Maiorca si ribella alle invasioni barbariche dei turisti: “Via i tedeschi dall’isola”
dalla nostra corrispondente dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO —Il suo «i tedeschi di merda ci hanno colonizzati» è diventato il motto di un’isola, lo slogan della reconquista di Maiorca, il grido di dolore contro le spiagge strapiene, i tedeschi sbronzi e il predominio incontrastato dei würstel. Dal palco del “Mallorca live” il rapper Rels B. ha dato voce in questi giorni a un’intera comunità in rivolta contro l’uberturismo tedesco. I maiorchini non ne possono più dei trenini colorati che percorrono il lungomare zeppi di turisti che dondolano enormi boccali di birra gridando sguaiate canzoni estive. Sono stremati dalle hostess in latex rosa che distribuiscono cocktail già alle dieci di mattina e dalle spiagge piene di immondizia. Sono stanchi dei karaoke e delle strade invase di tedeschi chiassosi a ogni ora del giorno e della notte. E sono sfiniti dagli ubriachi che si svuotano la vescica dove capita, anche dai tetti. Da mesi, i residenti hanno cominciato a riempire le piazze, a convocare lunghe assemblee cittadine a Palma e in altre ro…
BERLINO —Il suo «i tedeschi di merda ci hanno colonizzati» è diventato il motto di un’isola, lo slogan della reconquista di Maiorca, il grido di dolore contro le spiagge strapiene, i tedeschi sbronzi e il predominio incontrastato dei würstel. Dal palco del “Mallorca live” il rapper Rels B. ha dato voce in questi giorni a un’intera comunità in rivolta contro l’uberturismo tedesco. I maiorchini non ne possono più dei trenini colorati che percorrono il lungomare zeppi di turisti che dondolano enormi boccali di birra gridando sguaiate canzoni estive. Sono stremati dalle hostess in latex rosa che distribuiscono cocktail già alle dieci di mattina e dalle spiagge piene di immondizia. Sono stanchi dei karaoke e delle strade invase di tedeschi chiassosi a ogni ora del giorno e della notte. E sono sfiniti dagli ubriachi che si svuotano la vescica dove capita, anche dai tetti. Da mesi, i residenti hanno cominciato a riempire le piazze, a convocare lunghe assemblee cittadine a Palma e in altre roccaforti del turismo maiorchino e hanno fondato associazioni come “Sos Residents” per mettere fine al turismo di massa di impronta deutsch. Ma cacciarli non sarà facile. Perché Maiorca, per la Germania, non è solo un simbolo. È un culto.
Tutto cominciò con un piccolo chiosco sulla spiaggia, un balneario che negli anni Settanta divenne la meta prediletta dei primi pionieri da Colonia o Dortmund. Quel chiosco non c’è più, ha lasciato il posto a una fila asettica di stabilimenti balneari. Ma i tedeschi, che avevano tradotto male il balneario ribattezzandolo “Ballermann”, lo trasformarono già negli anni Ottanta in un luogo di pellegrinaggio. Fu allora, nell’edonistico decennio di plastica, che Maiorca divenne il “17esimo land tedesco”, una meta prediletta per chi sognava un Mediterraneo a basso costo. Insomma, una colonia. Gli alberghi spuntarono come funghi, sulle spiagge cominciò la guerra degli asciugamani con gli inglesi, sul lungomare spuntarono i primi locali dai nomi poco oriundi come Bierkoenig (“Re delle birre”). Con l’avvento dei voli low cost il fenomeno, letteralmente, esplose. E riempì l’isola di 18 milioni di turisti all’anno.
Certo, c’è chi resiste. Una residente famosa si ostina ad esempio a staccare ogni mattina gli adesivi dei club calcistici tedeschi che i turisti appiccicano sul marciapiede del leggendario chiosco, tipo piaga dei lucchetti a Ponte Milvio. “Ballermann” è diventato il sinonimo di un turismo per portafogli poveri e fegati generosi, di mega feste ed eccessi, della frenesia irrefrenabile che tanti tedeschi riescono ad esprimere soprattutto in vacanza, meglio se all’estero. E nel film omonimo, “Ballermann 6”, che divenne uno dei più grandi successi di botteghino degli anni ‘80, si celebra uno degli sport prediletti dai tedeschi: la sangria nei secchi di plastica, consumata in comitiva con lunghissime cannucce. Una barbarie diffusissima che l’amministrazione locale ha vietato nel 2007.
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