La sfida degli universitari di Gaza: rimanere vivi e laurearsi. Il 9 luglio sessione online. Il messaggio alla relatrice italiana:“Ecco il mio compito, poi userò la carta per accendere il fuoco”
di Francesca BorriRAMALLAH – Elettricità. Acqua. Un riparo, una tenda. All'università di Birzeit, la prossima sessione di laurea è il 9 luglio, e in una tabella Excel appesa al muro, sono elencate tutte le cose da controllare per le tesi in Progettazione. Non si riferiscono ai progetti, però: ma ai progettisti. Gli studenti stanno a Gaza. E l'ultima domanda dice: ha fame? L'italiana Alessandra Gola, urbanista, qui dal 2009 dopo una laurea in Architettura a Ferrara, un PhD a Lovanio, in Belgio, ed esperienze varie con ONG e agenzie dell'ONU, ha tra i suoi studenti anche 60 dei 4mila studenti di Gaza che nonostante tutto, dal 7 Ottobre hanno deciso di continuare a studiare. Frequentando online i corsi delle università della Cisgiordania.
Come tutti gli studenti, hanno un unico obiettivo: laurearsi. Ma ora, inteso in senso un po' diverso: vogliono arrivare alla laurea vivi. Delle 12 università di Gaza, a cui erano iscritti oltre 90mila studenti, non resta quasi niente. La prima a essere bombardata è …
RAMALLAH – Elettricità. Acqua. Un riparo, una tenda. All'università di Birzeit, la prossima sessione di laurea è il 9 luglio, e in una tabella Excel appesa al muro, sono elencate tutte le cose da controllare per le tesi in Progettazione. Non si riferiscono ai progetti, però: ma ai progettisti. Gli studenti stanno a Gaza. E l'ultima domanda dice: ha fame? L'italiana Alessandra Gola, urbanista, qui dal 2009 dopo una laurea in Architettura a Ferrara, un PhD a Lovanio, in Belgio, ed esperienze varie con ONG e agenzie dell'ONU, ha tra i suoi studenti anche 60 dei 4mila studenti di Gaza che nonostante tutto, dal 7 Ottobre hanno deciso di continuare a studiare. Frequentando online i corsi delle università della Cisgiordania.
Come tutti gli studenti, hanno un unico obiettivo: laurearsi. Ma ora, inteso in senso un po' diverso: vogliono arrivare alla laurea vivi. Delle 12 università di Gaza, a cui erano iscritti oltre 90mila studenti, non resta quasi niente. La prima a essere bombardata è stata l'Islamic University, perché è quella in cui ha studiato Yahya Sinwar. Laureato in Lettere. Ma via via, l'84% delle strutture universitarie è finito fuori uso. Come larga parte di Gaza. Secondo i calcoli dell'ONU, per la sola rimozione delle macerie saranno necessari 14 anni. "Eppure, Gaza non è macerie e basta", dice Alessandra Gola. "Si parla molto del Day After, ma in realtà, è un po' un'astrazione. Perché sul terreno, non c'è solo un prima e un dopo, ma anche un durante. In cui la vita non è normale, certo: ma non è sospesa. Per cui, si va avanti. Ingegnandosi con quello che c'è, fosse anche solo una matita", dice, mentre su WhatsApp appaiono Farah al-Helou e Mona Rabah, due delle sue laureande online.
Anche se dire online è dire molto. Non hanno più casa, dal 7 Ottobre sono state sfollate e ri-sfollate più volte, e con la connessione internet per cui hanno camminato per ore sotto il sole, e sotto il tiro dell'IDF, da Rafah fino a Deir al-Balah, alle porte di Gaza City, non si apre manco un link. Frequentano via sms. Via screenshot. Via mozziconi di audio. Ma nonostante tutto, il progetto su cui erano al lavoro, un centro servizi, è pronto. Ed è pronta anche una torta.
Tecnicamente, si chiama "home-making": creare casa, intanto e comunque. Ovunque. A Gaza, si sfida Israele anche così. Con tè e biscotti.Tè, biscotti, e qualsiasi altra cosa consenta di riconquistare spazio. Vita. "L'area di al-Mawasi, in cui si sono fermati molti dei rifugiati di Rafah, è stata attrezzata dagli ingegneri, gli elettricisti, gli idraulici di Gaza. Che hanno ripristinato anche alcuni reparti dello Shifa Hospital. Con materiali di recupero, materiali di scarto, rottami, quello che c'è: l'importante è che funzioni", dice. "I civili sono vittime, sì, e la vittima, per definizione, è chi subisce. Ma spesso chi subisce, allo stesso tempo, agisce. Reagisce".
"Nell'immediato, la priorità è la ricostruzione delle case. Ed è la prima cosa a cui vorremmo dedicarci: le case, e il fotovoltaico. L'energia", dicono Farah al-Helou e Mona Rabah. E però, dicono, non vorremmo lavorare per Gaza: ma con Gaza.
"Per ora, le proposte che circolano sono più di imprenditori che di urbanisti. Coprono ogni centimetro, ogni dettaglio, 'chiavi in mano', e ai palestinesi riservano un unico ruolo: quello di manodopera. Come se Gaza, appunto, non esistesse più. E invece, si tratta di ricostruire non solo le città, ma le comunità. Le relazioni. Che tra l'altro, qui sono una forma di welfare e mutuo aiuto", dicono. "Il difficile non sono gli edifici, ma quello che ci sta dentro". E alla fine, è il motivo per cui questa iniziativa è fondamentale, dice Alessandra Gola.
Logisticamente, seguire gli studenti di Gaza è un rompicapo, dice. Di 21 dei suoi allievi non ha più tracce. Scompaiono, riappaiono. E hanno problemi a concentrarsi. Hanno fame. "Ma a Gaza, studiare è un atto politico. Significa difendere la propria voce. La propria identità. Non essere cancellati non solo come singoli, ma come società".
Su richiesta dello UNDP, lo IUAV di Venezia ha appena consegnato il suo Early Recovery Plan per Gaza, il Piano Preliminare, che va proprio in questa direzione: non una ricostruzione, ma più esattamente, una rigenerazione urbana. "Perché la guerra è un trauma che va incluso nella ricostruzione, e elaborato", dice. "Si tratta di re-immaginare Gaza. Di migliorarla, certo, di innovarla, adattandola agli effetti del cambiamento climatico, della digitalizzazione, della transizione demografica: ma continuandone la storia. Non rimpiazzandola", dice, mentre da uno studente di Nuseirat che credeva morto, arriva un WhatsApp. Una foto. "Scusa. Guardo un attimo questa", si interrompe, allargando una planimetria. "Ha disegnato sull'ultima carta che ha. Poi gli serve per accendere il fuoco".