Il generale e la sua trappola. La parabola di Zúñiga, nemico di Morales e autore del golpe fallito in Bolivia
di Daniele MastrogiacomoOdiava Evo Morales e non ne faceva mistero. Lo considerava un “monarca”, un usurpatore. Lo diceva chiaramente. “Non può essere di nuovo presidente di questo paese”. È arrivato anche a minacciarlo. “La Forze Armate hanno il potere, come missione, di far rispettare la Costituzione. E la Costituzione afferma che non ci può essere un quarto incarico. Manterremo questo compito fino in fondo. Siamo un braccio armato del popolo, un braccio armato della Patria”.
La parabola del generale
Ma in realtà Juan José Zúñiga Macías, generale a capo dell’Esercito, alla fine è caduto nella stessa trappola che altri avevano costruito. È stato usato. Ha pagato con l’arresto e l’espulsione dall’arma dopo aver tentato un golpe che è morto sul nascere. Una goffa riproduzione di quanto è avvenuto il 10 novembre del 2019 quando, al culmine di una serie di proteste di piazza, con l’opposizione arroccata nelle regioni orientali del paese, Evo Morales fu costretto a lasciare il potere e a fuggire prima in Messic…
Odiava Evo Morales e non ne faceva mistero. Lo considerava un “monarca”, un usurpatore. Lo diceva chiaramente. “Non può essere di nuovo presidente di questo paese”. È arrivato anche a minacciarlo. “La Forze Armate hanno il potere, come missione, di far rispettare la Costituzione. E la Costituzione afferma che non ci può essere un quarto incarico. Manterremo questo compito fino in fondo. Siamo un braccio armato del popolo, un braccio armato della Patria”.
La parabola del generale
Ma in realtà Juan José Zúñiga Macías, generale a capo dell’Esercito, alla fine è caduto nella stessa trappola che altri avevano costruito. È stato usato. Ha pagato con l’arresto e l’espulsione dall’arma dopo aver tentato un golpe che è morto sul nascere. Una goffa riproduzione di quanto è avvenuto il 10 novembre del 2019 quando, al culmine di una serie di proteste di piazza, con l’opposizione arroccata nelle regioni orientali del paese, Evo Morales fu costretto a lasciare il potere e a fuggire prima in Messico e alla fine in Argentina. Solo che quella volta, il golpe, andò a segno. I conservatori gridarono alla vittoria, si liberarono del leader dei cocaleros, altra bandiera della sinistra latinoamericana, e si insediarono alla presidenza affidandola a Jeanine Añez, una senatrice conservatrice, legatissima al mondo cattolico, capace di giurare sulla Costituzione con in mano la Bibbia. Si ritrovò alla guida di un paese senza neanche averlo sperato. Quando si sono tenute le elezioni previste e il Mas ha vinto, è finita in carcere, processata e condannata.
Le reazioni
Dopo il tentato colpo di Stato di mercoledì pomeriggio l’intero Continente si è affrettato a condannare un’iniziativa che è sembrata assurda, quasi suicida, comunque arcaica nei modi e nei tempi. Dalla sinistra di Lula e del cubano Díaz-Canel alla destra estrema di Milei. Oltre a tutti i massimi esponenti politici europei e statunitensi. Una coro unanime.
Assieme al capo della Marina Juan Arnez Salvador, il generale del golpe ha guidato un drappello di militari dalla torretta di un blindato. Si sono lanciati contro il portone d’ingresso del Palazzo del governo e hanno cercato di sfondarlo. Ci sono riusciti solo in parte. Èin ferro rinforzato. È stato ricostruito dopo il 1875 quando una folla di rivoltosi lanciò delle torce accese dalla vicina cattedrale e provocò un incendio che mise fuori uso la sede istituzionale. Da quel momento tutti lo chiamano il Palazzo Bruciato.
Il golpe fallito
Zúñiga non gli ha dato fuoco. Ha ordinato ai suoi uomini di schierarsi a difesa della sede. Contava sull’appoggio del presidente Luis Arce che adesso, tramontato il piano, accusa di averlo sobillato. Il presidente ha chiamato a raccolta la gente che è scesa subito in piazza, ha protestato, ha difeso la democrazia e le regole costituzionali; si è opposta, con coraggio e decisione, a un assalto militare a cui è abituata e che questa volta ha respinto. I soldati hanno risposto con una pioggia di candelotti lacrimogeni ma alla fine si sono arresi. Hanno obbedito agli ordini del nuovo capo dell’esercito, nel frattempo nominato, che invitava gli insorti a rientrare in caserma.
