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Rishi Sunak, il premier dei record che rischia di passare alla storia per aver portato i Tories al minimo storico

(afp)
Ritratto del primo ministro britannico che i sondaggi danno in caduta verticale: dalle origine indiane all’università a Oxford, dalle banche di investimento al matrimonio con una delle ereditiere più ricche d’India. Fino all’arrivo a Downing Street, segnato dai fallimenti
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LONDRA – Rishi Sunak passerà alla storia per due motivi: come il primo premier britannico di origine indiana e religione induista, artefice di una simbolica rivincita dell’ex-colonia sull’Impero colonizzatore, eroe di tutti i figli di immigrati sbarcati in una nuova terra; e come più ricco premier britannico, titolare di una fortuna stimata in 700 milioni di sterline, qualcosa come 850 milioni di euro. Purtroppo per lui, il 4 luglio rischia di passare alla storia anche per una terza ragione: il leader che ha portato i conservatori a subire una tremenda sconfitta, di proporzioni storiche, forse – secondo alcuni sondaggi – la peggiore di tutti i tempi. È addirittura possibile che, se gli ultimi rilevamenti d’opinione non sbagliano, i Tory diventino il terzo partito del Regno Unito, superati non soltanto dal Labour, che tornerebbe così al potere dopo 14 anni di assenza, ma anche dai liberaldemocratici, partito di centro, da sempre terzo incomodo nella politica britannica.

In effetti, all…

LONDRA – Rishi Sunak passerà alla storia per due motivi: come il primo premier britannico di origine indiana e religione induista, artefice di una simbolica rivincita dell’ex-colonia sull’Impero colonizzatore, eroe di tutti i figli di immigrati sbarcati in una nuova terra; e come più ricco premier britannico, titolare di una fortuna stimata in 700 milioni di sterline, qualcosa come 850 milioni di euro. Purtroppo per lui, il 4 luglio rischia di passare alla storia anche per una terza ragione: il leader che ha portato i conservatori a subire una tremenda sconfitta, di proporzioni storiche, forse – secondo alcuni sondaggi – la peggiore di tutti i tempi. È addirittura possibile che, se gli ultimi rilevamenti d’opinione non sbagliano, i Tory diventino il terzo partito del Regno Unito, superati non soltanto dal Labour, che tornerebbe così al potere dopo 14 anni di assenza, ma anche dai liberaldemocratici, partito di centro, da sempre terzo incomodo nella politica britannica.

In effetti, alla vigilia del voto i commentatori inglesi dicono che Sunak non gioca per vincere, bensì per evitare un’umiliante batosta. Per questo ha indetto elezioni anticipate di sei mesi, nel timore che, aspettando fino alla naturale scadenza della legislatura, il disastro in cui i conservatori hanno lasciato il Paese e le sue vane promesse di rilanciarlo diventassero più evidenti. Con la stessa motivazione, ha adottato in campagna elettorale il metodo di uno dei suoi predecessori, Boris Johnson, con il quale aveva poco in comune intellettualmente e con cui non andava molto d’accordo: mentire. Accusare l’avversario di quello che è diventato un po’ ovunque un tabù elettorale, “i laburisti aumenteranno le tasse”, aggiungendo altre previsioni che non hanno nulla a che fare con la realtà, “apriranno le frontiere ai migranti, si rimangeranno la Brexit, istituiranno il socialismo”, nella pallida speranza di spaventare gli elettori in procinto di abbandonare la barca dei Tory e di convincerli a votare per lui, turandosi il naso, come si diceva una volta della Dc in Italia davanti allo spettro del comunismo. A differenza della Dc, non è detto che gli servirà.

Che si limiti a perdere o subisca una sconfitta senza precedenti, c’è da dire che non è tutta colpa sua: è in buona misura colpa dei quattro predecessori che ha avuto da quando nel 2010 i conservatori sono andati al potere, David Cameron, Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss, protagonisti di errori, malgoverno, scandali a ripetizione. In parte è anche colpa di un ciclo naturale arrivato al capolinea: nel Regno Unito funziona così, ci furono 17 anni di governi Tories (con Margaret Thatcher e John Major), poi 13 anni di governi laburisti (con Tony Blair e Gordon Brown), ora ce ne sono stati 14 di nuovo con i conservatori al potere. Il pendolo della politica britannica è pronto a oscillare nella direzione opposta.

