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Le mogli dell’Azovstal a udienza dal Papa: “Ci aiuti a riabbracciare i nostri mariti, sono gli eroi di Mariupol”

La maggior parte dei resistenti dell’acciaieria ucraina si trovano ancora nelle mani dei nemici russi
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“Aiutateci a riabbracciare i nostri figli e mariti, sono gli eroi di Mariupol e da più di due anni sono detenuti nelle prigioni russe: non abbiamo contatti con loro e temiamo che siano stati torturati”. È un grido di dolore quello di Tamara, Vialietta, Alla e Tatyana, mogli e madre di quattro soldati del battaglione ucraino Azov, noto per aver difeso fino alla fine l’acciaieria Azovstal durante l'assedio di Mariupol.

Ieri le quattro donne sono state ricevute da Papa Francesco in udienza privata a San Pietro: “Abbiamo chiesto al Santo Padre di fare un appello alla comunità internazionale e alla Russia per la loro liberazione o almeno per il rispetto dei loro diritti e della convenzione di Ginevra”, spiegano senza badare al caldo e al sole che batte su San Pietro.

La visita in Vaticano

La loro visita in Vaticano è stata organizzata dall’associazione dei familiari dei difensori di Mariupol: indossano la maglietta nera in segno di lutto, tranne Tatyana che ha un vestito tradizionale …

“Aiutateci a riabbracciare i nostri figli e mariti, sono gli eroi di Mariupol e da più di due anni sono detenuti nelle prigioni russe: non abbiamo contatti con loro e temiamo che siano stati torturati”. È un grido di dolore quello di Tamara, Vialietta, Alla e Tatyana, mogli e madre di quattro soldati del battaglione ucraino Azov, noto per aver difeso fino alla fine l’acciaieria Azovstal durante l'assedio di Mariupol.

Ieri le quattro donne sono state ricevute da Papa Francesco in udienza privata a San Pietro: “Abbiamo chiesto al Santo Padre di fare un appello alla comunità internazionale e alla Russia per la loro liberazione o almeno per il rispetto dei loro diritti e della convenzione di Ginevra”, spiegano senza badare al caldo e al sole che batte su San Pietro.

La visita in Vaticano

La loro visita in Vaticano è stata organizzata dall’associazione dei familiari dei difensori di Mariupol: indossano la maglietta nera in segno di lutto, tranne Tatyana che ha un vestito tradizionale ucraino. Al Papa hanno consegnato un libro sulla battaglia di Mariupol. “Dalla fine dell’assedio non abbiamo più contatti con i nostri mariti ma temiamo che siano torturati, feriti e picchiati”, spiegano. Era il 20 maggio quando gli ultimi 500 soldati del battaglione Azov, fra cui il vicecomandante Sviatoslav Palamar, si consegnavano ai russi e ai ceceni uscendo dall’acciaieria, ultimo baluardo di resistenza. Dopo tre mesi di feroci combattimenti finiva la battaglia di Mariupol: la città portuale sul mar Nero cadeva in mano russa ma l’esercito ucraino aveva guadagnato tempo prezioso per riorganizzarsi su altri fronti.

Dall’Azovstal ormai evacuata si consegnavano in totale 2400 prigionieri ucraini, fra cui il figlio di Tatyana e i mariti di Alla, Vialietta e Tamara. Gli ultimi messaggi di addio, poi solo sporadici dispacci dalla Croce Rossa Internazionale o dai tg russi. “Al Papa abbiamo detto che lui è la nostra ultima speranza e ci ha ascoltato molto attentamente” spiega Tamara Koryagina, di professione interprete. Suo marito, Sergei Mykhaylenko è in carcere. “L’ultima volta che ho parlato con lui è stato il 16 maggio 2022, poi solo notizie frammentate dalla televisione e sui social. So che sta in Siberia nella colonia carceraria speciale di Yamalo Nenec, la famigerata Polar Wolf (Lupo Polare), dove è morto Aleksej Navalny. È in isolamento ed è stato condannato all’ergastolo ma non so con quale accusa. Temo che sia stato torturato, so che è stato picchiato fino a spezzargli le costole e che adesso soffre di continui attacchi di panico. Spero solo che sia vivo”.

L’appello al pontefice

A stento Tamara trattiene le lacrime quando mostra le foto di altri soldati ucraini rilasciati nell’ambito di uno scambio fra prigionieri di guerra: sui loro corpi ridotti a scheletro si vedono bruciature, abrasioni, lividi. “I difensori di Mariupol sono stati esclusi dagli scambi. Sono nazionalisti ma non nazisti come li ha dipinti la propaganda russa. Abbiamo pregato il Papa di aiutarci, Dio ha già salvato i nostri mariti”. Accanto a lei siede Alla Didenko, 29 anni: il fidanzato Oleksy Zhernosky, sergente, deve scontare una condanna a 28 anni in una prigione nel Donetsk.

Al suo fianco c’è Tatyana Vyshniak, 45 anni: da maggio 2022 non ha più notizie di suo figlio Artem, condannato a 22 anni. Ma ogni giorno scende in piazza a Kiev per chiedere il rispetto della convenzione di Ginevra per i prigionieri ucraini in Russia. Infine Vialietta Shovkova, 23 anni: suo marito Oleksy Bura-Shovkovi sarebbe in una prigione nel Donetsk. “Oleksy soffre di un tumore alla testa che deve essere controllato ogni tre mesi. Il problema è che i russi li considerano criminali, non soldati”. Scuote la testa, cede all’emozione. “Prima della guerra avevamo una bella vita, andavo all’università. Adesso è difficile uscirne. Se ci arrendiamo fra dieci anni la Russia potrebbe minacciare l’Europa”.

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