La tesi complottista
Luis Arce come regista occulto del golpe. Ma poi paladino a difesa della democrazia. Una tesi suggestiva nella battaglia feroce con Evo Morales. Mentre il presidente in carica condannava solennemente la sollevazione e faceva quadrato attorno all’esecutivo, Zúñiga capiva di essere finito in trappola. Ha voluto dire la sua. Si è scagliato contro il suo protettore e ha denunciato, prima di essere arrestato e portato via in manette: “Arce aveva bisogno di aumentare la sua popolarità e voleva sfruttare questo momento di grande insoddisfazione dei militari frenando il loro intervento”. L’accusa è stata subito respinta. Ma Zúñiga ha insistito. Ha raccontato di aver incontrato domenica il presidente. “Gli ho chiesto: eliminiamo anche i blindati?” e lui mi ha risposto: “Porta via tutto”. Ma non ha terminato il racconto perché interrotto da uno dei ministri presenti che ha poi ordinato il suo arresto.
Lo scontro tra i due leader
Sono mesi che Luis Arce e Evo Morales, entrambi del Mas, il Movimento per il Socialismo, si scontrano in vista delle elezioni del 2025 a cui il leader dei cocaleros e per tre volte presidente si è di nuovo candidato. Di fronte al tentato golpe, che poi non è neanche un golpe, hanno mostrato unità. Ma la frizione resta e questo agita le forze armate che in Bolivia sono state sempre protagoniste. Basti pensare che dal 1950 il paese ha subito 23 colpi di stato dei quali 11 falliti.
L’embrione di questo golpe si forma sette mesi fa. Dalla sua posizione di capo dell’esercito, il generale Juan José Zúñiga Macías, accusava gli “antipatria” di colpire le caserme dei militari per cercare di rovesciare il governo eletto democraticamente. Si riferiva al suo nemico Evo Morales. Quello stesso giorno giurò che avrebbe difeso il presidente Arce, ormai in rotta con il fondatore del Mas. “Il popolo ha dato all’esercito il mandato che Luis Arce sia il presidente e capitano generale dell’esercito”, disse in una trasmissione tv. “E l’esercito adempirà fedelmente al mandato del popolo, perché il popolo è la voce di Dio”.
La profezia di Morales
Doveva molto al suo presidente. Lo aveva nominato a capo dell’esercito nel novembre del 2022, carica che gli era stata ratificata nel gennaio scorso durante un avvicendamento dei vertici militari. La nomina era stata considerata un premo di fedeltà, visto che Zúñiga non aveva i titoli per assumere quell’incarico: risultava al 48° posto tra 65 suoi parigrado. Morales protestò per quella promozione e accusò il generale di guidare un gruppo di cospiratori, noto come Pachajico. Prima o poi, aveva avvertito Morales, tenteranno di fare qualcosa. “Mi vogliono uccidere”, aveva aggiunto. Il generale, secondo il tre volte presidente, stava mettendo in atto “un piano nero”, per spiarlo e perseguitarlo in combutta on alcuni funzionari governativi.
Nell’ottobre del 2022, Morales era tornato alla carica “Stanno preparando qualcosa”, aveva detto, “vogliono testare la reazione della gente. Bisogna anticiparli”. Il leader della sinistra sapeva che il suo nemico era un grande esperto di intelligence e che conosceva da vicino i movimenti sociali, base elettorale del Mas. Ma conosceva anche il suo passato che aveva ricordato alla stampa. Nel 2013 il capo dell’esercito era stato accusato di appropriazione indebita di 2,7 milioni di boliviani destinati al pagamento di titoli che lo Stato distribuisce come contributi agli anziani e agli studenti. Già nel 2014 aveva scontato una settimana di carcere per quelle irregolarità. Zúñica si era sfogato dicendo che si trattava di un processo sommario. Luis Arce lo ha ripescato e lo ha usato nel suo scontro con Evo Morales. Lo ha nominato al vertice dell’esercito, lo ha confermato. Molto probabilmente lo ha incitato a vigilare sulle mosse del suo avversario. Non pensava arrivasse a un tentato golpe. Non ha avuto scrupolo a mollarlo.