Di suo, Sunak non ha dimostrato la stoffa del grande politico, ma è sicuramente un uomo serio, intelligente e determinato. Il padre, medico nato in Kenya, e la madre, farmacista nata in Tanzania, entrambi di origine indiana, emigrarono dall’Africa orientale in Inghilterra nel 1960 insieme ai nonni, nativi del Punjab. In questa tipica famiglia della classe media, completata da un fratello e una sorella, Rishi nasce nel 1980. Bravo a scuola, all’università entra a Oxford laureandosi in Ppe (Politics Philosophy Economy), il corso della classe dirigente, poi grazie a una borsa di studio Fullbright prende un Master in Business a Stanford, una delle migliori università degli Stati Uniti.

Rishi Sunak con la moglie, Akshata Murty (afp)

Allo stesso master è iscritta Akshata Murthy, figlia del secondo uomo più ricco dell’India, il miliardario fondatore di Infosys, gigante elettronico e (oggi) digitale. Si sposano, hanno due figlie, restano a vivere in California, in una bella casa a Santa Monica, uno dei più esclusivi quartieri di Los Angeles. Lui lavora per un po’ alla Goldman Sachs, la banca di investimenti soprannominata “porta girevole del potere”, perché ci si entra come banchieri, se ne esce primi ministri, quindi fonda una propria società di investimenti e dirige insieme alla consorte quella del suocero. Nel 2015 torna in Inghilterra, vince un seggio da deputato con i conservatori, partito a cui si era iscritto mentre studiava a Oxford, e a quel punto si mette a studiare da premier. È un liberista puro, di fede thatcheriana, convinto brexitiano. Diventa sottosegretario, poi direttore generale del Tesoro. Nel 2020 Boris Johnson lo promuove cancelliere dello scacchiere (come qui si chiama il ministro del Tesoro). Elargendo fondi pubblici per tenere in piedi l’economia, salva grandi aziende e piccoli esercenti dal fallimento durante i lockdown per il Covid: sebbene uno dei suoi programmi, Eat Out to Help Out (andate fuori a cena e il governo vi paga il 20 per cento del conto), pur aiutando i ristoranti a rimanere aperti, contribuisce con il senno di poi a diffondere una micidiale seconda ondata della pandemia.

Viene lo stesso considerato dai giornali l’unico adulto ragionevole della squadra di Johnson ed è lui che, dimettendosi per protesta contro i party illegali del premier a Downing Street, costringe Johnson a dimettersi a sua volta. Dopo il breve, folle interregno di Liz Truss, nell’ottobre 2022 Sunak corona il suo piano, diventando primo ministro. Ma come premier combina troppo poco, troppo tardi, perennemente indeciso tra compiacere l’estrema destra populista del proprio partito o assumere posizioni più moderate. Riesce a riportare giù l’inflazione, ma non a rianimare un’economia anemica. Trova un accordo post-Brexit in Irlanda del Nord, ma continua a ignorare le conseguenze dell’uscita dall’Unione Europea. Propone di deportare i migranti illegali in Ruanda, un programma bocciato dalla stessa Corte Suprema britannica, ma intanto l’immigrazione legale è tre volte superiore a quella di prima della Brexit. E quando convoca le elezioni, in campagna elettorale non ne combina una giusta: abbandona le celebrazioni dello sbarco in Normandia per rientrare in patria prima che finiscano per dare un’intervista televisiva, dichiara che da ragazzo anche lui ha dovuto stringere la cinghia perché non aveva l’abbonamento alla rete Sky, è costretto a licenziare i consiglieri del suo staff scoperti a scommettere sulla data del voto anticipato grazie alle “inside information” che avevano a Downing Street (sì, in questo Paese di incalliti scommettitori, si puntano soldi perfino su questo).

Se il leader laburista Starmer non ha carisma, non ce l’ha nemmeno lui. Morale: arriva al voto sotto di 20 punti nei sondaggi.

Ad appena 44 anni, fra qualche giorno Rishi Sunak potrebbe ritrovarsi dunque ex-premier e, se si realizzasse lo scenario peggiore, quello di una sconfitta epocale, potrebbe perdere anche il proprio seggio. Finora giura che, in caso di sconfitta alle urne, resterà in parlamento come semplice deputato dell’opposizione: ma cosa resterebbe a fare a Londra, se rimanesse fuori dalla camera dei Comuni? Sarebbe probabilmente costretto a tornarsene a fare il banchiere d’investimenti in California, con moglie, figlie e 700 milioni di sterline di capitale.

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