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I dem appaiono compatti, ma pensano ai sostituti: “Ora la decisione sta a lui. Jill può convincerlo”

(afp)

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Anche Obama difende il presidente: “Una brutta serata può sempre capitare nei dibattiti”, ma nel partito girano i nomi dei possibili sostituti, da Newsome alla governatrice del Michigan Gretchen Whitmer
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Atlanta — Tutti gli occhi sono puntati su Jill, perché se c’è qualcuno che può convincere Biden a rinunciare è sua moglie. Lei però ha incoraggiato la decisione del marito di correre e finora non ha dato segnali di aver cambiato idea.

La posizione ufficiale del Partito democratico, dopo il disastroso dibattito, è che Biden resta il candidato. Lo hanno subito giurato la vice Kamala Harris e il governatore della California Newsom. Il giorno dopo si sono allineati l’ex Speaker della Camera Pelosi, l’attuale leader Jeffries, il deputato della South Carolina Clyburn. Quindi si è aggiunto Barack Obama, dichiarando che «una brutta serata può sempre capitare nei dibattiti», e la governatrice del Michigan Whitmer, considerata da molti la carta migliore per cambiare. In altre parole, tutti i maggiorenti che nello scenario della sostituzione modellato su quanto accadde con Nixon durante il Watergate, dovrebbero presentarsi da Biden per dirgli che ha compiuto un lavoro straordinario, ma ora è ven…

Atlanta — Tutti gli occhi sono puntati su Jill, perché se c’è qualcuno che può convincere Biden a rinunciare è sua moglie. Lei però ha incoraggiato la decisione del marito di correre e finora non ha dato segnali di aver cambiato idea.

La posizione ufficiale del Partito democratico, dopo il disastroso dibattito, è che Biden resta il candidato. Lo hanno subito giurato la vice Kamala Harris e il governatore della California Newsom. Il giorno dopo si sono allineati l’ex Speaker della Camera Pelosi, l’attuale leader Jeffries, il deputato della South Carolina Clyburn. Quindi si è aggiunto Barack Obama, dichiarando che «una brutta serata può sempre capitare nei dibattiti», e la governatrice del Michigan Whitmer, considerata da molti la carta migliore per cambiare. In altre parole, tutti i maggiorenti che nello scenario della sostituzione modellato su quanto accadde con Nixon durante il Watergate, dovrebbero presentarsi da Biden per dirgli che ha compiuto un lavoro straordinario, ma ora è venuto il momento di fare un passo indietro per il bene del mondo.

Dietro le quinte di questo si parla nel partito, mentre non mancano voci complottiste secondo cui i consiglieri di Biden lo hanno mandato allo sbaraglio sapendo le condizioni in cui stava, proprio per metterlo davanti alla necessità di fare un passo indietro. Lo sussurrano molte voci off the record, e lo conferma a Repubblica un operativo veterano di mille battaglie elettorali come Gabriel Guerra Mondragon: «Sono democratico e sostengo Biden, che stimo e considero un amico. Ha avuto un merito straordinario nel fermare Trump quattro anni fa e rilanciare l’economia. Però l’età è fuori dal suo controllo e il dibattito ha dimostrato che per salvare il Paese bisogna cambiare». Guerra Mondragon è amico di gioventù di Bill e Hillary Clinton, con cui fece la campagna per McGovern nel 1972. Da allora raccoglie finanziamenti e voti, soprattutto nella comunità ispanica, e Bill lo aveva premiato nominandolo ambasciatore in Cile. Nel 2008 però era stato il primo leader del Partito democratico col coraggio di dire a Hillary che doveva cedere il passo a Obama, e adesso torna a farlo con Biden: «Solo la moglie può convincerlo e spero che lo faccia. I prossimi sondaggi spingeranno al cambio, abbiamo ancora il tempo per battere Trump».

Le regole obbligano i delegati eletti nelle primarie a votare per il loro candidato alla Convention di Chicago, che dal 19 al 22 agosto incoronerà il campione democratico. Però consentono di cambiarlo, tanto prima, quanto dopo il congresso. La Convention è sovrana e in passato votava davvero per nominare il candidato. L’ideale sarebbe che il Partito ci arrivasse già con un nome su cui far convergere la maggioranza. Questo è il primo ostacolo da superare, perché i democratici sono divisi tra l’ala progressista legata a Ocasio Cortez, e quella moderata di Pelosi. Biden ha incarnato un compromesso difficile da replicare, anche se i potenziali sostituti non mancano. La più ovvia sarebbe Harris, che nei piani originari avrebbe dovuto raccogliere la staffetta generazionale dal presidente ponte, ma non ha convinto e ha perso l’entusiasmo, forse perché Joe si è affezionato al potere e davanti alla ricandidatura di Trump si è convinto di essere l’unico in grado di batterlo. Michelle Obama sarebbe il sogno, ma non vuole.

Poi c’è Newsom, anche se alcuni lo considerano troppo liberal e dubitano della possibilità di un governatore democratico della California di conquistare gli stati chiave del Midwest. Meglio Whitmer, che si porterebbe da casa il Michigan, e forse Wisconsin, e potrebbe rivendicare i risultati con l’industria automobilistica per conquistare colletti blu. Girano i nomi del collega dell’Illinois Pritzker; della Pennsylvania Shapiro, primo ebreo alla Casa Bianca; del Maryland Moore, dipinto come il nuovo Obama. Nell’amministrazione spicca la segretaria al Commercio Gina Raimondo. L’attenzione provocata dal cambio e il salto generazionale rispetto alla sfida fra Biden e Trump, che la maggioranza degli americani non vuole, aiuterebbe i democratici. Il primo problema però sarebbe convincere Biden, e il secondo trovare un sostituto giusto per il paese e capace di tenere unito il partito.

Nella spin room di Atlanta il manager della campagna di Trump, Chris LaCivita, faticava a contenere l’entusiasmo: «Biden si è licenziato con le sue mani. Saremmo felici di fare cinque dibattiti con lui. Siamo in vantaggio in tutti gli stati decisivi, Pennsylvania un paio di punti, Michigan 2%, Wisconsin 2%, Georgia 6%, Arizona 7%, Nevada 7%, North Carolina 5,5%, ma stiamo allargando la mappa a Minnesota, Virginia e New Mexico. Noi abbiamo venti percorsi diversi per arrivare ai 270 voti elettorali necessari a conquistare la Casa Bianca, mentre ai democratici ne è rimasto uno solo: vincere Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, senza perdere altrove. Hanno rinunciato alla Florida e sono in difesa ovunque». Quanto all’ipotesi che Biden venga sostituito, «Siamo pronti a qualsiasi candidato». Questa è propaganda, perché un netto cambio generazionale e magari di genere scombinerebbero la strategia elettorale di Trump, mettendolo in difficoltà. La decisione però deve prenderla Biden, se il Partito avrà il coraggio di porlo davanti alla necessità di farlo, per salvare l’America.

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