BRUXELLES — «Chi ci dice che in Parlamento tutti saranno leali? Chi ci assicura stavolta che Ursula von der Leyen sarà eletta? Chi ci garantisce che i socialisti non avranno defezioni?». Un esponente del Ppe che segue da vicino il negoziato in corso per le nomine europee descrive così la situazione in vista del Consiglio europeo di giovedì prossimo. In un quadro di potenziale collasso del sistema politico europeo, nessuno si fida. Perché la confusione riguarda tutti. Anche la destra sovranista che appariva in avanzata e che ora si ritrova a fare i conti con le dissidenze interne esplosive. Ma è soprattutto il tradizionale dialogo tra socialisti e popolari a presentare delle incrinature. «Per la prima volta nella nostra storia - racconta ancora - non c’è fiducia reciproca. E nella sfiducia tutti giocano una partita diversa, anche con ambizioni personali».
Sul tavolo, allora, c’è una variabile essenziale che sta condizionando la trattativa e che potrebbe determinare i tempi lunghissimi del prossimo vertice di capi di Stato e di governo. Un punto interrogativo che può bloccare qualsiasi esito. Giovedì e venerdì prossimo il Consiglio europeo dovrà eleggere il suo nuovo presidente e designare la presidenza della Commissione. Ma mentre la prima carica ha bisogno solo della maggioranza dei governi (il 55% degli aventi diritto che rappresentano almeno il 65 per centro della popolazione europea), la seconda deve essere confermata a scrutinio segreto dal Parlamento europeo. I “negoziatori” del Ppe allora hanno iniziato a dire ai socialisti: se noi rispettiamo l’accordo in Consiglio e voi non controllate i vostri nell’Eurocamera, poi ci ritroviamo Antonio Costa presidente del consiglio europeo ma non Von der Leyen alla guida dell’esecutivo Ue. Per questo adesso insistono sull’idea di affidare al candidato socialista, l’ex premier portoghese, solo la prima metà del mandato. E poi confermare la seconda solo se il patto su Ursula tiene a Strasburgo.
Una linea che il Pse al momento non accetta. Per due motivi. Il primo: se la premessa è che non si mettono in discussione i nomi che presentiamo, allora voi non potete porre veti su Costa come noi non li mettiamo sulla vostra “Spitzenkandidatin”. E come è sempre stato la presidenza del consiglio europeo ha una durata quinquennale. Il secondo: chi ci garantisce che i franchi tiratori contro Von der Leyen non siano invece i vostri?
I nodi dunque si stringono intorno a questi interrogativi che si basano su un contesto irregolare rispetto al passato. Anche nel Ppe, infatti, si stanno intersecando tattiche diverse e individuali. La linea Weber (presidente del partito)-Tajani (vicepresidente) spinge verso un dialogo con la destra di Ecr, quindi con Giorgia Meloni. Il principale “negoziatore” popolare, il primo ministro polacco Tusk, vuole conservare il rapporto con i socialisti sapendo che qualsiasi sbandata a destra costringerebbe gli oltre 130 europarlamentari S&D a votare contro von der Leyen. Anzi, il sospetto è che nel partito più importante del Ppe, la Cdu tedesca, sia in corso un lotta per far saltare proprio il bis di Ursula. E che il vicepresidente del consiglio italiano faccia nello stesso tempo di tutto per tenere aperta una porta alla sua premier. E magari mettere successivamente sul tavolo le sue “personali” carte.
Non solo. L’ulteriore elemento di instabilità si trova proprio a destra. L’eventuale sponda di Ecr comincia a essere più problematica. Nell’arcipelago sovranista sta succedendo di tutto. Sembra una polveriera pronta a esplodere. Basti pensare che persino il forte partito polacco Pis (20 eletti) sta valutando di lasciare il gruppo Ecr.
Insomma in un quadro complessivamente così frastagliato e incerto, ogni soluzione contiene un tasso di imprevedibilità senza precedenti. Di certo bisogna considerare che al consiglio europeo difficilmente si potrà fare a meno di trovare una sintesi con Germania, Francia e Spagna. Ossia con due premier socialisti e il presidente francese liberale. Senza quei tre paesi ogni soluzione è un’illusione e il loro obiettivo è chiudere il pacchetto entro venerdì. La presidente del consiglio italiana fa trapelare di agire d’intesa con Tajani e che lei al momento non può rinunciare al riconoscimento politico del suo Paese (un portafogli di peso in Commissione) e del suo partito. La seconda richiesta, però, rischia di emarginare l’Italia. Ma in questa confusione nessuno, appunto, può essere ormai sicuro di rispettare i tempi previsti. Il consiglio europeo sarà una battaglia.