto la sede il partito socialista fino al 1975. Il direttore della Fondazione Jean-Jaurès, think tank della gauche, è preoccupato dal tentativo di demonizzare l’unione delle sinistre che nelle intenzioni di voto per le legislative è al secondo posto, tra il 27 e il 29 per cento. «Si sta perdendo di vista il vero pericolo di quest’elezione», dice Finchelstein, che ha lavorato con Pierre Mauroy e Dominique Strauss-Kahn. Anche se ora è un osservatore indipendente, il suo curriculum fa capire che non ha simpatia per Jean-Luc Mélenchon, ma difende un «accordo inevitabile e necessario».
In pochi giorni tutte le divisioni interne alla sinistra sono state spazzate via. Chi può crederci?
«Non è un matrimonio d’amore ma di convenienza. La gauche rischiava di essere parzialmente eliminata dall’Assemblée Nationale, il che di per sé sarebbe stato già grave visto che rappresenta l’orizzonte politico di un terzo dei francesi. Ma aggiungo che, se la sinistra fosse stata eliminata al primo turno, in molte circoscrizioni sarebbero rimasti solo duelli tra candidati Renaissance (il partito di maggioranza, ndr) e il Rassemblement National. Significava regalare decine di seggi al Rn. Quindi è un accordo elettorale che va anche nell’interesse del Paese, perché rappresenta un ulteriore argine per evitare che l’estrema destra abbia una maggioranza assoluta il 7 luglio».
Chi oggi è al governo pensa invece di avere più chance davanti a candidati dell’estrema destra.
«Se dovessi scommettere, Macron uscirà da queste elezioni in una situazione peggiore, se non addirittura catastrofica, rispetto al 9 giugno. In gioco non c’è neppure un governo “islamo-gauchiste” come dice Marine Le Pen. La France Insoumise ha molti candidati ma non arriverà mai da sola ad avere una maggioranza assoluta. Quindi, per me, la questione centrale è se il Rn avrà o no la maggioranza assoluta. In quest’ottica ogni seggio sottratto all’estrema destra è utile».
Per le sue ambiguità sull’antisemitismo, sull’Ucraina, per la sua gestione dittatoriale del partito, riconoscerà che Mélenchon rappresenta uno spauracchio per molti elettori della sinistra moderata?
«È così che Mélenchon è diventato una personalità considerata dai francesi più pericolosa di Marine Le Pen. Ma è anche così che il 9 giugno Raphaël Glucksmann ha ottenuto il 14% dei voti e la France Insoumise meno del 10%. La svolta a destra di Macron e la radicalizzazione di Mélenchon hanno riaperto uno spazio per la socialdemocrazia in Francia. È un movimento provvisoriamente interrotto dalle elezioni anticipate ma che a mio avviso proseguirà dopo il 7 luglio. Aggiungo che l’accordo elettorale di oggi ha già imposto un riequilibrio nella distribuzione dei candidati più favorevole alle altre forze della sinistra e anche nel programma, sulle questioni internazionali e sui valori – Ucraina e antisemitismo – i socialisti hanno ottenuto modifiche sostanziali».
Sull’economia è un programma che viene considerato irrealizzabile.
«È improvvisato in pochi giorni, come tutti gli altri. Ci sono alcune cose che non sorprendono, penso all’abrogazione della riforma delle pensioni, e proposte più radicali che effettivamente sono lontane dalla tradizione della sinistra di governo. Non penso comunque che la gauche arriverà al governo, e quindi il programma mi pare una questione secondaria rispetto alla priorità: non far vincere l’estrema destra».
Cosa risponde a Macron che mette sullo stesso piano gli “estremismi” di destra e di sinistra.
«È profondamente sbagliato dire che il Nuovo Fronte Popolare è l’estrema sinistra. C’è la France Insoumise, ma ci sono altri partiti, diverse sensibilià. Quella di Macron è una tattica di sopravvivenza per evitare che i suoi candidati siano eliminati al primo turno. Il problema è che questa contrapposizione avrà conseguenze già da lunedì quando Renaissance dovrà dare indicazioni di voto nei ballottaggi dove non è più presente o ritirare suoi candidati in caso di triangolari favorevoli al Rn. Diventerà più complicato rinnegare tutte le accuse fatte contro la sinistra. Quindi si tratta di una scommessa a breve termine e con conseguenze che rischiano di essere molto gravi».